Tutto bagnato

     

gocce

foto di Betty Argento

         Tutto bagnato, poca luce che in confronto BladeRunner aveva un’ambientazione caraibica, il cielo sempre basso e col naso che cola. Mi sembra che piova da sempre, una sensazione di vivere in fondo al mare, e che l’aria sia cosi bagnata da richiedere branchie e squame. Il colore azzurro estinto da milioni di anni.
         Sono in giro e guardo la gente sotto la pioggia, un uomo é caduto dallo scooter, é sdraiato scomposto sull’asfalto, con la faccia in giú e il casco ancora infilato, come cazzo si deve star male quando piove e fa freddo? oltre ai traumi che ti sei procurato cadendo che renderanno le prossime feste indimenticabili. Un bambino attraversa la strada per mano alla nonna, indugia davanti ad una pozza d’acqua stagnante al bordo del marciapiede, Dio benedica gli stivali di gomma per il salto godurioso che ci si può fare coi piedi dentro senza prendere una sberla o lussandosi una spalla per lo strattonamento della nonna! Una signora coi capelli tinti di un biondo tipico della mezza età inoltrata, attraversa nell’altro senso, ha indosso quegli orrendi stivali tipo squaw, che usano ora le ragazzine, porta anche un giubbino corto e i pantaloni neri che le si infilano dentro al culo, penso che ha rubato tutto alla figlia approfittando che é a scuola, si muove con un malinconico residuo di femminilità, e penso che va bene così, dietro liceo e davanti museo, sempre meglio che cimitero. La gente é impazzita come al solito in questi giorni, in pescheria tutti bagnati col numero del turno stretto in pugno, pronti a tirarlo in faccia al primo che prova a passarti avanti, ghiaccio e animali lucidi con l’occhio spalancato sulla morte, una platea di cadaveri che ci guarda senza sgomento, e poi vedo un occhio che si apre e chiude, ci guarda con le chele legate in una stretta morsa di plastica, e penso a quanto dobbiamo sembrare spietati, ancora non sa che passerà gli ultimi istanti della sua vita a morire sul fuoco, mi sento una merda anche se non sarò io il suo carnefice, ho solo provato a guardare da quel piccolo occhietto corazzato verso i buongustai che poi dicono di voler bene agli animali. Quanto si sta più in pace col mondo ad essere vedetariani. E quanto sono buoni i crostacei.
        Sogno ad occhi aperti una giornata in Egitto di alcuni anni fa, quando tutto era così caldo e asciutto da sembrare impossibile che esistesse l’acqua. 

 

Dolore gratuito

Stasera mentre mi introducevo dentro la Coop della Lanterna col mio carrello bello pimpante, una cogliona che poi si é pure svelata stronza, maleducata e indisponente, usciva dal centro commerciale con il cervello sconnesso: portava con imperizia un carrello stracolmo di sedie impilabili, quelle bianche che son belle per un paio di giorni al massimo e poi diventano pezzi di plastica orrendi che fanno tanto tristezza. Io spingevo con entrambe le mani il carrello e la destra era fatalmente nella traiettoria del carico sporgente della sciagurata cogliona: il dolore é stato lancinante, mi ha preso in pieno la falangina dell'anulare e l'unica cosa che sono riuscita a dire é stato MERDAAAA! mentre la stronza se ne andava dicendo mi scusi.
– ma dove va? mi ha fatto male, se ne rende conto?! sto sanguinando e lei se ne va cosí?!
La cogliona torna indietro, mi chiede se lo muovo, si ma ancora per poco visto che diventerá un salsicciotto entro stasera.
Be' insomma, arrivederci e tante grazie. Ora mi chiedo, ma si puó far male a qualcuno, tra l'altro proprio di venerdí sera in modo da regalargli un fine settimana da invalidi, senza farsi carico di alcuna responsabilitá?
E non é neanche la prima volta:
– maggio 1997, passeggio per la Medina di Casablanca, un tizio mi urta pesantemente una mano camminando, mi spella pure il dorso, non dice nulla (che tanto parla arabo e chi lo capisce?) e svanisce nella calca; 
– luglio 2006, Costa Azzurra, in spiaggia me ne sto beatamente sul bagnasciuga quando un signore francese in vena di amenitá vacanziere lancia un frisbee e invece di raggiungere il figlio prende me su un polso: dolore, gonfiore, rabbia, scusemuá, ma vaffanculo;
– giugno 2008, Dublino, mi sto allontanando dal St. Stephen's Green in direzione di Grafton Street, quando un tizio camminando mi da un colpo fortissimo sulla mano sinistra': molto piú che dolore, diventa blu con contorno di escoriazioni, il tizio se ne va dileguandosi tra la folla senza neanche girarsi, mentre a me vengono su due litri di lacrime e una tonnellata di rabbia perché non mi viene in mente neanche una parolaccia in inglese. Provvederó immediatamente il giorno dopo a chiedere al mio insegnante di indicarmene qualcuna: what the fuck? fucking bastard! gobshite! fuck it!, arrivano tutte troppo tardi comunque perché io mi tengo la mano pesta e lo stronzo ormai é lontano.
– innumerevoli pestate di piedi sparse durante tutto il corso della mia vita, in particolare ad un concerto di Manu Chao, che chi me l'ha fatto fare ad andarci in mezzo a tutti quei punkabbestia e sconvolti dell'ultima ora.
Fanculo, fanculo a tutti gli stronzi che ti fanno male e se ne vanno dicendo solo scusa, quando va bene. Cosa vorrei di piú?!? Cazzo non lo so. Ci sará qualche diritto del passante infortunato?
Cazzo cazzo cazzo.

Mamma ho preso l’aereo!

               Caro Sig. Paziente in Dialisi, ho due notizie da darle, una buona e una cattiva, quale vuole per prima?

               Mi dica solo la buona e lasci perdere la cattiva

               Cosí peró non avrá una visione d’insieme della situazione

               Ok, allora mi dica la buona ad alta voce e la cattiva sussurrando

               La notizia buona é che oggi pomeriggio é morto un tizio e c’é un rene nuovo fiammante pronto per lei; quella cattiva é che il suo chirurgo é a Roma e viaggia con Alitalia.

 

Immagino cosí la conversazione intercorsa oggi pomeriggio tra una persona bisognosa di un trapianto, magari in lista d’attesa da anni, e il medico curante: ero a Fiumicino e ho vissuto il retroscena del dialogo immaginario con i miei occhi (e anche con tutto il resto, ovviamente).

La giornata era andata splendidamente dal punto di vista avionico, avevo giá preso tre aerei, tutti partiti puntuali e arrivati – udite udite! – in ANTICIPO! Ma a fine giornata mi attendeva il volo piú critico, quello da Roma per tornare a casa: quando parto per una trasferta che implica aerei sono di norma rassegnata a ritardi, cancellazioni e pure a sentire le scuse piú improbabili pronunciate con un ombra di vergogna dagli addetti di Alitalia. Tanto per raccontarne un paio di quelle memorabili, qualche mese fa il volo decolló con un’ora di ritardo perché a loro dire mancava un giubbetto salvagente in cabina; la piú buffa me l’ha raccontata qualche giorno fa il mio capo che, dopo uno snervante ritardo riesce finalmente ad imbarcarsi ma l’aeromobile non ne vuol sapere di partire, quando il Comandante si sente in dovere di dare una spiegazione per calmare gli animi degli scalpitanti passeggeri, e annuncia piú o meno cosí:

– Qui é il Comandante, tra pochi minuti decolleremo, appena riusciamo a recuperare un passeggero che ci é scappato sulla pista.

…e cosí via, probabilmente la realtá supera qualunque fantasia.

 

Stasera dovevo imbarcarmi alle 17.15, mi sono diligentemente messa in coda, sono salita sull’autobus che ci avrebbe portato all’aeromobile e ho atteso minuti infiniti appesa al freddo tubo del bus: di lí a poco avrei scoperto che era in agguato il famigerato “guasto tecnico”, un brillante eufemismo per dire “scordati di decollare in orario”, ma anche “dimenticati di arrivare in tempo per andare al cinema”, e soprattutto “non possiamo surgelare il suo rene, forse dovremmo aspettare che muoia qualcun altro, beninteso se non muore prima lei”.

Una signorina Alitalia é venuta verso l’autobus e ha sussurrato ad un solo passeggero (il primo che le é capitato a tiro) che c’era qualche problema, poi é tornata dentro: questo é stato il massimo dell’informazione ricevuta, corrispondente a poco piú di nulla. La gente quando é in gruppo spesso si rincoglionisce, erano tutti lí inerti con il cervello in stand by, cosí sono scesa e sono andata a chiedere spiegazioni, poi sono tornata sull’autobus e ho fatto il lavoro della signorina Alitalia, ho condiviso le informazioni ricevute, raccogliendo persino i complimenti di un compagno di sventura per il mio “inusuale atto di coraggio", quello di pretendere delle informazioni. In linea di massima, diciamo la veritá, come consumatori di solito ci pieghiamo a 90 gradi e lasciamo che Alitalia faccia col nostro sedere quello che vuole: si chiama supina rassegnazione, nessuno dice una parola, tutti muguagnano tra i denti e stop. Ma a sorpresa un signore si avvicina al desk e fa presente che lui deve sapere se e a che ora decolla, perché a Genova lo aspettano per un trapianto e il paziente deve andare in pre-anestesia con tempi calcolati. Se fino ad un attimo prima pensavo che sarei stata dirottata su un altro scalo come l’ultima volta che ho preso l’aereo e sono finita a Milano, forse grazie alla sfiga di questo poveraccio che aveva probabilmente giá la schiena tutta pitturata di tintura di iodio e tubicini che entravano ed uscivano da varie parti del suo corpo, la situazione nebulosa fino a pochi minuti prima si é sbolccata e per magia hanno allestito un altro aeromobile: alla fine siamo atterrati con “solo” un’oretta di ritardo, e forse il tizio col rene nuovo ora é sotto i ferri o sta accendendo un cero a Santa Alitalia che gli ha fatto la grazia.

Per concludere, una informazione sconcertante: il suddetto chirurgo mi ha raccontato che non era la prima volta, che gli succede in continuazione, e non é inusuale che il nobile dono di un pezzo del proprio corpo per salvare la vita a qualcun altro sia stato sprecato per un “guasto tecnico”.

Non c’è rosa senza spine

ParadiseCorner

 

Questo è un luogo ritagliato da una foto del Paradiso.

L’ansia di arrivare accelera i miei passi giù per la stretta strada, come se tenessi il fiato e in fondo al sentiero ci fosse il premio di poter respirare un paesaggio così intimamente familiare che vorresti gli scogli fossero la tua casa e la tua pelle, le chiome dei pini i tuoi capelli, l’incessante frinire delle cicale il tuo modo di fare le fusa al sole implacabile d’agosto, grida di gioia i versi goduti dei gabbiani. Il mare è una pietra smeraldo tagliata dal vento, puoi nuotare in un morbido frammento di vetro brillante tra piccoli pesci di cui non saprai mai il nome, desiderare le branchie per indugiare in amniotici volteggi subacquei. Nessun pensiero, solo qui e ora.

Oggi l’aria è calda e umida come quella di un forno appena cotto il pane, trascorro ore all’ombra in compagnia di John Fante, silenzioso narratore di grandi emozioni.

Devo forse espiare qualche peccato se questo angolo di Paradiso è funestato dalla presenza di un uomo talmente logorroico da farmi desiderare una momentanea sordità, o una provvidenziale mutazione genetica: palpebre nelle orecchie. Costui si nutre di timpani ansiosi di ascoltare noiosi racconti o perle di saggezza socio-politica, in un continuo sfoggio di cultura di cui vorrebbe si rimanesse impressionati. Dio, non lo sopporto. Sebbene siano ormai giorni che siamo coinquilini della terrazza ombrosa, l’unica disponibile sennò avrei già riparato le orecchie dall’ingiuria del suono di quella voce, evito accuratamente di guardarlo, non si sa mai che mi saluti: se questo tizio prende confidenza, addio! “La cacciata dal Paradiso”, una tragica evenienza che scanso dietro imperscrutabili occhiali scuri, cuffiette mp3, libri e un’espressione equivalente ad un cartello con su scritto “chi tocca muore”.

Costui è un uomo sessantenne, con una gran testa di capelli bianchi bisognosi di una spuntatina, il suo busto è un tubero bitorzoluto sul quale la pelle abbronzata pare drappeggiarsi mollemente come cera calda che cola, la schiena è molto curva e quasi sofferente, le braccia ciondolose come appendici semiatrofizzate; si muove cauto su caviglie di fragile cristallo, dall’ombra al sole, dal sole all’ombra, senza tregua ogni due minuti, anima in pena soprattutto quando è senza auditorio. Non si da pace ch’io non gli rivolga parola e mi faccia sostanzialmente i cazzi miei.

È un pezzo d’inferno nel mio paradiso. La mia insofferenza alle sue ciance si è acuita la mattina in cui mio malgrado sono stata testimone delle sue turbolenze intestinali: non fa il bagno perché ha paura di scivolare, ma dopo ogni doccia troneggia sulla terrazza appoggiato al parapetto e, guardando ispirato l’orizzonte, con nonchalance scoreggia come se fosse a casa sua. Il suono inconfondibile di una bandiera strapazzata da una raffica di Maestrale. Che uomo schifoso. E tu che eri li a gustarti gli odori dolci e caldi dell’estate, di fichi e di fiori, di pini e basilico, all’improvviso trattieni il respiro sperando che nulla giunga ai tuoi ricettori olfattivi. Vista, udito e olfatto sono a rischio stress con questo tizio che gironzola intorno al mio asciugamano.

Malauguratamente spesso qualcuno gli da corda, e allora parte con i suoi cavalli di battaglia: la Fiat che capitalizza i guadagni e divide con lo Stato le perdite (sai che novità), che disgrazia tutti questi immigrati, avevo un amico che commerciava in pietre preziose, che disastro i giovani solo tv e internet… e io che non prego mai sto cercando un accordo con Dio se me lo toglie di torno. Neanche gli U2 nell’mp3 sono sufficienti a coprire la sua voce, ha un timbro che sfugge al mio più classico rimedio: evento mai verificatosi prima nella lunga storia delle mie fughe dai suoni sgraditi. I giorni in cui ho esaurito le pile sono stati i più drammatici, a quel punto non resta che fare fagotto e trasferirsi al sole: meglio schiattare sotto i raggi ultravioletti che dover fare il pieno di minchiate, enunciate con voce impostata da attore di teatro vecchia maniera, suadente in modo stucchevole, alla disperata ricerca di un pubblico da ammaliare.

Fiera della mia vena selvatica, imperterrita mi comporto come se non ci fosse: vista da fuori devo essere un’odiosa snob, ma chissenefrega. Magari gli sto così sulle balle che ha scritto un post sul suo blog sulla mia faccia-da-culo, e quanto gli stanno sulle balle le persone che non danno confidenza e non apprezzano il peto-libero come stile di vita all’aria aperta.

Forse per depistare l’olfatto, fuma pestiferi sigarilli, il che me lo rende ancora più odioso.

Lo immagino celibe, mai sposato. In gioventù probabilmente qualche donna è stata attratta dalla sua voce da doppiatore di Bogart, ma poi è fuggita di fronte alle correnti anomale che si producevano intorno a lui.

Questo stancacervelli è il classico tuttologo da spiaggia, passa con disinvoltura dai rimedi per le ustioni da medusa ai furti delle madonnine votive nelle nicchie del centro storico, ha un’opinione su tutto ed è ansioso che tu la conosca. Nessuno gli resiste, in breve le vittime che intercetta di passaggio prendono la fuga di una doccia, di un tuffo in mare, o quella risolutiva di casa. Solo io resisto imperterrita, stoica nella mia nuova abbronzatura dalla delicata tonalità “latte con un velo di cioccolato”: alle cinque lascio la postazione ombrosa e vado a sdraiarmi al sole, dopo pochi minuti Stancacervelli raccoglie le sue cose e se ne va. Sembra ci sia premeditazione in tutto ciò, come se il suo lavoro fosse rompere i coglioni a me.

Ma la tortura anche per oggi è finita, farò un tuffo nello smeraldo assaporando l’impagabile piacere del silenzio in fondo al mare.

 

 PiniMarattimi

 

 tardoPomeriggio

Non voglio rinascere donna – seconda parte

cavolorosso zoom

  

Se fossi una donna d’altri tempi potrei dire “Diamine, quanta gente!”, oppure anche un garbato “ohibò, quale incredibile moltitudine di genti!”. Ma sono una donna d’oggi, e mai come in questo frangente è più opportuno un “cazzochecasino!”.

Milano, sotterranei della metropolitana, una mattina di inizio febbraio. La gente sgomita per salire sui vagoni, ci sono così tante persone sui marciapiedi ansiose di partire che spinte, urti, strattonamenti senza uno straccio di scuse stanno volgendo il mio umore al cupo. Arriva il mio treno, destinazione Rho, lo perdo perché è pieno, le sardine sottolio in una scatoletta in confronto vivono in un loft. Però guadagno la prima fila sulla riga gialla del marciapiede, quella di sicurezza. Appena arriva il treno balzo felinamente dentro, ma faccio poca strada perché è pieno per ¾, è un miracolo trovare un sostegno a cui aggrapparsi. Dietro di me altri bipedi premono per conquistarsi un posto, e in breve siamo diventati tutti molto più intimi di quanto ognuno di noi possa desiderare: pigiati stretti stretti, che neanche più devi tenerti, non potresti cascare neanche se ti lasciassi andare a peso morto. E mi tocca fare la conoscenza di asfissianti aliti mattutini e zaffate nauseabonde di profumi femminili, che ogni mattina benedico il mio scooter per esistere ed evitarmi il supplizio del trasporto pubblico, ma oggi mi tocca, stringo i denti e sopporto. Dietro di me c’è una persona che mi sta schiacciata addosso, non so chi sia, ma presto mi sorge l’atroce dubbio che sia un maniaco perché mi pare che il suo modo di premermi addosso non corrisponda più agli stop-and-go del treno, ma ad un suo personale ritmo masturbatorio. Sono incerta, perché qui siamo talmente stretti che mica posso dirgli di scansarsi. Ma quelle pressioni sul mio gluteo destro sono sospette, sono quasi certa che ci sia di mezzo qualche corpo cavernoso a cui affluisce più sangue del dovuto in una metropolitana. Mi giro per vedere che faccia ha, prima di insultarlo voglio essere sicura di non sbagliarmi: è un nordafricano, fa finta di niente. Mi sarò sbagliata? Manco per sogno. Appena mi volto riprende lo strusciamento, adesso son sicura e un istante dopo, quando lo becco che col pollice della mano sinistra accarezza la mia mano appesa al sostegno, non esito a girarmi e dire “La smette di starmi addosso in quella maniera?” mentre lo fulmino con lo sguardo più severo del mio repertorio di sguardi severi. Balbetta qualcosa senza convinzione, aggiungo “Ha capito benissimo di cosa sto parlando”. Risponde solo “Scendo alla prossima” e in breve si dilegua. Sono furiosa. Mi ci vorranno un paio d’ora perché mi passi la rabbia. Degli astanti nessuno ha detto una parola, ognuno s’è fatto i cazzi suoi. Allora penso che anche Milano è una città di merda dove la gente si ignora con gran disinvoltura.

Ripenso ad altri episodi della mia vita, nei quali un uomo ha creduto che fosse lecito molestarmi: tanti anni fa, sempre a Milano, in auto, il mio capo è alla guida dell’auto, accanto a lui un’altra passeggera e io dietro di lei. Lui si ferma, fa finta di cercare qualcosa sotto il sedile, poi mi accarezza le caviglie. Rimango impietrita, ho poco più di vent’anni e non so come si mette al suo posto un coglione di mezza età che fa il maiale con una ragazzina. Porco maniaco schifoso, si approfitta che è il mio capo e che non ho idea di come gestire la cosa. O meglio, la gestisco nell’unico modo che posso concepire, mi dimetto. Era un lavoro di merda in una galleria d’arte che non vendeva mai un quadro, e mi pagava pure in nero. Un autentico verme. Odiavo l’odore del suo sudore, mi dava il voltastomaco, era il classico odore che si associa ad un maniaco sessuale.

La prima molestia della mia vita avvenne che ero una bambina, giocavo a nascondino ai giardinetti con mia sorella e le cugine. Questo tizio, di cui ricordo solo il classico impermeabile da maniaco, mi ha mostrato il suo pisello e chiesto con malizia “lo sai cos’è questo?”, io sono scappata interdetta, perché anche se ero piccola per capire qualunque cosa, ho avvertito il pericolo. A mia cugina, che era un po’ più grandicella, andò peggio, perché le infilò una mano nelle mutande.

Pare che tutte le donne nella loro vita abbiano subito una molestia, anche se le statistiche dicono in media una su tre, in tutto il mondo. È un dato raccapricciante, che dovrebbe da solo essere il motore di un rinnovamento culturale di questo paese maschilista che tollera sconcertanti statistiche dalle quali emerge che le donne muoiono più facilmente di morte violenta che di malattia. E il mostro è quasi sempre dentro casa.

La violenza di genere, quella perpetrata contro donne e minori, è ritenuta una violazione dei diritti umani: ma non c’è verso, i nostri “onorevoli” politici non risolveranno mai il problema, ne a destra ne a sinistra. Perché sono uomini, e comandano davvero solo loro.

A volte mi chiedo se un Presidente del Consiglio italiano che, davanti alla stampa, dice a Sarkozy “io ti ho dato la tua donna”, non sia davvero il segnale più palese di un irriducibile maschilismo d’altri tempi, inestirpabile come un grosso tumore in un cervello. Anche se probabilmente voleva semplicemente dire Io sono l’Italia, e tua moglie è mia in quanto Italiana, ho il dubbio che avrebbe detto la stessa cosa alla Merkel se lei avesse sposato un italiano.

Finché il potere sarà in mano agli uomini saremo condannate ad essere sempre vittime, a camminare veloci quando fa buio, a tachicardie forsennate quando al rumore dei nostri passi si aggiungerà quello di un uomo dietro di noi.

Molti uomini non sono sufficientemente evoluti da tenere sottocontrollo gli impulsi del testosterone; molti pensano che siamo come oggetti da prendere dallo scaffale al supermercato, che sono loro a comandare e che non abbiamo alcun diritto di autonomia,  responsabilità e capacità di scelta, in sostanza di emancipazione; molti pensano che la loro donna è di loro proprietà, molti sanno di essere fisicamente superiori e approfittano della loro forza per dimostrare chi comanda davvero. Questi uomini sono dappertutto, delinquenti importati dall’estero come pure stronzi italiani 100%. E la cosa ancor più sconcertante è che li allevano le donne. Succede in tutto il mondo, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo, ad opera di aggressori che appartengono a tutte le classi sociali, culturali ed economiche. È un fenomeno trasversale e mondiale, quello della prevaricazione sulle donne. E posso dirmi fortunata se le molestie che ho subito sono state in fondo “soft” perché alle mie “sorelle” in tutto il mondo ne succedono di tutti i colori. Questo è un breve compendio:

         molestie e ricatti sessuali;

         violenza sessuale, fisica e psichica;

         mutilazione dei genitali;

         stupro di guerra e etnico;

         vendita per matrimonio, prostituzione e schiavitù;

         femminicidio (aborto selettivo e infanticidio);

         sterilizzazione forzata o contraccezione negata.

 

Cosa abbiamo fatto di male? Nulla, solo essere donne, molto spesso più deboli non solo fisicamente ma anche economicamente e socialmente. 

p.s. la macro l’ho fatta su una sezione di cavolo rosso, mi sembrava adatta.

Aggiornamento Splash: Apollo sa anche parlare.

          pinne

          Bisogna avere proprio una gran voglia di fitness acquatico per immergersi in piscina alle 7 del mattino, non trovate? Qualcuno ipotizzerà forse anche qualche rotella fuori posto, ma vi  garantisco che sono sempre in nutrita compagnia. Il mattino ha l’oro in bocca.

          L’acqua era gelata più del solito, e l’addetto ha candidamente ammesso di ignorarne la temperatura perché “s’è rotto il termometro”. Una scusa che suona più o meno come “non è suonata la sveglia” o “è morta mia nonna”.

          Inizialmente non c’era nessuno, la superficie del cloro era piatta come quella di una latta d’olio; sono entrata con la velocità di un razzo sparato da un sottomarino e l’esperienza termica vi assicuro era identica ad un Cimento di Capodanno. Ho sperato che non sopraggiungesse nessuno, immaginando che quella fosse la mia piscina personale al piano seminterrato della mia villa a due piani sulla costa di un’isoletta delle Piccole Antille, ma dopo una mezz’ora la vasca ha iniziato a popolarsi: immancabile è arrivato l’Uomo Patata, con la sua pancia fin troppo in sintonia con il Principio di Archimede; poi una tizia che nuotava a stile con la testa fuori, ad ogni bracciata la girava diligentemente a destra e sinistra ben attenta ad evitare qualunque contatto con l’acqua, con la stessa ritrosia che se fosse trattato di un mare di cacca. Ad un signore intento nello stile libero emergeva un’enorme gobba identica alla pancia di un orso bianco che fa il morto in Antartide, e anche la sua testa aveva qualche problema con l’acqua: prendeva aria a destra ma prima di ri-immergerla guardava avanti e poi la girava a sinistra, forse per immagazzinare più ossigeno? Una sofferenza indicibile guardarlo.

          Avevo indosso la mia nuova benemerita cuffia di silicone, che ha risolto due problemi in una volta:

  • La chioma non assume più improbabili colori da sterpaglia bruciata, a causa del cloro;
  • La cuffia spinge il cuoio capelluto verso l’alto operando un inaspettato quanto benvenuto lifting facciale che mi toglie in un botto alcuni anni.

 

Dopo qualche vasca arriva lo Statuario che, con mia grande sorpresa, avvia con me a bordo vasca una vera CONVERSAZIONE: altro che Padre Pio, questo sì che è un miracolo!

          L’argomento, ad onor del vero, verteva tutto sulla gelida temperatura dell’acqua, su raffreddori e influenze, ma cavoli ragazzi, non pensavo che possedesse le corde vocali. Confermo: bellissimo sorriso, gran pettorali, carnagione bianco latticino che fortunatamente lo allontana dalla categoria dei UV-dipendenti. La sua voce però ricorda quella di Topo Gigio, e potete immaginarvi lo sconcerto a vederla uscire da un fustacchione come l’Apollo di Prassitele. Per questa sessione natatoria i convenevoli finiscono qui, e io me ne vado prima di lui senza salutare perché è ancora a metà vasca.

(continua)

Un luogo magico

portoantico1

C’è un posto a Genova dove il Genius Loci è talmente evidente che potresti invitarlo a prendere un caffè: il Porto Antico. È magnifico in ogni stagione e con qualunque condizione atmosferica, come tutti i luoghi dove la natura incontra l’architettura in un perfetto equilibrio alchemico.

In questi tiepidi e ventosi giorni di primavera è una goduria scegliersi un angolino sulla Nave Italia e trascorrere le ore ad oziare, a leggere, scrivere, ascoltare musica, chiacchierare, pisolare oppure, come me in questo momento, a curiosare “gli altri”. La Nave Italia è una grande imbarcazione ancorata al molo dell’Acquario sino dall’Expò del 1992, quando fu luogo di interessanti allestimenti museali; oggi le sue viscere sono abitate da alcune vasche dell’Acquario, e l’esterno è diventato da tempo una sorta di terrazza sul mare, dalla quale si ha una visuale unica e suggestiva della città e del Porto Antico.

Sono immersa nell’appassionante lettura di un grande Irvin Welsh, mentre Rupert schiaccia un pisolino all’ombra, quando tiro su gli occhi dal libro e comincio a guardarmi intorno, incuriosita dalla gente: qui non mancano mai i ragazzi giocolieri/equilibristi, e non posso fare a meno di chiedermi che cavolo di gusto ci possa essere a far roteare per aria birilli e palline, neanche lavorassero al circo; uno di loro cavalca una bici mono-ruota che con tutta evidenza gli sta massacrando i gingilli, ma lui imperterrito hop hop hop ci salta su come fossero di gommapiuma: questi tizi sono un po’ punkabestia e non girano mai senza mute di cani dal muso allegro e perennemente affamato. Tre ragazze prone in canottiera, vicine come le tre grazie a intrecciare confidenze, hanno la pelle chiara e piuttosto nuova, per dirla con una battuta di Walter Matthau, è talmente piacevole stare qui che soprassiedono sulle condizioni deprecabili della superficie su cui sono stese, sporca e polverosa, immagino parlino di ragazzi, esami, sogni, progetti, anticoncezionali, lavori precari, cerette musica droghe alcol e madri rompiballe. La nave è cosparsa di maleducazione, fazzolettini usa e getta e cicche in quantità, un mozzicone rotola verso di me sospinto dal vento che soffia a intermittenza, come se si prendesse una pausa tra una raffica e l’altra. C’è una famiglia che immagino abbia portato i bambini a visitare l’Acquario, la madre ha un culo enorme che non combacia con la taglia del busto, con quel sederone ce ne si potrebbero fare quattro o cinque come il mio, e mi chiedo come si fa ad arrivare al punto in cui devi farti fare i vestiti su misura e occupare tre sedili sull’autobus. Ci sono anche delle donne sudamericane con bellissimi visi Inca, due prone, una supina, e loro invece non immagino di cosa stiano parlando, forse lavori malpagati, discriminazioni, uomini corna cinema e quanto son freddi i genovesi che faceva più caldo sull’altopiano delle Ande, genovesi gente chiusa come il caveau di una banca e poi dentro non è neppure detto che sia racchiuso un tesoro; c’è un gruppo di nordafricani che gioca a pallone, uno di loro ha una vecchia maglietta degli AC/DC che non mi ricordavo neanche più fossero esistiti, un altro scorazza con lo skateboard, e intanto Bono mi canta nelle orecchie Tryn’ to throw your arms around the World, che è quello che cerchiamo di fare tutti in modo più o meno maldestro, abbracciare il mondo. È un bel momento, rilassato, perfetto, mi guardo in giro e vedo tutti belli, come se mostrassero l’anima e non corpi pieni di difetti, ma basta un attimo e il vento ricomincia a soffiare trasportando alle mie narici un pungente odore di piscio, intermittente come le folate: se avessi detto pipì sarebbe stato un odore quasi infantile e delicato, un po’ come popò, se avessi detto urina forse avreste immaginato una provetta per le analisi e un odore di disinfettante, ma no, ho detto piscio perché così capite che razza di schifo di odore, qualche stronzo approfittando della facilità con cui si tira fuori il pisello dai pantaloni, ha preso un angolo della Nave Italia come fosse un vespasiano. Adesso s’è aggiunto anche l’odore di sigaretta, e il mio umore è cambiato, non sono più molto ben disposta nei confronti dell’umanità. Ora i nordafricani non giocano più a palla, si sono seduti, sono gli unici che rifuggono con orrore la tintarella scegliendo i posti ombrosi sulla nave, che se potessero probabilmente si schiarirebbero la pelle per non sentirsi sempre guardati con sospetto; barche a vela entrano ed escono dal Porto, con la pacatezza fluida dell’acqua che non esiste sull’asfalto; osservo una turista che si sporge dal parapetto e mi chiedo che donna anziana potrei diventare, se porterò anch’io orrendi e comodi mocassini con gonne sotto il ginocchio. Mi accorgo che di qui si vede pure Palazzo Reale, ed ecco arrivare gli immancabili musicisti, uno laggiù, un altro di fronte, che cosa canteranno? Battisti acqua azzurra acqua chiara o i repertori si saranno rinnovati?

I gabbiani volteggiano sulle nostre teste, si rincorrono, planano, si appollaiano a controllare il territorio, si fanno beffe di noi e insieme ci ignorano, sanno di essere insostituibili piccole vite piumate parte del Genius Loci di questo posto.

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