Mutilazioni

   
Mutilazioni       Roma, Porta San Giovanni. Piove a tratti, come qualcuno che trattiene le lacrime con forza, ma poi ogni tanto cede.

      Lui si é scelto un posto di passaggio, sul marciapiede, riparato dai mattoni antichi ma ben visibile ai passanti. Lui é un ragazzo giovane, avrá meno di trent’anni, forse non é italiano, i suoi colori parlano una lingua del nord. Chiede l’elemosina, e lo fa in un modo che ti buca il cuore: inginocchiato su un cartone davanti ad uno squallido bicchiere di plastica che raccoglie gli spiccioli, espone agli occhi del mondo ció che tutti nasconderemmo con vergogna e incontenibile dolore, e non importa se fa freddo e il cielo piange, perché quel pezzo di carne é la sua condanna e la sua paga per stare al mondo. Lui ha perso il braccio sinistro, e quello che rimane é appeso all’ómero, un grumo di carne nudo esposto agli occhi degli altri e agli elementi in un modo che mi ha toccata dentro: guardava in basso e verso il lato vuoto del marciapiede, dove nessuno avrebbe potuto incontrare il suo sguardo, l’unico modo per essere lí e insieme lontano dagli occhi compassionevoli o spaventati da quell’avanzo di arto. Mentre lo oltrepassavo rivedendo nei miei occhi quello sguardo fuggire la pietá dei passanti o la loro indifferenza, mi sono fermata per aprire la borsa, sono tornata indietro e alle sue spalle, in modo che non mi vedesse, ho infilato nel bicchiere di plastica una banconota, perché il suo sguardo non fosse offeso dal rumore di una moneta che cade a terra.
      Poi ho pensato piú volte a lui, e non riesco a cancellare dalla mente quello sguardo distolto, mi chiedo come avrá perso l’arto, come diventa la vita quando un pezzo di te va via per sempre, e mi domando noi cosa siamo? Siamo la testa, e tutto il resto é un accessorio? Il mio braccio sinistro sono io, mancina, e senza sarebbe come uccidermi tenendomi in vita. Le mutilazioni del corpo e quelle dello spirito, possono cambiare tutto per sempre, senza speranza di ritorno o guarigione. E ci vuole coraggio, un coraggio infinito per continuare ad andare avanti senza una parte di sé, infliggendosi l’umiliazione di esporre al mondo la propria mutilazione quando tutti gli altri possono nascondere ogni pezzo mancante di una vita che sempre ti porta via qualcosa.
 
Mutilazioni

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L’ultima pizza

ultimapizza

 

Martedí prossimo avrebbe avuto il verdetto definitivo, e quella di lunedí sarebbe potuta essere la sua ultima pizza.

The last pizza, forever.

Si fece un programma culinario per gli ultimi giorni prima di quel fatidico martedí, cosí quel fine settimana avrebbe potuto entrare negli annali, quelli degli eventi memorabili: sabato, colazione con focaccia pucciata nel cappuccino d’orzo, paneburromarmellata a strafogo, pranzo lasagne alla bolognese, pane, pane, pane da imbottirci gli stomaci di tutto il condominio, spaghetti alle vongole la sera; domenica colazione con strudel di mele, biscotti, fette biscottate, muesli di cereali, pranzo trenette al pesto, cena pizza siciliana, omelette ai funghi e alla nutella. Ma era lunedí il giorno clou, quello prima del patibolo: pranzo con pizza ai quattro formaggi e bruschette ai frutti di mare, cena con una bella pizza napoletana, mozzarella pomodoro alici, mmh… ma perché limitarsi ad una? Se doveva essere l’ultima magari poteva mangiarne anche due, o tre. Forse poteva fare indigestione, sperava che poi sarebbe stato disgustato per tutta la vita, e non avrebbe desiderato mai piú quei sapori e quelle consistenze accarezzare le sue fauci. Quattro, si ne avrebbe mangiate quattro, probabilmente il pizzaiolo sarebbe andato a stringergli la mano commosso. E insieme fiumi di birra, neanche un irlandese avrebbe potuto bere piú di lui, perché anche quelle sarebbero state le ultime: il binomio pizza/birra aveva la religiositá che di solito si attribuisce alla Trinitá, ma in versione ridotta, e lui sarebbe suo malgrado diventato un ateo.

Pensó con tristezza che probabilmente sarebbe uscito dal folto gruppo di persone che possono proporre con nonchalance “andiamo a mangiare una pizza?” e sarebbe entrato in quello sparuto gruppo di sfigati che loro malgrado devono rispondere “no grazie, non posso mangiare la pizza”.

Era giá qualche tempo che faceva i suoi test di palato: una tortura auto-inflitta per provare a mettere piede in un mondo nuovo, quello del gluten free. Immaginate un mediterraneo, anzi peggio, immaginate un italiano senza pasta, senza pane, senza dolci, e soprattutto senza pizza. E con una ulteriore aggravante: immaginate un genovese senza focaccia. Era la sicura morte delle papille gustative, sarebbero andate incontro a necrosi spontanea, ne era certo. Se non poteva piú mangiare tutti quei cibi, sarebbe stato come stracciargli la cittadinanza in faccia, e poi lasciare che il vento portasse ogni piccolo coriandolo di quel documento in giro per il mondo, tra i patatofili del nord Europa, nelle risaie degli asiatici, nelle uccelliere a nutrirsi di miglio ed altri becchimi come fosse stato un canarino. Dannazione, che destino infame.

Venne lunedí sera e il pizzaiolo non credette ai suoi occhi quando ordinó la sesta pizza, poi volle un autografo sul suo grembiule bianco e si fecero scattare insieme un paio di foto e un filmato col telefonino da mettere su YouTube. Lui aveva nello sguardo la disperazione dell’ultima pizza. Se domani, aprendo la busta con il referto delle analisi, avesse scoperto l’irrimediabile, irrevocabile, irreversibile destino, era sicuro che nella sua bocca per sempre avrebbe sentito formicolare la pizza, come un monco con il braccio perduto.

 

 

Il semaforo di Via Mazzini

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La vita alle volte si ferma, rimane sospesa come ad un semaforo sempre rosso.

Il tempo non passa mai dentro la casa, così stai spesso in quel piccolo angusto giardino di plastica, poggiato al cancello verde che le gambe non ti reggono più, tu e il tuo bastone in legno d’ebano e mille ricordi di una vita passata così lontana che sembra vissuta da qualcun altro, un attore visto in televisione o un sogno fatto la notte scorsa. Non lo avresti detto mai che saresti finito in una Casa di Riposo a far nulla tutto il giorno, trascinandoti dal tuo letto al megaschermo tivù della sala comune, dove le vecchie ti avrebbero imposto a maggioranza una vita di soap-opera, Cocuzza e Sante Messe per espiare peccati di trent’anni fa: mai una partita o un Gran Premio, mai cose da uomo. Così tu e il tuo bastone uscite fuori, in qualunque stagione, a guardare la gente correre, tutti quelli che hanno ancora tante cose da fare e si lamentano che son troppe: gli studenti la mattina, le massaie a far la spesa, quelli che vanno al lavoro e tornano la sera curvi con le facce stanche, e i segni dell’umiliazione di costringersi a vivere vite frenetiche che girano intorno al nulla, come in fondo era anche la tua vita. Ti eri sposato la più bella ragazza della compagnia, abbastanza giovane da pensare che ti avrebbe accudito quando fossi stato vecchio, e invece il tuo amore t’ha fregato morendo prima di te, di quei mali che non si posson dire, e ora sei solo come non lo sei stato mai.

Il traffico scorre ininterrotto tutto il giorno in via Mazzini, e tu guardi le vite degli altri passare, giocando a indovinare che lavoro fanno, se sono felici, se sono amati, se guadagnano abbastanza, li guardi crescere, ingrassare, arricchirsi, dimagrire, ammalarsi, invecchiare, nascere. Col tempo ti sei persino affezionato a qualcuno di loro, come quella  donna peruviana che non ride mai, ti piacciono i suoi folti capelli corvini che sanno di terre lontane, e i vestiti variopinti che indossa, ti piace la pazienza con cui sostiene il passo incerto della vecchia scorbutica per cui lavora; oppure quel uomo che sembra abbia ingoiato un phon e quando parla rantola ogni 15 secondi come appartenesse ad un pianeta che respira una miscela di ossigeno diversa dalla nostra; poi c’è quella donna che cambia uomo ogni tre mesi, e tu li vedi tutti a quel semaforo la prima volta che arrivano a casa sua, lei è lì che li aspetta col volto innamorato, e ogni volta scommetti quante settimane dureranno guardandola negli occhi la mattina mentre aspetta di attraversare la strada; c’è quella coppia d’argento che si tiene per mano ancora adesso che sembrano quasi spettri, e tu stai male per loro al pensiero del dolore che proverà quello dei due che rimarrà solo; c’è la ragazza madre che strattona nervosamente un figlio mai contento di andare a scuola, lei con quell’espressione dolce e insieme disperata, stanca morta già al mattino presto; e poi ci sono pure gli animali, il gatto tigrato che attraversa il tuo giardino di plastica e non si ferma mai, i piccioni che han fatto il nido in un pertugio dentro il muro e tubano tutto il giorno, i merli e i pettirossi che vivono tra le foglie della magnolia spargendo guano sui tavolini in PVC. Tutte queste vite ti passano accanto e non ti sfiorano mai, solo sguardi fugaci nei quali leggi pensieri distratti, preoccupazioni e velature di pietà per un vecchio col bastone, chiuso dietro l’inferriata di una Casa di Riposo, e ti vien quasi da sorridere a pensare che forse domani toccherà a qualcuno di coloro che ti guardano con fastidio o compassione.

Solo un’altra piccola menzogna

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E’ solo un’insignificante bugia: una più, una meno, cosa cambia? Nemmeno sai più che cos’è la verità. Che parolone: la “Verità”. Ti sembra quasi arrogante essere sincero. Tutto funziona perfettamente ogni volta che la tua verità diventa qualcosa di nuovo, da plasmare a tuo piacere, ingranaggi di vita ben oliati da ogni tipo di menzogna si muovono armonici scandendo da sempre il tuo tempo. La verità in fondo non esiste, è un prisma irregolare, con miliardi di facce, e cambia aspetto a seconda di come te lo giri tra le mani. Ti senti innocente, perchè la verità è un’opinione, un discutibile punto di vista. Certo, talvolta qualcosa s’inceppa, ma tu sai come ogni abile mentitore che quando una bugia mostra le gambe corte, bisogna mentire ancora, finchè l’ingranaggio riprende a funzionare.

Diventerai padre, tra pochi mesi, e di quella donna che porta nel ventre vostro figlio, ti importa poco più del gatto; mentre lei ti annuncia l’evento fingi una gioia che non provi, mentre vorresti scappare dall’altro lato della Terra e dimenticare il suo volto felice. Pensi per consolarti che, prima o poi, dovresti comunque replicarti, lasciare a questo mondo la tua eredità biologica, e che una donna in fondo vale l’altra. Lei non può sapere che le nuvole che ti adombrano il volto sono di disapprovazione, è così stupidamente cieca d’amore che crede sia l’emozione a paralizzarti. La tua solita voglia di scappare via a cavallo dell’ennesima piccola bugia ti salva anche questa volta: stasera lavoro, torno tardi, festeggeremo un’altra volta. Ma tu hai già deciso di festeggiare con “l’altra”, così un paio d’ore dopo componi sul cellulare l’sms che ti cambierà l’umore: mi sono liberato, ci vediamo a Palazzo Ducale per le 18.30, ti amo piccola. Sei padre da due ore e già non capisci più nulla, perché invii il messaggio a lei, non “all’altra”, che non ti risponde perchè non ha ricevuto nulla, così dopo mezz’ora le telefoni, e siete d’accordo, ok alle 18.30 a Palazzo Ducale, ma lei che strabocca di eccitata felicità materna giunge in anticipo di alcuni minuti, il tempo di appoggiarsi dietro una colonna e vedere arrivare “un’altra” donna fermarsi dall’altra parte del cortile, anche lei aspetta qualcuno e sembra raggiante di felicità, come lei. Poi arrivi tu, così lei può vederti con una rosa rossa in mano abbracciare e baciare “l’altra”, con comico trasporto hollywoodiano, e le tocchi pure il sedere perché ormai il sangue è defluito in basso e non stai più nella pelle al pensiero di scoparla. Solo quando hai finito di perlustrarle tutta la bocca con la lingua ti accorgi che lei è lì, di fronte a te, lei e quel piccolo puntino informe nel suo ventre che domani sarà tuo figlio, lei e il suo patetico sacchetto di Prémaman contenente un bavaglino giallo. Non fai in tempo a dire nulla che lei è già scomparsa tra la folla lasciando dietro di sé una nera scia di disperazione.

Ancora non lo sai, ma lei verserà per te fiumi di lacrime, passerà notti insonni a rivederti all’infinito baciare “l’altra” senza mai poter censurare quei dolorosi fotogrammi nella sua mente; vorrà ucciderti, vorrà uccidersi, vorrà ucciderla, deciderà mille volte di abortire e altre mille e una di tenere il bambino, e tra pochi mesi incontrerà un uomo che diventerà il padre di tuo figlio. Un’altra piccola menzogna: quel  bambino non saprà mai nemmeno che esisti.

 

 

Sala Arcobaleno, ala ovest, ore 08.30.

        nuvola

          La giornata iniziò male, così come succede a miliardi di altre giornate sparse in giro per il mondo. Qualcosa si inceppò nel regolare fluire dell’amena quotidianità a cominciare dalle pile della sveglia, che si erano ammutinate senza preavviso. E tu perdesti il treno. Non avrebbe dovuto succedere proprio oggi: eri ancora a letto con le palpebre incollate una all’altra quando ti rendesti conto che erano le 08.30, e che nella Sala Arcobaleno, ala ovest, i convenuti cominciavano ordinatamente a prendere posto. Non saresti potuta arrivare prima di un’ora neanche se avessi avuto un tappeto volante o doti paranormali, ma facesti del tuo meglio e alle 09.33 varcasti la soglia della Sala, dove dodici paia di occhi ostili si posarono sui tuoi capelli arruffati, le tue calze smagliate e il segno inequivocabile del cuscino sul volto. Il collega delle Vendite ti passò alcune carte e stringate informazioni, poi fu chiaro che nessuno ti avrebbe teso una mano o interpellata, come una punizione dietro la lavagna. Tanto bastò perché la tua mente si levasse in aria come un palloncino colorato e cominciasse a divagare in statistiche che avrebbero certamente sorpreso gli astanti, se te ne avessero chiesto conto:

– su 13 persone eri l’unica senza fede all’anulare sinistro;
– su 13 persone solo 3 erano donne, una delle quali faticavi a collocare da una parte o dall’altra;
– su 13 persone 7 portavano gli occhiali, una avrebbe dovuto ma negava l’incalzare della presbiopia, un’altra avrebbe scelto la sua prima montatura entro Natale;

– su 13 persone 4 avrebbero dovuto tagliare i peli nelle orecchie, 3 delle quali anche quelli del naso, e una di queste era una donna;

– su 10 uomini, solo 1 aveva tutti i capelli;
– su 10 uomini, tutti avevano la cravatta e quasi tutti un dubbio gusto cromatico nell’associarla alla camicia;

– infine, su 13 persone tu eri l’unica che sarebbe stata redarguita per essere arrivata in ritardo alla riunione e non aver seguito una parola di quanto detto nelle successive due ore e mezza.

Nonostante i tuoi molteplici sforzi per seguire la trattativa in corso, ti trovasti a navigare ancora in inutili pensieri oziosi, come se il cervello volesse definitivamente boicottare la tua carriera professionale.

Quando prese la parola il Cliente, il suo viso ti ricordò quello del salumiere, così in un batter d’occhio ti distraesti di nuovo, pensando che dovevi comprare di nuovo quell’ottima mortadella della scorsa settimana. E l’insalata russa.

“Lei è d’accordo Dottoressa Testi?” disse il Direttore Generale e tu franasti giù dalle nuvole spaccandoti metaforicamente una spalla, una gamba e il naso. Il sedere invece te lo ruppe il tuo HR Manager, il quale nel primo pomeriggio ti informò che l’Azienda aveva rilevato negli ultimi tempi un tuo deciso – e inammissibile – calo della produttività e che la tua vita là dentro sarebbe stata breve se non ti fossi riallineata con le eccellenti performance dello scorso anno.

Quella sera in treno, tornando a casa, pensasti che in fondo eri proprio stanca di tutto: della sveglia, del lavoro, dell’odore della tua città, dei treni, dei tuoi vicini di casa, di essere l’amante di un uomo che non avrebbe mai lasciato la moglie, dell’irriducibile cellulite contro la quale lottavi da vent’anni e della tappezzeria in sala. Improvvisamente ti sembrò tutto privo di senso, pensasti che la tua vita non era nient’altro che un “estruso”, e non si trattava di alluminio, e nemmeno di biscotti, o pasta di semola di grano duro.

Arrivata in stazione andasti al tabellone delle partenze, quasi per gioco, per vedere sotto quale treno in transito avresti potuto gettarti. Un bel treno per il Sud, al quale causare un ritardo di qualche ora. Tiè, dicesti pensando a quello stronzo del tuo amante calabrese. Poi ti colse un ripensamento, ti seccava lo scempio che il treno avrebbe fatto del tuo corpo.

Ma in fondo perché no? Tanto le calze erano già smagliate.

Skip intro

          Era un lunedì d’estate e te ne stavi persa tra i tuoi pensieri in coda alla cassa del supermercato, fissando le confezioni degli stick per le labbra e degli snack spazzatura che ti si cariano i denti solo a guardarli; pensavi che quella sera forse ti saresti cucinata qualcosa di veloce per poi terminare la recensione che tutti i giorni ti chiedevi perché cavolo lo avrai accettato quel lavoro extra se poi ti costa tanto dedicargli il tuo tempo. Hai cominciato a posare i tuoi acquisti sul tapis roulant della cassa numero dieci quando lui ti ha chiesto “scusa, me li passi due sacchetti per piacere?”: senza neppure guardarlo in faccia ti sei lievemente inchinata servizievole quasi fossi stata un automa, hai preso con la mano destra due sacchetti facendo cadere tutte le risme dal ripiano, hai pensato vaffanculo, che tanto adesso non è più reato dirlo e comunque mica lo avevi indirizzato a lui, ti sei dovuta inginocchiare e così hai pure battuto la fronte sul carrello, ecchecazzo porcaputtana non te li potevi prendere da solo i tuoi cazzo di sacchetti?, e mentre ti tiravi su per porgerglieli lui ti ha guardata negli occhi ringraziandoti e chiedendoti se ti eri fatta male, no non è niente, hai risposto  mentre avevi già perso la bussola annegando nell’azzurro mare delle sue iridi. Guardi signora che è il suo turno. Il turno di che? Tocca a lei signora, la cassa! Ah si, scusate, hai risposto massaggiandoti la fronte, mentre pensavi che non avevi neppure guardato se portava l’anellino d’oro all’anulare. Il cassiere ha pensato fossi sorda o sciroccata perché ti ha comunicato quattro volte il totale del tuo conto e tu continuavi a mettere via la tua spesa e te ne stavi andando pure senza pagare.

          Lui ti ha raggiunta mentre spingevi a fatica il tuo carrello difettoso che andava a zig zag come per conto suo e pure lui, il carrello, s’è preso una dozzina di vaffanculo, che tanto ora si può distribuirli con generosità. Il tizio che ti ha folgorata alla cassa con l’oceano dei suoi occhi ti ha chiesto di nuovo se ti faceva male la fronte, ti ha invitata al bar per mettere un cubetto di ghiaccio sul ponfo e mentre ti aiutava a spingere il tuo carrello disabile tu ormai eri partita, come avessi fatto il check-in più rapido della tua vita e fossi già in volo. Eravate seduti al bar e non riuscivi a sentire tutto quello che lui ti raccontava perché ad un certo punto hai iniziato a seguire i tuoi pensieri che ti hanno portata anche troppo lontano: lui che ti chiede il numero di telefono, tu che ti fai dare il suo, poi lo incontri, magari un aperitivo, una mostra, un pomeriggio al mare, e poi il primo bacio, che se non è bello mica si va avanti, ma invece si, è bellissimo e ti si spella il mento da quanto vi mangiate la bocca, e poi il sesso, che la storia mica va avanti se non viene bene, ma viene benissimo e passate qualche tempo a vivere su una nuvola lontano dal mondo, ma poi ti tocca venire giù perché magari lui ti relega al lunedì, e tu odi essere la donna del lunedì, e poi magari con lui non puoi programmare nulla perché sennò si sente sotto pressione, neanche ti volessi trasferire a casa sua o avessi già spedito le partecipazioni. Insomma che il tipo dei sacchetti continua a parlare mentre tu ti sei già immaginata tutto, il bello e il brutto, come un flash di cinque minuti, e la storia nella tua testa finisce che tu sei triste e lui angosciato, e perché diavolo dovresti guardare un telefono che non suona, aspettare messaggi che non arrivano, e sentire le menzogne più incredibili che neanche gli sceneggiatori di Hollywood hanno così tanta fantasia? Meglio finirla qui, ancor prima di cominciare. Lui è proprio carino, è alto, ha un mucchio di capelli biondi e ti sorride come se tu fossi la più bella creatura del mondo e volesse solo te per sempre. Non porta neppure il temuto anellino delle complicazioni da evitare.

          “Domani vado al concerto giù al porto, ti va di venire con me?”

          “No, tra noi è tutto finito” hai risposto spingendo il carrello a zig zag verso l’uscita, già persa nel pensiero del lavoro da fare dopo cena.