Cinque minuti bastano e avanzano

Sto lavorando ad un nuovo libro: "Cinque minuti per visitare Roma", una guida turistica per chi ha poco tempo. Prendi un aereo alle 7 del mattino, alle 9 sei alla stazione Termini, lavori qualche ora, ti ingozzi un panino e prima di tornare a Fiumicino per l’aereo delle 17.20 che ti riporterà a casa, visiti un monumento in max 5 minuti. Una volta Piazza di Spagna, un’altra fontana di Trevi, e così via. Dopo una ventina di trasferte puoi dire di aver visitato Roma.

Ecco qui alcune foto rubate nei pochi minuti a disposizione: fontana di Trevi e il Quirinale, giusto per inaugurare il nuovo vestito primaverile del blog (anche se ho ancora addosso il piumino e a Roma ieri grandinava).

dalQuirinale

 Quirinale1fontaTrevi1

fontaTrevi2jpgQuirinale2

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Namibia. L’undicesimo giorno

18 Agosto 2007. La Skeleton Coast, “un posto di grande fascino”.

         

Durante la notte il vento a strapazzato le tende, tutto vibrava rumorosamente. Avevo qualche timore a mettere il naso fuori, altrimenti sarei uscita a ritirare l’accappatoio appeso ad asciugare su di un albero per evitare che volasse chissà dove, e mi sarei pure fatta volentieri una pipì ma il pensiero di imbattermi in qualche animale nervosetto mi ha tolto ogni ispirazione.

John, il mio compagno di tenda, mi sveglia alle 5.00, e 45 minuti dopo abbiamo già impacchettato tende, sacchi a pelo, materassini, e i miei leggendari pantaloncini antistupro. Alle 6.30 siamo pronti per lasciare Twyfelfontein e prendere la strada per la famosa Skeleton Coast: non so bene cosa aspettarmi, la Lonely Planet la definisce litorale desertico compreso tra il fiume Kunene e il fiume Swakopp, insidioso tratto di costa avvolto nella nebbia, caratterizzato da fatali secche rocciose e sabbie implacabili che hanno posto fine alla vita di centinaia di navi ed equipaggi. Una volta erano visibili molti relitti, ma il vento e la sabbia pare abbiano ormai coperto tutto.

arizona

Nel viaggio passiamo gradualmente da un ambiente di rocce rosse, simil Arizona,nuvole ad un paesaggio di basse dune di sabbia gialla. Sono quasi dieci giorni che non vediamo una nuvola nel limpido cielo di Namibia, e oggi eccole lì in lontananza galleggiare in aria e rompere la perfezione di un clima che sino ad ora è stato perfetto. Il paesaggio è lunare, e la temperatura si è abbassata di parecchi gradi nel tratto dei pochi km percorsi. Apparentemente non ci sono tracce di animali, vegetali, umani, solo solitaria strada sterrata.

atlanticoIl mare compare all’improvviso alla nostra destra, e per me che lo amo perché è come dire “casa”, è un’emozione immediata, lo stupore di un bambino di fronte alla natura: ok, non si tratta del mansueto e coccoloso Mediterraneo, questo è l’infido e impetuoso Atlantico, ma sempre mare è, e il paesaggio adesso è meno lunare, diventa quasi familiare. Lungo il percorso molti cartelli invitano a rimanere lungo il tracciato della strada, alcuni segnalano un ambiguo MINING AREA, giocando probabilmente con il doppio significato minerario e bombarolo, forse per togliere al turista la voglia di zampettare ovunque apportando i consueti danni da incuria del viaggiatore. Se in un primo momento il minaccioso cartello riesce a scoraggiarci, presto ci risolviamo per scendere dai veicoli e incamminarci verso il mare: lo vogliamo guardare negli occhi. Mentre camminiamo sulla vasta distesa di sabbia (pregando il cielo di nonlunare finire sul giornale come l’improvvido turista che ha messo un piede su una mina), scopriamo che qui di animali ce ne sono, eccome! Grandi e piccole orme nella sabbia ne sono la chiara testimonianza, c’è addirittura un’orma che, simile a quella della mia gatta ma grande otto volte tanto, parrebbe di un grosso felino (la Farnesina segnala che un gruppo incauto di turisti italiani è stato sbranato dai leoni, quelli scampati al massacro sono invece saltati in aria sulle mine, per altro segnalate da innumerevoli cartelli). E poi pietre, conchiglie, ossa di animali, persino la vertebra di una balena, qualche bottiglia di vetro senza messaggio intrappolato dentro.bottigliabalenaconchiglia

Ci fermiamo ancora alcune volte prima di arrivare a Cape Cross dove troveremo una grande colonia di otarie. Ecco una tappa che aspettavo con ansia, e chotariee purtroppo è una delusione: gli unici animali che vediamo da vicino sono una coppia di sciacalli che perlustrano la spiaggia con il solito passo sbilenco e furtivo, augurandosi la prematura morte di qualche membro della colonia di otarie, che insomma pure loro devono ben mangiare, no? Nell’aria c’è una puzza indicibile, alla quale è difficile abituarsi, che ti aggredisce il naso appena sceso dalla jeep. Purtroppo le otarie sono tutte in acqua, lontanissime dalla capacità visiva dei miei sciacalliocchi e del mio zoom, puntolini che saltano tra le onde emettendo versi buffi e assurdi, un misto tra il belato della pecora e l’urlo di un orco, con una qualche sfumatura sinistramente umana. Fa freddo e tira vento ma loro sembrano divertirsi come ad un parco acquatico, surfeggiano tra le onde, si tuffano con spettacolari capriole e intanto i loro gorgheggi risuonano festosi. Ce ne andiamo delusi, ho in saccoccia solo quattro foto penose, e la sensazione che quella puzza spaventosa non mi si scollerà più dal naso.  

Riprendiamo la strada e arriviamo al nostro motel a Henties Bay: uno dei posti più tristi visti in vita mia, umido, freddo, sabbioso, e con filo spinato sopra la recinzione di ogni proprietà. Stanotte dormirò dentro un sacco a pelo, nonostante abbia a disposizione un letto: le lenzuola e le coperte non mi ispirano fiducia.

Mangiamo in un ristorante poco distante pesce, buono ed economico, e poi a dormire. Domani colazione, con calma, nello stesso risto, e poi partenza per Spitzkoppe, che per un posto è pur sempre un bel nome.

 

Namibia. Il settimo giorno

14 Agosto 2007: goodbye Etosha NP, verso Ruacana

          Ci svegliamo verso le 6 di mattina: il tempo è sempre buono, mai una nuvola per tutta la vacanza, ma neanche piccola come un battufolo di cotone, niente, i namibiani non sanno cosa sia il cielo a pecorelle, o i cirri, i nembi, i cumuli. Il tempo è molto secco, e quando mi soffio il naso c’è sempre sangue sul fazzoletto, però son tranquilla, succede a tutti, bisogna cercare di non dimenticarsi di bere. Facciamo colazione nel campo, un bel tè caldo con delle deliziose tortine comprate al supermercato di Windhoek il primo giorno.

Per andare a Ruacana, a nord-ovest, abbiamo due opzioni: proseguire ancora un pezzo dentro l’Etosha NP, sempre sterrato e con possibilità di avvistare altra selvaggina, oppure uscire subito e fare molti più chilometri ma sull’asfalto. Domenico spinge per uscire, un po’ credo che sia stufo di antilopi zebre ed elefanti, un po’ sa che se stiamo ancora nel parco non la smettiamo più di far soste per fotografie agli animali. Quindi pare saggio uscire dal parco, oggi col senno di poi.

All’uscita del parco c’è un posto di blocco. Ci fermano, pare che l’auto sulla quale viaggio abbia un problema di documenti, non sono in ordine. Sale tra noi un po’ di tensione, soprattutto perchè non riusciamo a capire qual è veramente il problema, e quanto ci tratterranno. Nel momento in cui ci fanno entrare nell’area militare e vogliono chiudere i cancelli siamo ancora più perplessi. Qualcuno si spaventa, Daniela è parecchio tesa per Paolo che è dentro gli uffici. C’è sempre lo spauracchio di finire come il protagonista di “Fuga di mezzanotte”, non certamente per possesso di droga, ma forse siamo prevenuti perchè siamo in Africa e lontani dalla democrazia di casa. Invece tutto si risolve presto, io faccio pure due chiacchiere con un signore che mi chiede da dove vengo e cosa ho visto e se mi piace la Namibia (una delle mie rare conversazioni in cui riesco a capire cosa mi dice l’interlocutore, giacchè la mia comprensione dell’inglese parlato deve ancora essere messa a punto…). Il problema è solo che manca un documento, qualcosa tipo il nostro bollo, e ce la caviamo con una piccola perdita di tempo e 300N$ di multa.

Facciamo tappa ad Ondangwa, per fare la spesa in un supermercato dove mi godo con John un Magnum che mi manda in estasi; da queste parti non circola neppure un bianco caucasico, son tutti neri e qualcuno teme aggressioni o furti alle vetture, così mezzo gruppo rimane fuori a sorvegliare jeep e bagagli. Son stupita perchè a me pare tutto tranquillo, ma io sono anche quella che aveva detto “a me sembra che Saddam Hussein abbia la faccia da buono, secondo me non invade il Kuwait..”, quindi diciamo che non ho un grande istinto per il pericolo e per inquadrare le intenzioni delle persone. In ogni caso non accade nulla, la gente si fa gli affari suoi e noi dopo la spesa usciamo fuori città e ci fermiamo lato strada a pranzare coi soliti panini col formaggio per me, e con salumi per i carnivori. Facciamo parecchi chilometri, ma la strada è tutta asfalto e piuttosto buona. Solo verso sera, quando comincia a scendere il sole, inizia un percorso di un centinaio di chilometri di sterrato. Ad un certo punto, tra curve e salite sterrate, avvistiamo una jeep capottata, che ci fa gelare il sangue nelle vene, temiamo ci siano feriti o morti nel veicolo: scende qualcuno di noi e scopre che la jeep sottosopra viene utilizzata da un pastore come ricovero per un animale (forse una capra?). Tiriamo un sospiro di sollievo e proseguiamo. Ora i conducenti sono molto più attenti a non far cazzate, a nessuno attira l’idea di diventare un’ovile.

Buona parte del percorso prima di arrivare a destinazione è lungo il fiume Kunene, che ci separa dall’Angola: il paesaggio è cambiato completamente rispetto all’Etosha, la vegetazione è rigogliosa, tropicale, ci sono pure le classiche palme, intravediamo da lontano dei piccoli primati che spero di avere occasione di fotografare, ma ahimè non succederà. Le foto di questo giorno non sono significative, ho fatto pochi clic quasi tutti giusto per farli, senza soggetti particolarmente interessanti, quindi ecco il motivo per il quale in questo post non ce ne sono.

E’ quasi tramontato il sole quando arriviano al Kunene River Lodge, la nostra sistemazione per la notte: è un posto davvero molto bello, proprio affacciato sul fiume, con altissime piante tropicali di smodata rigogliosità. Alla reception ci accoglie il boss del Lodge, un tipo con tratti anglosassoni, nato in Kenia e in passato pilota di aerei cargo: mi ricorda la ruvidezza di Crocodile Dundee, sta scalzo ed è tutto vestito in colori “coloniali”.

Guardo di là del fiume e penso a quel paese, l’Angola, nel quale la guerra civile, cominciata nel 1999 e terminata nel 2002, ha ucciso un milione e mezzo di persone e lasciate senza casa altre centinaia di migliaia, e non riesco a immaginare nulla del terrore che deve aver anichilito la popolazione ne so come si vive oggi in un posto dove probabilmente si sentono ancora nell’aria gli spiriti dei morti. Ci sono degli animali dall’altra parte del fiume, sembrano asini: per loro una riva vale l’altra perchè tutta la terra non ha nome.

Stanotte dormo in una camera a tre letti con John e Valerio. John compie un’ispezione da Terminator con l’insettida spray in mano, saturando l’aria della stanza in men che non si dica: morirò intossicata dai suoi veleni per evitare una zanzara e due ragnetti sotto il letto? In realtà il nord della Namibia, dove ci troviamo oggi, è l’unico posto che ha un minimo rischio malaria, quindi non protesto più di tanto, d’altra parte se son riuscita a mangiare le sottilette che si trovano da queste parti, non morirò certo per un po’ di sano insetticida. Qualche attimo di panico quando scopriamo di dividere la camera con una robusta scolopendra, che in questa zona tropicale ha scuramente un veleno di “qualità superiore” rispetto alle nostre scolopendre europee: Valerio la prende a ciabattate prima che riesca a fotografarla (sarebbe stata una gran bella macro disgustosa con la quale farvi storcere il naso). Più defunta di così non protrebbe essere ma John decide di impartirle l’estrema unzione con una spruzzata finale di insetticida.

Credevamo di aver avuto una pericolosa avventura tropicale culminata con un corpo-a-corpo (ciabatta-corpo) da raccontare orgogliosi al rientro in Italia, ma prima di cena veniamo a sapere che qui fuori, a pochi metri dalla nostra camera, è successo qualcosa di veramente pericoloso: Paolo bussa alla nostra vetrata affacciata sul parco e piuttosto allarmato ci racconta che un attimo fa Domenico a ucciso uno Zebra Snake, un pericolosissimo cobra africano. Lo sventurato rettile, a causa del buco nell’ozono, si è destato troppo presto dal letargo invernale, quel che si dice un brusco risveglio: il Dome è accorso a stanare il serpente dal suo buco nei gradini di pietra dopo aver divelto dal bagno il bastone d’ottone portasciugamani, e l’ha preso a legnate fino a che non è spirato, diventando il nostro coraggioso eroe. Mr. Crocodile Dundee ci dice che è un serpente tra i più pericolosi, soprattutto perchè al suo morso non esiste antidoto. Cazzo. Ci muoviamo da adesso in poi molto guardinghi nel parco e soprattutto molto rapidi (i gradini di pietra li facciamo a due a due in salita, e li saltiamo tutti in discesa, tipo Matrix).

A cena me la vedo brutta: Crocodile Dundee mi propone “la pasta”, ok dico, ma dopo un attimo cambio ordinazione, memore dei cannelloni di cartone e sterpaglie di Windhoek, e opto per un’innocua omelette con pomodoro e formaggio, che sarebbe stata pure squisita se non avesse avuto dei disgustosi contorni che rimangono ai bordi del piatto come testimoni dell’incapacità del cuoco.

La cena termina con un bicchierino di Amarula: è così buono questo liquore che potrei rischiare di diventare alcolizzata.

Andiamo a dormire: stasera ho addirittura due uomini che mi prendono per il culo per i miei orrendi pantaloncini azzurri antisesso, che con il viagra hanno in comune solo il colore, mi addormento ridendo e felice nonostante la cena, le scolopendre e gli snakes.

Domani ci aspetta un’escursione con Mr. Crocodile Dundee sul fiume Kunene, e tante altre belle cose.

Namibia. Quinta Puntata

12 Agosto 2007: il Game Drive.

Ieri sera ho sbagliato io a mettere la sveglia: lo stesso stupido errore, e alle 4 di stamattina sono già sveglia. Purtroppo però questa volta non mi riaddormento, e comincio a rigirarmi nel letto coi miei pantaloncini azzurri. Alle 5.40, mentre sorge il sole, vado alla pozza nella speranza di poter osservare ancora qualche animale, ma non c’è nessuno… faranno colazione a un altro bar.

Alle 6.00 siamo pronti per il Game Drive, che abbiamo prenotato ieri in Reception: un Ranger del parco ci porterà in giro in grosse veicoli per circa 9-12 turisti, a “caccia” di animali (“game” è usato nell’accezione di “selvaggina”). In realtà la levataccia è stata pressocchè inutile, perché Danny, il nostro ranger, è in ritardo di una ventina di minuti, e quando arriva scopriamo di non avere il nostro foglio di prenotazione dell’escursione, Francesca se l’è dimenticato in camera e deve tornare a prenderlo. Partiamo alle 6.30 mentre la luce è ancora rosata e tinge le mie prime foto della giornata. Fa un freddo porchissimo, facocero direi, ho indosso il piumino invernale e i guanti di pile, Danny ci da anche delle mantelle per coprirci: poco astutamente Luana ed io non la indossiamo, riuscendo a pentirci dell’azzardo per diverse ore successive.

          Siamo in mezzo al bush e intravedo di sfuggita una specie di piccolissimo Dik dik, con delle orecchie enormi, ma non lo catturo con il clic, in un attimo siamo già lontani. Vediamo enormi branchi di zebre, che con quella livrea fanno sempre un figurone. Poi Danny ci porta presso alcune pozze dove non c’è lo straccio di un animale, sembra vada a caccia di posti assolutamente privi di qualsivoglia forma di vita animale: il paesaggio è suggestivo, ok, ma questo è un game drive e noi vogliamo la selvaggina!!! Magari qualcosa di grosso, leoni, ghepardi, ippopotami, bufali, eh Danny? Che ne dici di farci uscire gli occhi dalle orbite per la meraviglia? Nulla. Il ranger ci rifila un sacchetto di cartone con la colazione: mangio qualcosa, conservo la mela per i tempi di carestia, bevo il succo di frutta. Poi Danny, in collegamento radio con l’altro ranger che sta trasportando l’altra metà del nostro gruppo, viene a sapere che loro sono ad una pozza dove ci sono QUATTRO LEONI!!! Dio, voglio vedere i leoni!!! Insistiamo perché ci porti subito là, ma Danny è un ranger pigro, non vuole andarci, dice che tempo che arriviamo alla pozza i leoni non ci sono più. Insistiamo, e Danny ci porta in questo sito spettacolare, dove ci sono tantissimi animali. E nessun leone… Ma siamo felici lo stesso perché è la più bella pozza vista fino ad ora (qualcuno mi aiuti per il nome, nel diario ho scritto Neirowni, ma scrivevo mentre la jeep mi shakerava…). Poi in lontananza eccola arrivare: una magnifica leonessa, 12 ago - Etosha NP GAME DRIVE18LIONsi muove lentamente con quel passo regale che hanno tutti i felini, Danny dice che è anziana, ma a me non sembra, ok che io sono pratica solo di gatti, ma ormai è chiaro che Danny non è il massimo esperto di animali da queste parti. La cosa incredibile è che siamo tutti col fiato sospeso: noi, le antilopi, le zebre, tutti la guardano arrivare con calma alla pozza, e ora l’acqua è tutta sua, nessun animale osa bere mentre si disseta la regina. Poi si muove nella direzione opposta a quella in cui è arrivata, la seguiamo con le jeep, però la disturbiamo e torna indietro verso la pozza. Che palla devono essere questi turisti del cazzo che ti fissano ogni volta che bevi, eh? Pensa: ti alzi dalla poltrona, vai al frigo e quando apri lo sportello per prendere l’acqua c’è pieno di animali che ti fissano e ti fotografano. E un po’ seccante, ammettiamolo.

          Poi arrivano due maschi, con le loro criniere vanitose: ho la sensazione che tutti quei peli in disordine intorno alla testa li rendano ridicoli, come le donne che si cotonano i capelli. Ma insomma si, loro sono i Re della foresta. O meglio, del bush. I due maschi, come spesso accade in tutte le specie animali dove imperversa il testosterone, litigano ruggendosi in faccia l’un l’altro… stanno stabilendo chi comanda? Stanno decidendo chi si tromba la leonessa? Forse, perché poi uno dei due sparisce con la regina, ma magari facevano solo due chiacchiere da amici…

Leoni Dome

                                   la magnifica foto scattata da Domenico

Il Dome, con la sua abilità di fotografo e un’adeguata attrezzatura, coglie il momento in cui i due maschi si affrontano ed è una magnifica foto super-zoommata che non sfigurerebbe sul National Geographic. C’è stato un attimo in cui ci è parso che potessero mettersi a cacciare una preda tra le tante presenti sul “vassoio” della pozza: ma i tre animali, dopo aver valutato forse che faceva troppo caldo e che non c’era nessun cucciolo e nessun vecchio da buttare in padella, si sono ritirati per uno dei numerosi pisolini che i gattoni di tutte le specie si concedono per circa 20 ore al giorno su 24. Tutti gli animali tirano un sospiro di sollievo talmente profondo che potrebbe sollevare una mongolfiera: anche per oggi si continua a campare.

mappa namibia 12ago

Finito il game drive con Danny torniamo all’Okaukuejo Rest Camp, impacchettiamo i bagagli e partiamo alla volta di Halali Rest Camp, sempre all’interno dell’Etosha NP e provvisto anch’esso di pozza limitrofa. Il percorso è piuttosto breve ma passiamo parecchio tempo ancora in game drive, torniamo alla pozza dei leoni che è sulla strada e anche se non ci sono più i felini rimaniamo incantati a guardare struzzi, elefanti, antilopi e zebre, tutti insieme appassionatamente; fa piuttosto caldo e vediamo formarsi delle piccole trombe d’aria che muovono la polvere da terra e rendono tutto ancora più suggestivo.

12 ago - Etosha NP Okaukuejo-Halali POZZA4

Ci muoviamo lungo il bordo dell’Etosha Pan, l’immensa salina di 5000 kmq che solo per pochi giorni all’anno  si trasforma in una laguna piena di fenicotteri e pellicani, ma questa è la stagione secca e possiamo vedere solo l’accecante distesa bianca e deserta: è vietato scendere dall’auto e ovviamente camminare sul Pan, ma nel gruppo ci sono alcuni “devoinfrangereidivietiatutticosti” dai quali mi dissocio con altri membri del gruppo, mi sembra una profanazione calpestare quel suolo e posso fare a meno di una foto ravvicinata del Pan (salvo poi infrangere anche io i divieti in un’altra situazione…). 12 ago - Etosha NP Okaukuejo-Halali GIRAFFA3Proseguiamo verso Halali e incontriamo anche giraffe ed elefanti, vedo pure un falco: sbucano così da un momento all’altro in mezzo alla vegetazione, e ogni volta è una sorpresa entusiasmante, così tanta vita in mezzo al nulla.

Quando arriviamo al campo di Halali pranziamo sui tavoli fuori del ristorante con le nostre provviste piuttosto arrangiate: pane e tonno, avocado, birra in lattina che inspiegabilmente si mantiene sempre fresca dentro le jeep. Il campo ha una piscina ma purtroppo è vuota, avrebbe fatto abbastanza caldo per un tuffo. In questo campo dovremmo essere in tenda ma c’è una cospicua parte del gruppo che spinge per prendere alcune camere e giocarci ai dadi gli 8 letti disponibili. Per una insana forma di cortesia sono tentata di offrirmi con le mie coinquiline Paola Luana e Francesca di dormire in terra, poi però decido che è molto più sensato far stabilire tutto alla sorte, che si dimostra con me assai benevola.

Anche ad Halali c’è una bella pozza e ti puoi sedere sulle comode rocce di dolomia a guardare gli uccelli sulla superficie dell’acqua. Passo moltissimo tempo alla pozza da sola, sia prima di cena che dopo, spero si ripeta l’esperienza della sera prima. Assisto al tramonto, pensando con nostalgia a Rupert e a quanto sarebbe bello fosse lì con me, mano nella mano, se così si può dire. La pozza si rivela una grande delusione: neppure un quadrupede, zero. Ne prima ne dopo cena. Vedo solo fugacemente un paio di volte un rapace, qualcosa come una civetta o un barbagianni, difficile dirlo visto che si nasconde tra i rami e io non sono neppure così esperta: diciamo, trattasi di uccello gufoso. Mangiamo al ristorante del campo, anche qui self service: mi nutro di poco pesce fritto, ahimè secco e stopposo, molte verdure, un delizioso dolcetto al cocco rivestito di cioccolato fondente, anche per stasera sopravvivo.

Dopo cena torniamo alla pozza, il cielo è profondo e stellato come solo l’Africa sa fare.

Prima di dormire, Paola racconta una barzelletta che diventerà uno dei leit-motiv della vacanza. Immaginate una rodata coppia di coniugi piemontesi, a letto in intimità:

 

         Tesoro… sei dentro?

         Si, certo cara…

         …allora haia…

 

Namibia. Seconda e terza puntata.

9 Agosto 2007: la partenza

Alle ore 9 circa del mattino inizia l’avventura. Lucio, uno degli otto uomini del gruppo, viene a prendermi con l’auto sotto casa: arrivo in strada che ho già mal di schiena, ho portato giù per le scale 20 kg, tutti sulla spalla destra e altri tot su quella sinistra… perché cavolo non ho chiesto aiuto?… sono la solita scema, adesso mi sta bene se l’ernia del disco per tutto il viaggio mi prende per il culo fischiettando “Indipendent Women” delle Destiny’s Child. L’aereo parte da Malpensa alle 14,20 con un volo Lufthansa, ma l’appuntamento col tizio dell’Agenzia che ci darà i nostri biglietti è alle 11,40, poco prima del check-in.

Nel viaggio verso l’autostrada raccogliamo altre persone, facciamo un paio di soste caffè, conosco John; siamo tutti felici e rilassati, finalmente comincia la vacanza tanto attesa e che spero indimenticabile.

A Malpensa il folto gruppo di genovesi incontra altri partecipanti sconosciuti: Domenico2 e Ezechiele piemontesi D.o.c., Daniela e Paolo, lumbard. C’è anche Valerio che ho già incontrato un paio di volte a Genova ma non lo riconosco e mi ri-presento… gaffe inspiegabile che mi costerà la sua antipatia per tutto il viaggio. Siamo un gruppo grosso modo omogeneo per età, ad eccezione di Domenico2 ed Ezechiele che hanno qualche annetto più di noi ma sono per certi versi più giovani di tutti gli altri, oltre ad essere provetti viaggiatori: Ezechiele è già stato in Namibia all’inizio degli anni ’90 e vuole vederla di nuovo perché gli è rimasta nel cuore.

L’avventuroso Tour Operator ha regalato a Domenico, il nostro coordinatore, un viaggio un po’ più movimentato del nostro: parte da Linate all’alba e verso le 9 è già a Francoforte. Lo incontreremo là verso le 16,00, in fondo le attese in aeroporto non sono che utili esercizi Zen per sviluppare la virtù della pazienza.

 

mondo

             Il rapido e comodo volo per arrivare a Windhoek 

Che dire di un viaggio così lungo? Non so. Sono riuscita a mangiare qualcosa in volo anche senza aver allertato la compagnia di volo sulla necessità di un pasto senza carne (non sarebbe stato abbastanza rischioso avvertire prima, no?). Ricevo dalla South African Airways un grazioso kit contenente un paio di orribili calzini fosforescenti, spazzolino da denti con dentifricio monodose, mascherina per gli occhi: in viaggio mi porto sempre la “sordità tascabile”, gli insostituibili tappi di cera, e infatti sono una delle poche persone del gruppo che dorme. Sempre.

Questo primo giorno di vacanza è un po’ un buco nero, come lo sono in genere gli spostamenti in aereo in cui non succede nulla di speciale (come turbolenze, dirottamenti o esplosioni in volo).

 

Bene, ora mi tocca aggiungere almeno il giorno dopo, perché questo post non soddisfa neanche me.

 

 

 

10 Agosto 2007: arrivo in Africa

         

Atterriamo a Cape Town alle 5 del mattino, è freddo in aeroporto mentre fuori albeggia: il tempo fa schifo, piove e penso con nostalgia all’estate nel Mediterraneo, nell’altro emisfero. Gironzoliamo per i pochi negozi dell’aeroporto, prendendo un assaggio dei possibili souvenir. Vengono incaricate le persone che si occuperanno della cambusa e della cassa comune, attività delicate e impegnative, visto che siamo in quindici.

Alle 8.15 parte l’aereo per Windhoek e finalmente, dopo un intero giorno di viaggio, verso le 9 arriviamo in Namibia. Mentre atterriamo guardo fuori e cosa vedo? Il nulla. Terra arida con cespuglietti secchi, il cosiddetto “bush”: date un occhiata con Google Earth, sembra un luogo irreale, non si vede un villaggio o una casetta, nulla, solo terra secca. Al momento questo paesaggio lunare apparentemente privo di vita non tocca nessuna delle mie corde.

10 ago - Aeroporto Windhoek

                          l’aeroporto di Windhoek

Dopo le formalità doganali ci illudiamo di avere ancora tutta la giornata a disposizione: cambiamo gli euro in dollari namibiani (N$) e poi perdiamo un’infinità di tempo per il noleggio dei veicoli: la Hertz, presso la quale il Tour Operator ha prenotato i nostri tre pick-up, tarda diverse ore a consegnarci i mezzi, così ciondoliamo sulle sedie dell’aeroporto chiacchierando tra noi e facendo la guardia ai bagagli come mastini. Una noia mortale. Assaggiamo il clima della Namibia mettendo il naso fuori e con sollievo constatiamo che il loro inverno sembra una calda primavera italiana, almeno di giorno. La Hertz ci consegna due auto provvisorie poiché le nostre non sono ancora pronte così possiamo raggiungere l’albergo nel quale dormiremo una notte, l’Hotel Cela che, più che altro, sembra un motel. Gli autisti designati (tutti uomini, nonostante si sia nel terzo millennio e nel gruppo ci siano provette guidatrici) prendono confidenza con la guida a sinistra: non è una cosa immediata, sembra sempre di andare contromano. Maledetti britannici.

Possiamo finalmente farci una doccia, e dopo mi unisco al gruppo che si occuperà di acquistare le cibarie per la cambusa. Paola, la cambusiera, sembra avere le idee piuttosto chiare su menù e quantità da acquistare. Nel grande supermercato c’è proprio di tutto, ma per i miei gusti avrei eliminato un po’ di carni secche e importato qualche formaggio dall’Europa. I prodotti caseari sono veramente una nota dolente: c’è solo quella specie di formaggio olandese con la cera rossa sulla crosta e poi un’impestazione di sottilette, tutte rigorosamente piene di sostanze che in Europa non si usano più; c’è anche un noto produttore italiano che rifila in Namibia prodotti che in Italia gli marcirebbero in magazzino, magari pensa che sotto l’Equatore i coloranti non siano inutili e dannosi. La spesa è un lavoro massacrante che dura almeno un paio d’ore, e che per molti versi risulterà praticamente inutile. Mi perdo così l’opportunità, con Paola, Luana e Francesca, di girare la Capitale, nella quale paiono esserci degli interessanti edifici coloniali: mi riprometto di visitare il centro l’ultimo giorno, quello prima del volo di rientro.

Per la cena Domenico prenota in un ristorante nel quale non arriveremo mai: il tassista fa finta di non capire le indicazioni e ci porta in un locale che decide lui. Va benone per quasi tutti perché il Joe’s Beerhouse è comunque un posto carino, segnalato pure dalla Lonely Planet. L’unica che si troverà malissimo sono proprio io, simpatizzante vegetariana e poco interessata alle grigliate di qualsivoglia mammifero o rettile. Il menù mi offre un’insidiosa scappatoia: cannelloni ricotta e spinaci. Come posso aver pensato per un solo istante che fosse un piatto commestibile? Me tapina, si rivelano i cannelloni più atroci mai mangiati in tutta la mia vita. Si presentano immersi in un sospetto lago di sugo rosso generoso in glutammato, e sono letteralmente immangiabili: sembra che abbiano riempito i tubi di cartone della carta igienica di sterpaglie verdi e poi li abbiano pucciati nella vernice rossa. Di ricotta neanche l’ombra. Li lascio tutti nel piatto e poi provo pure a spiegare alla cameriera che in Italia li facciamo “un po’ diversi”. Mi consolo con una crêpe alle fragole con gelato alla vaniglia e salsa di Amarula, una vera delizia. Gli altri sono così soddisfatti delle loro cene che decidono alla quasi-unanimità di tornare da Joe la sera prima del rientro in Europa, mentre io programmo il suicidio.

10 ago - Joe

                                    fuoco ristoratore al Joe’s Beerhouse

La notte a Windhoek ad agosto fa un freddo porco: ho addosso il piumino lungo fino al polpaccio, e l’aria gelida mi entra nel collo. Non vedo l’ora di essere sotto le coperte (forse sognerò un’isoletta greca).

Capisco che questi primi due giorni non dicono ancora molto dell’Africa… In effetti il viaggio vero comincia l’11, il giorno successivo, per il quale dovrete avere ancora un po’ di pazienza…

 

 

Diario di Viaggio. Prima puntata

          Erano due anni ormai che facevo vacanze all’insegna del riposo: Mars Alam, Ponza, Punta Cana, Costa Azzurra, e naturalmente tanta Liguria. In questi casi la predominante posizione orizzontale del corpo (sulla sabbia o in mare) ti fa dimenticare quasi di possedere la facoltà della stazione eretta. Tutto ciò che riempie le tue giornate è solo Sole, Sole, Sole: mezz’ora panciasù, mezz’ora panciagiù, tuffo in acqua, spalmatura di creme solari, letture rilassate, U2 nell’mp3, sonnellino, chiacchiere sotto l’ombrellone. Insomma, puro e semplice relax.

          Ma quest’anno è iniziato con una sostanziale disaffezione alla tintarella: ormai l’abbronzatura non è più cool, anzi è pure piuttosto cafona, soprattutto quando rincorrendo ossessivamente il raggio UVA si finisce per ottenere l’incarnato tipico del maialino sardo allo spiedo.

          Così ho deciso di trascorrere le mie vacanze di questa estate in un luogo remoto, dall’altra parte dell’emisfero dove adesso è inverno e le ore di luce così poche da lasciarti sempre la voglia che il giorno duri molto di più: la Namibia, nel Sud-Ovest dell’Africa, un altro mondo.

La prima volta che me ne parlarono neppure sapevo dov’era, ma poi quando vidi le foto di presentazione del viaggio, capii che dovevo andare: gli animali selvaggi, i luoghi vasti e desertici, le dune di sabbia, gli Himba, gli Herrero, tutto mi chiamava a gran voce.

Da oggi questo spazio diventa un diario differito di quei giorni appena trascorsi in uno dei paesi più aridi e meno popolati del Pianeta: le foto di ciò che ho visto, i miei pensieri, le dinamiche del nutrito gruppo di partecipanti, per fissare i ricordi e non vederli dissolversi nella sovrapposizione dei tempi che sono stati e di quelli che verranno.

Questo blog non è mai stato così blog.

 

Tutto è cominciato a giugno, quando mi sono iscritta al viaggio organizzato da un noto Tour Operator di “viaggi avventurosi”: il gruppo sarebbe stato composto da 15 persone, alcune delle quali della mia città. Il viaggio ci è stato presentato come faticoso e spartano, dovendo percorrere in 15 giorni circa 4500 km a zonzo per la Namibia in jeep, dormendo talvolta in tenda (e preparandoci i pasti con una cucina da campo) e talvolta in lodge (cenando in “ristorantini”, così vagamente definiti dal Tour Operator).

Nel mese di luglio mi sono procurata alcune delle cose indispensabili per la spedizione: una sacca da viaggio con rotelle da 90 lt, occupati per i 4/5 da un pesante sacco a pelo per temperature inferiori allo 0°, il relativo materassino autogonfiabile, e la tenda a igloo che avrei condiviso con una compagna di viaggio. Ho acquistato pure un buon numero di medicinali alcuni dei quali consigliati dalla Lonely Planet come farmaci indispensabili, augurandomi di riportarli intatti a casa: paracetamolo per eventuale raffreddamento, un antistaminico, un antibiotico ad ampio spettro, un antibiotico intestinale e un antidiarroico. Non ho portato l’antivomito e forse per questo motivo l’unico problema che ho avuto è stato proprio il vomito… l’ultimo giorno di viaggio. Avevo poi un disinfettante, un antivirale per herpes labiali e naturalmente uno scacciaguai a forma di Rupert (rimasto in Italia per ricaricarsi un po’ le pile).

Ho acquistato anche una lampada frontale a led (tipo da speleologo) che sarebbe stata utile per muovermi al buio nei camping (alle 18 in Namibia il sole è già tramontato), soprattutto per non inciampare negli sciacalli, che mi era stato detto sarebbero stati numerosi e di indole assai impertinente (confermo: gli sciacalli sono bestiole dal tenero aspetto di volpi ma con andatura furtiva e “sinistra”, che si aggirano fameliche tra le tende sempre in cerca di avanzi).

L’abbigliamento è stato essenziale, soprattutto perché non c’era più posto in valigia: un costume (mai usato), tante mutande, poche magliette, una scarpa sportiva chiusa e una aperta, uno short, due panta lunghi, un pezzo di sapone di Marsiglia per eventuali lavaggi di fortuna, due pile (pron. pail… hai letto bene, quei golf pesanti che si usano d’inverno…) e un piumino lungo perché le temperature potevano essere rigide soprattutto di notte… E se non è avventura questa, eh?

Nel mese di luglio ho telefonato ad un Centro di Medicina dei Viaggi, perché non era chiaro cosa coprisse l’Assicurazione Sanitaria fornita nel “pacchetto viaggio”, e soprattutto per sapere quali vaccinazioni fare (la mia ultima risaliva ormai agli anni ’70 e avevo qualche fondato sospetto non fosse più efficacie). Indimenticabile la conversazione telefonica con l’Operatore Sanitario della ASL:

 

         Buongiorno, volevo sapere quali vaccinazioni sono necessarie per andare in Namibia e se esiste qualche convenzione sanitaria tra gli Stati, in caso di necessità…

         Ascolti Signora, deve fare l’antitetanica, l’antidifterica, l’antitifica e l’epatite A. Non ci sono convenzioni sanitarie, il suo Tour Operator dovrebbe darle un’Assicurazione e badi bene che preveda anche il “rientro della salma”… scusi, sa… ma poi ai parenti tocca prendere l’aereo per portarle due fiori sulla tomba…

        

 

Se già non sei in ansia per una partenza così delicata, il Tour Operator te ne fornisce una dose supplementare inviandoti (esclusivamente via e-mail) il bollettino per saldare il costo del viaggio poche ore prima che decolli l’aereo e, bada bene, puoi pagare solo agli sportelli postali (bonifici, assegni, carte di credito sono considerati strumenti di pagamento troppo tranquilli).

Il Tour Operator, per rendere ancora più movimentata la vacanza, ci ha comunicato il “piano voli” pochi giorni prima della partenza ed io, insieme ad altre due fortunate partecipanti, abbiamo vinto un supplemento di imprevisto: partenza da Malpensa e rientro a Linate. Yahooo! Inoltre sarebbe stato troppo semplice un Genova-Londra-Windhoek (Windhoek è la Capitale della Namibia), il nostro amorevole Tour Operator ha pensato per noi un itinerario più variegato, per farci sentire da subito tutto il sapore dell’avventura: Genova (by car)-Malpensa-Francoforte-Cape Town-Windhoek, per un totale di circa 24h di viaggio… E che dire del piano voli di rientro? Quasi due giorni interi per tornare a casa… questa si che è avventura!!! Windhoek-Cape Town-Londra-Linate-Genova (by car)! Inoltre stai così tante ore svaccato negli aeroporti di passaggio, che in alcuni posti puoi pure tentare di perdere l’aereo andando a visitare la vicina città… Chi potrebbe riempirti così tanto la vacanza di Avventura?!?

 

Da domani comincia il racconto on the road, anche se sarebbe più corretto dire on air