La carica

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Erano ormai lustri che le cose giravano male. Quanto tempo? Non avrebbe potuto dirlo, di certo si era ancora nel millennio scorso quando la sorte gli voltó le spalle. Aveva potuto godere di un infanzia gioiosa, un’adolescenza priva di acne e crisi esistenziali, una gioventú con occhi chiari e fiduciosi, incorniciata da una testa piena di capelli e idee per il suo domani.

Anche la frutta piú dolce e polposa si corrompe col tempo, é naturale. Ma nel suo caso la sorte si era d’impovviso accanita con un’insolita cattiveria, dopo tanta generositá. Sarebbe oltremodo crudele elencare tutte le disgrazie che si erano susseguite negli anni a partire da un momento preciso ma ormai impossibile da identificare, perché all’epoca gli sembró solo un inciampo e non gli diede peso al punto di non riuscire mai piú a metterlo a fuoco. Ricordava solo di essere caduto dalla moto ed essersi rotto un polso a trent’anni: sembra una cosa da poco che capita a centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo ed é per questo che gli sfuggirono i contorni di un fato che in punta di piedi aveva fatto una piroetta girandogli le spalle. Di lí in poi la sua vita cominció ad incepparsi in tutti i meccanismi, tanto che oggi era un cinquantenne a cui solo un magroassegno di mobilitá faceva compagnia. Nessun altro: non aveva amici, i parenti quasi tutti defunti, emigrati o semplicemente disinteressati, la moglie lo aveva piantato portandosi via i tre figli in un altro Continente, e quel che é peggio aveva una cartella clinica di quelle che coinvolgono un intero ospedale di specialitá mediche; quando si guardava allo specchio vedeva un uomo infelice con enormi borse pendule appese sotto gli occhi, dimostrava cent’anni. Non sorrideva mai e non aveva motivi per farlo, avrebbe dubitato persino di esserne capace semmai gli fosse venuto in mente di sorridere, cosa che per altro non accadeva ormai da tempo. Il cuore gli si era fermato e lui era come uno zombie, un morto vivente deceduto tempo fa e condannato a peregrinare su questa terra ancora per chissá quanto tempo. Aveva imparato a non soffrire, a non piangere, a non desiderare quello che non poteva avere, era come un animale in letargo, col motore al minimo. Poi accadde che un giorno freddo di gennaio trovasse dietro ad un cassetto un minuscolo portamonete di pelle nera con sbiaditi gigli dorati. Conteneva una piccola chiave. Se la mise sul palmo e la guardó come si guarda qualcuno che si sa di avere giá conosciuto senza ricordarsi ne quando, ne dove e ne tanto meno il nome. Era fredda e sottile, di ottone chiaro e lucido come oro, gli parve impossibile che non si fosse ossidata rimanendo tanto tempo in un cantuccio mezzo ammuffito. Se la rigiró in mano, osservandone con attenzione la forma: era una chiave di quelle che aprono vecchi scrigni di legno o per dare la carica agli orologi antichi, una pendola o qualcosa di simile. La mise in tasca e per qualche ora se ne dimenticó. La sera a letto non riuscí a prendere sonno, si rigiró sotto le coperte per ore e poi verso le tre del mattino si risolse per alzarsi: si vestí pesante e scese in cantina, nel silenzio totale del palazzo addormentato. La porta della cantina era il suo ritratto: storta, scrosata, cigolante e rigonfia in alcuni punti. L’aprí con l’ausilio di un calcio, che rieccheggió nel vuoto del seminterrato accelerando il suo cuore per pochi istanti. Fece per accendere la lampadina appesa ad un filo in mezzo al locale strapieno di scatole e vecchi mobili, ma questa illuminó solo per pocchi istanti lo spazio, e sfrigolando come solo un filo di tungsteno sa fare si accomiató per sempre dal mondo. Buio freddo e puzzolente di muffa. Non aveva voglia di tornare in casa, perció rubó una lampadina condominiale, pensando fosse solo un prestito momentaneo, cosí come aveva fatto tempo addietro per la lampadina appena defunta: ragnatele, polvere, vecchi giornaletti e libri con le pagine ingiallite e gonfie furono sorpresi dalla luce fioca. Si mise a grufolare in una grossa scatola di cartone deforme, che conteneva per lo piú oggetti che da tempo avrebbero dovuto riposare in pace in una discarica. Passó poi a quella accanto, e mentre guardava un bicchiere di vetraccio velato dal tempo cercando di ricordare labbra e mani, pranzi e bevute, l’occhio gli cadde su una vecchia tenda di velluto blú che infagottava un oggetto, proprio lí davanti a lui sul ripiano mediano della vecchia scaffalatura arrugginita: appena toccó il tessuto questo sprigionó una nuvola di polvere come fosse stato uno spray di lacca per capelli, che lo fece starnutire per cinque minuti buoni, il tempo necessario ad esumare l’oggetto dimenticato da tempo. Era un orologio di legno intagliato che il velluto aveva preservato intatto, con il suo quadrante dipinto a fiorellini rubino e le lacette sottili dalla forma aggraziata. Anche i numeri erano ancora perfetti: sembravano caratteri degli anni ’20 ma l’orologio dovava essere molto piú antico o almeno cosí gli sembró. Poi si ricordó di aver venduto tutto quanto possedeva di valore quando era rimasto disoccupato per un anno dopo che lo avevano licenziato per la prima volta. L’orologio pesava molto per la sua sciatica, ma lo portó sotto la luce della lampadina che continuava ad oscillare inspiegabilmente, col medesimo moto perpetuo del pendolo di Focault: vide che tra il numero 6 e il perno attorno al quale giravano le lancette c’era il meccanismo per dare la carica. Non aveva con se la chiave trovata quel giorno, cosí decise di portare l’orologio in casa. In cucina lo posó sul tavolino pieghevole, come fosse stato un neonato a cui cambiare il pannolino, e quando infiló la chiave nel foro fu evidente che erano fatti uno per l’altra. Non diede subito la carica, prima spolveró l’orologio, ne pulí il vetro copriquadrante, puntó le lancette sull’ora esatta, quindi infiló la chiave nel foro con un dimenticato piacere quasi sessuale e cominció a girarla lentamente, col timore che si rompesse il meccanismo. Un giro, due giri. Tre giri. Osó arrivare a cinque giri e quando gli sembró che stesse per esplodere sfiló via la chiave ansioso di sentire il vagito dell’orologio. Ticchettava con un entuasiasmo fitto e regolare, come una persona che comincia a parlare dopo colazione e ha talmente tante cose da dire che potresti fermarla solo con una mazzata in testa.

Per la prima volta si sentí felice, non ricordava quando era successo l’ultima volta e in ogni caso era passato troppo tempo per credere che fosse successo davvero a lui. Se ne andó a dormire un attimo prima che la notte cedesse il passo all’aurora, quasi sorrideva, e dormí un sonno profondo e sereno. Si sveglió verso mezzogiorno e non si accorse subito che non era piú lo stesso uomo: non era solo l’umore, ma addirittura alcuni dolori sparsi in tutto il corpo che non lo abbandonavano mai erano quasi scomparsi. Il cielo era blu, l’aria gelata e secca, e nella sua casa solitamente fredda e silenziosa, un orologio ticchettava allegramente riempiendo lo spazio come sussurri di voci familiari.  

Gli uomini non credono alle favole, gli uomini non credo a quello che non vedono o che la scienza non puó dimostrare: cosí come questo uomo non aveva registrato il momento in cui la sua vita aveva cominciato a ruzzolare giú per la collina, cosí adesso non si accorse che il semplice gesto di dare la carica ad un vecchio orologio aveva rimesso in moto la sua sorte, aprendo la porta ad una vita nuova completamente diversa. Sarebbero presto arrivate molte persone a renderla piena e degna, persone che lo avrebbero amato e gli avrebbero fatto compagnia fino all’ultimo giorno, perché seppure ignaro di questo meccanismo magico e inspiegabile, non si dimenticó mai piú di dare la carica all’orologio della sua vita.

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Arriva Oscar, non toccatevi le palle…

oscar

 

Oscar è il micio di Rhode Island, quello col camice bianco di peli infilato alla rovescia, che la mattina si alza, esegue la sua routine di stretching, poi dopo una rapida colazione si avvia al consueto giro nelle corsie, per tastare il polso ai degenti, tutti malati terminali di una Casa di Cura. Si ferma solo accanto a quelli che stanno per morire: come una cuoca che controlli la cottura dell’arrosto, ignora quasi coloro che non sono ancora al “punto giusto”. Dicono non sia molto socievole.

Perchè Oscar rimane invece vicino a chi sta morendo? Se non è facile cercare di ragionare con la testa di un gatto, almeno cerchiamo di non imputare al micio inclinazioni umane che difficilmente gli sono attribuibili:

 

·          Non può trattarsi di estrema unzione, è chiaro. Taluni giornali hanno scritto che si accoccola a fare le fusa vicino ai moribondi, come se portasse un ultimo conforto a chi è stato abbandonato dai malvagi parenti. E’ un gatto, non è Madre Teresa;

·          Qualche scienziato di grande intuito pare abbia sentenziato che Oscar ha un’olfatto molto sviluppato e sente l’odore della morte: ammesso che la morte abbia un odore, Oscar difficilmente se ne interesserebbe a meno che non profumasse di tonno.

 

La morte, come del resto la vita, per gli uomini è un mistero, nonostante tutta la nostra scienza e il nostro progresso. Ammettiamolo. Per Oscar può darsi sia diverso, e che sia in grado di percepire cose che a noi, Homo Sapiens Dei Miei Stivali, sono precluse.

Forse solo con un po’ di fantasia riusciremo a capire perchè Oscar vuole passare le ultime ore di vita con alcuni umani malati. E se fosse perchè:

 

…prima di morire il nostro spirito è in grado di comunicare telepaticamente con i gatti, che è risaputo sono esseri speciali. Magari Oscar utilizza i morbondi come medium per parlare con la madre investita da un trattore

 

oppure

 

…prima di morire diventiamo tutti buoni, ed emaniamo energie cosmiche positive che solo lo spirito puro di un animale può percepire

 

oppure

 

….quando la gente muore si radunano attorno al suo capezzale alcuni spiriti che suonano una celestiale melodia per aiutare il morente a staccarsi dal corpo (cosa che nessuno fa mai molto volentieri). Il gatto Oscar la ode, ne va pazzo, e quando fa il suo giro per le corsie ha già in testa tutto un programma come se andasse all’Opera col libretto sotto braccio. Non mi stupirei, la mia gatta amava molto gli U2 (ne potevate dubitare?)

 

oppure

 

…avevano  ragione gli antichi Egizi, che adoravano il Dio Gatto, e noi stolti che da duemila anni immaginiamo Dio come un anziano dalla barba bianca, mentre probabilmente è un micione tipo Gatto Silvestro

 

oppure

 

…non lo sapremo mai… perchè ci sono cose alle quali troveremo risposta solo nel momento in cui non saremo più in grado di comunicarla ad alcuno che non fosse un gatto.

 

 

 

Le scarpette dorate

scarpette oro

Venerdì aveva pi
ovuto tutto il giorno, scrosci tropicali intervallati da strappi nel cielo di un brillante azzurro maiolica, tra le nuvole ancora nervose. A sera rientravo carica di pacchi quando, sotto casa, mi è caduto l’occhio su un paio di scarpe poggiate sopra un muretto: erano delle ciabattine nuove scintillanti, molto eleganti, piene di perline e decorazioni dorate, all’ultima moda, il sinistro accanto al destro, pareva che qualcuno le avesse tolte dalla scatola di cartone e riposte sul muretto, come fosse nell’intimità della propria casa. “Che strano…”, ho pensato inserendo la chiave nella serratura del cancello, e poi mentre salivo le scale già me ne ero dimenticata. Alcune ore dopo sono uscita, ormai era buio e aveva ricominciato a piovigginare: ho aperto il cancello, sceso gli ultimi gradini e loro, il paio di scarpette alla moda, non era più sul muretto, si era spostato. “Qualcuno avrà voluto proteggerle dalla pioggia” mi sono detta vedendole ancora vicine una all’altra ma al riparo dalle intemperie, poi mi sono diretta al cinema, dimenticando per ore le misteriose calzature sotto casa. Ma mentre rientravo dalla noia di un film malriuscito, negli ultimi cento metri che mi separavano da casa ho pensato a loro, alle scarpette dorate: “Saranno nella stessa posizione o qualcuno le avrà spostate di nuovo?”.

 

Sono tornata, e tu non mi hai vista. N tantolo e è passato di tempo, eh? L’ultima volta che siamo state insieme è stato tanti anni fa e, non te la prendere, sei invecchiata, ma è normale succede a tutti. Ho chiesto un permesso speciale per tornare, avevo voglia di vederti anche solo pochi istanti. Costa una fatica indicibile attraversare le dimensioni che ci separano e non ho più un corpo da mostrarti: ti ho aspettata sul muretto, sotto casa tua, sei arrivata coi sacchi pesanti della spesa e i tuoi occhi si sono posati sulle scarpe. Eri sorpresa mentre ti dicevo “ciao Betty”, ma sei andata oltre perchè non puoi vedermi, non puoi sentirmi, non puoi toccarmi. Ci sono rimasta male, accidenti. Tutto questo viaggio transdimensionale, l’accelerazione energetico-temporale che riduce le polarità al lumicino, e non poterti neanche abbracciare, ma mostrarti solo un paio di scarpe vuote. Sono scesa dal muretto, mi sono sistemata in un punto dal quale saresti passata forse più tardi e, senza saperlo, mi avresti guardata negli occhi. Ti ho attesa sotto l’archivolto, ma quando sei scesa eri di fretta e sei scappata via. Avevo tempo fino a mezzanotte, come una classica Cenerentola, perciò mi sono seduta sui gradini davanti al tuo cancello, così non avresti potuto ignorarmi. A mezzanotte e cinque non c’era ancora alcuna traccia di te e io stavo cominciando il mio viaggio di ritorno, ma eccoti arrivare, il viso stanco, il trucco un po’ sciolto dalla pioggia. Ti sei fermata davanti a me con espressione allibita, e guardandoti in giro con circospezione hai estratto il cellulare da una tasca e scattato una foto alle scarpe, senza mai toccarle. Poi hai sorriso guardandomi proprio dritto negli occhi, anche se non potevi vedermi. Mi è bastato. Sono partita lasciandoti le mie scarpette dorate e un bacio avvolto nella goccia di pioggia che ti ha rigato il viso. Qualche secondo dopo che sei andata via, un ubriaco ha calzato le scarpe per correre sotto la pioggia stonando una vecchia canzone.