L’ultima pizza

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Martedí prossimo avrebbe avuto il verdetto definitivo, e quella di lunedí sarebbe potuta essere la sua ultima pizza.

The last pizza, forever.

Si fece un programma culinario per gli ultimi giorni prima di quel fatidico martedí, cosí quel fine settimana avrebbe potuto entrare negli annali, quelli degli eventi memorabili: sabato, colazione con focaccia pucciata nel cappuccino d’orzo, paneburromarmellata a strafogo, pranzo lasagne alla bolognese, pane, pane, pane da imbottirci gli stomaci di tutto il condominio, spaghetti alle vongole la sera; domenica colazione con strudel di mele, biscotti, fette biscottate, muesli di cereali, pranzo trenette al pesto, cena pizza siciliana, omelette ai funghi e alla nutella. Ma era lunedí il giorno clou, quello prima del patibolo: pranzo con pizza ai quattro formaggi e bruschette ai frutti di mare, cena con una bella pizza napoletana, mozzarella pomodoro alici, mmh… ma perché limitarsi ad una? Se doveva essere l’ultima magari poteva mangiarne anche due, o tre. Forse poteva fare indigestione, sperava che poi sarebbe stato disgustato per tutta la vita, e non avrebbe desiderato mai piú quei sapori e quelle consistenze accarezzare le sue fauci. Quattro, si ne avrebbe mangiate quattro, probabilmente il pizzaiolo sarebbe andato a stringergli la mano commosso. E insieme fiumi di birra, neanche un irlandese avrebbe potuto bere piú di lui, perché anche quelle sarebbero state le ultime: il binomio pizza/birra aveva la religiositá che di solito si attribuisce alla Trinitá, ma in versione ridotta, e lui sarebbe suo malgrado diventato un ateo.

Pensó con tristezza che probabilmente sarebbe uscito dal folto gruppo di persone che possono proporre con nonchalance “andiamo a mangiare una pizza?” e sarebbe entrato in quello sparuto gruppo di sfigati che loro malgrado devono rispondere “no grazie, non posso mangiare la pizza”.

Era giá qualche tempo che faceva i suoi test di palato: una tortura auto-inflitta per provare a mettere piede in un mondo nuovo, quello del gluten free. Immaginate un mediterraneo, anzi peggio, immaginate un italiano senza pasta, senza pane, senza dolci, e soprattutto senza pizza. E con una ulteriore aggravante: immaginate un genovese senza focaccia. Era la sicura morte delle papille gustative, sarebbero andate incontro a necrosi spontanea, ne era certo. Se non poteva piú mangiare tutti quei cibi, sarebbe stato come stracciargli la cittadinanza in faccia, e poi lasciare che il vento portasse ogni piccolo coriandolo di quel documento in giro per il mondo, tra i patatofili del nord Europa, nelle risaie degli asiatici, nelle uccelliere a nutrirsi di miglio ed altri becchimi come fosse stato un canarino. Dannazione, che destino infame.

Venne lunedí sera e il pizzaiolo non credette ai suoi occhi quando ordinó la sesta pizza, poi volle un autografo sul suo grembiule bianco e si fecero scattare insieme un paio di foto e un filmato col telefonino da mettere su YouTube. Lui aveva nello sguardo la disperazione dell’ultima pizza. Se domani, aprendo la busta con il referto delle analisi, avesse scoperto l’irrimediabile, irrevocabile, irreversibile destino, era sicuro che nella sua bocca per sempre avrebbe sentito formicolare la pizza, come un monco con il braccio perduto.

 

 

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Alfa

 

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Tanti anni fa mio fratello mi fece un’osservazione non propriamente da etologo, sosteneva che non esistono piccioni cuccioli. All’epoca insinuò un alone di mistero in questo fatto. Ovviamente era un’idiozia, perché chi può dire di aver visto un passerotto o un pettirosso piccolo? Gli uccelli escono dal nido solo quando sono “pronti”, cioè adulti. Così le volte che mi capita di vederne qualcuno lo fotografo e poi glielo mando con la didascalia “i cuccioli di piccione non sono più un mistero”. Questi per esempio, sono i due rompicoglioni che frignano affamati nel loro nido di piume e guano disturbando il mio studio in giardino: la coppia che da anni tuba sul cornicione del palazzo di fronte, ha messo su famiglia in una piccola nicchia e si danno un gran daffare a portare cibo ai due eredi. Si vede già che uno dei due è Alfa, sgomita e ottiene più cibo, e cresce più veloce. Anche tra noi umani si capisce subito chi è Alfa e chi non lo è, perché le prove di forza e la sopraffazione sono tra i nostri sport preferiti. Siamo animali, ne più ne meno di un lupo o di un piccione. Solo non rivestiamo di cacca i nostri nidi.

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Questo gatto dagli occhi spiritati appollaiato su un albero è un micio adottato da una gattara sulle alture di Genova. Probabilmente riceve molte più attenzioni di tanti esseri umani, quelli per esempio che sono così disperati da saltar su una “carretta del mare” per venire a cercare fortuna in Europa. L’altro giorno ero a far la spesa al supermercato e improvvisamente di fronte allo sconfinato banco dei formaggi mi è parso chiaro un fatto, che sta sotto gli occhi di tutti, ma al quale non pensiamo mai: noi abbiamo “troppo”. Questa è la società del benessere, e nonostante la crisi, noi siamo veramente ricchi, soprattutto se paragoniamo il nostro tenore di vita a quello di altre popolazioni nel mondo: nei miei viaggi da donna “ricca” europea ho visto paesi nei quali non si sognano neanche un decimo di quello che abbiamo noi. Sono stata a Cuba nel 2004, non come Varadero-turista, ma ho girato l’isola e vissuto nelle posade: ricordo che tornai con un buco nel cuore, per aver visto la miseria e la “prostituzione di massa” come unica risorsa di emancipazione; ho visitato, seppure in modo più rapido e superficiale, anche il Marocco, l’Egitto e la Tunisia, e non ci vuole poi molto a capire che sono poveri; in Namibia i bambini spesso sono scalzi e si arrangiano vendendo pietre ai turisti (ovviamente i bianchi sono i più ricchi). Così davanti a quella incredibile scelta di formaggi, uno più buono dell’altro, ho realizzato che rimandiamo in Libia i barconi di disperati perché il formaggio è nostro e ce lo vogliamo mangiare tutto noi. Abbiamo panzoni grassi, doppio mento, culi grossi come portaerei, e per dimagrire andiamo dal dietologo, oppure compriamo barrette assurde in farmacia. Abbiamo case scaldate d’inverno e rinfrescate d’estate, abbiamo l’acqua calda ogni volta che vogliamo farci una doccia, abbiamo gabinetti e quella cosa meravigliosa che è la morbida carta-igienica; abbiamo dentifrici, spazzolini, filo interdentale; abbiamo armadi pieni di vestiti, borse coordinate con le scarpe, e trucchi e creme per le rughe, e profumi, e libri, tantissimi libri e riviste; abbiamo i musei e la maledetta televisione, abbiamo la musica sempre nelle orecchie con i lettori mp3, il collegamento veloce a internet, abbiamo tre cellulari a testa, due auto e una moto, molti hanno la casa al mare, quella in montagna e una pure in campagna. Abbiamo giganteschi frighi pieni di cibi light o grondanti colesterolo. Siamo dei re, con il nostro scaffale pieno di formaggi, almeno quattro marche per ogni tipo. È tutta roba nostra, perché dovremmo dividerla con qualcuno che muore di fame, di guerra e di persecuzioni? Non sono cattolica, non sono cristiana: non credo, sono una agnostica molto confusa sull’aldilà, ma parecchio anche sull’aldiqua. Mi chiedo chi siano i cattolici, chi siano quelle persone che pregano Dio e gli chiedono solo cose per se stessi, quelli che vanno in chiesa lasciando il Suv posteggiato in seconda fila, quelli carichi di gioielli e vestiti firmati assurdamente costosi, cuciti per noi da masse di schiavi nelle fabbriche-lager sparse sul Pianeta.

È il nostro mondo, guai a chi lo tocca. Tornate “al vostro paese”, che qui non vi vogliamo. Bravi cattolici che fanno la comunione e battezzano i figli, e poi l’importante è solo avere una fede al dito per dire che credi nella famiglia, non importa se poi vai a puttane, paghi per trombare delle povere ragazzine disgraziate che in Italia pensavano di trovare l’Eldorado, tu sei un bravo cattolico perché quando vedi il Papa magari ti commuovi.

Qualche giorno fa ho sentito la notizia di una bambina di pochi mesi, figlia di immigrati, che è morta di asma, la mamma non aveva i soldi per curarla. Come è possibile in un paese che ha scaffali straboccanti di formaggi?

Anche io sono una privilegiata, un’egoista che ha paura di tutte queste masse di disperati, e me ne vergogno. Se è vero che non possiamo realmente accogliere chiunque, è anche vero che tutti i Governi europei dovrebbero affrontare il problema della povertà, che non significa  non poter andare in vacanza o comprarsi un vestito, significa non avere nulla da mangiare, non avere magari neppure i denti, o un paio di occhiali per vederci bene. Non ci rendiamo conto neppure lontanamente di che cosa sia la povertà.

Siamo una popolazione Alfa, e agli altri lasciamo solo le ossa.

Polizia Municipale, devo farle il verbale

Il 30 luglio del 1998, mi trovavo a Creta sulla statale tra Hersonissou
e Rethymno, in moto col mio compagno. Avevamo in programma un giro turistico in città: faceva un caldo africano già dalle prime ore del mattino ma per fortuna potevamo girare tranquillamente senza casco in virtù di una tolleranza vacanziera benevolmente diffusa sull’isola. Non ci sembrava vero poter tornare ai vecchi tempi in cui, anche in Italia, potevi andare al mare con la chioma al vento ed evitare la discutibile messa in piega risultante dal mix letale di caldosudoresalecasco, che quando ti togli l’odiato elmetto i capelli assomigliano ad un tupé di peli di topo.

Il signore della Rentbike che ci aveva affittato la moto (del quale non avremmo dovuto fidarci dal momento che ci aveva rifilato un catorcio senza luci), non ci aveva detto però che la Polizia Municipale multa volentieri i turisti quando deve tirare su un po’ di solidini per il Comune, come pare succeda in tutto il mondo. Infatti ci fermarono e ci appiopparono una multa corrispondente a 70.000 lire, che 10 anni fa erano una cifra capace di minare il sorriso vacanziero. La cosa più irritante, arrivati a Rethymno, era vedere che in effetti TUTTI giravano senza casco, anche sfacciatamente davanti ai Vigili Urbani, i quali non facevano una piega: tolleranza totale. Perché mai avremmo dovuto pagare la multa? Decisi di andare al Comando a tentare la disperata operazione “mi leva la multa?”.

Notare che a Creta all’epoca prendemmo un sacco di fregature perché con il problema della lingua molto spesso i commercianti non ci diedero il giusto resto nei pagamenti, quindi non avevo molte speranze. Ricordo ancora che in occasione della mia incursione al Comando, sfoggiai tutte le prime 15 lezioni dello Shenker for You in cassetta: esordii con un “May I come in?” mettendo la testa dentro l’ufficio del Comandante, un omone imponente e sovrappeso. Non ricordo il resto della conversazione ma, per una che non parlava inglese, riuscii nell’impresa e la multa fu stracciata. Vittoria.

Ieri, diversamente dalle mie abitudini, sono passata in via Corsica, dove una pattuglia di 5-vigili-5 fermava un veicolo si e uno no: si fermi signorina… accosto tranquilla perchè so di avere tutto in ordine, e quando faccio per prendere il libretto di circolazione… glom!, è in un’altra borsa… da almeno dieci giorni è nella 24ore che ho portato a Roma… Mi spiace devo farle il verbale… ma lo devo pagare anche se porto stasera al Comando il libretto? Si lo deve pagare… La cifra curiosamente è quella di dieci anni fa in Grecia: 36 eurini che prendono il volo verso il tombino, accompagnati per mano da 1,5€ di bollettino postale. Penso: se sono riuscita a farmi togliere una multa in Grecia parlando un inglese assurdo, forse riuscirò in italiano a convincere qualcuno al Comando che sono una guidatrice provetta e non ho MAI preso una multa in tutta la mia vita, sono l’unica genevese che percorre la sopraelevata senza superare i 60 km/h, e, notare bene, solo io e gli ultrasettantenni rispettiamo qualunque disposizione del codice della strada.

Vado a casa, recupero il libretto di circolazione, e via al Comando di Corso Firenze: May I come in? Si accomodi, il tipo sorride quando gli chiedo di eliminare la contravvenzione col mio primato da Guinness, anche se porta la fede magari gli faccio gli occhi da Bambi e un sorrisone dei miei e me la toglie… Col cavolo. Ecco signora il bollettino, e conservi la ricevuta di pagamento perchè poi magari gliela chiedono tra qualche anno e se non ce l’ha deve pagare di nuovo.

Morale: questa è la palese dimostrazione che sono invecchiata, il fascino dell’Argento è in declino. Avrei dovuto capirlo dal mobiletto in bagno, che straripa di creme antirughe e non ce n’è una che funzioni. La prossima volta minigonna e accavallamento di gambe alla Sharon Stone.