Referendum

Lunedí pomeriggio ero in viaggio per Bolzano, ore di automobile senza neanche un cd degli U2 (imperdonabile dimenticanza) ma c'é stato qualcosa di grande ad allietarmi: i risultati del referendum. Ad ogni km aumentava la percentuale di votanti, e il mio cuore si allargava sempre piú, speranzoso che potesse essere vero. Quando la vittoria matematica é stata annunciata stavo per mettermi a piangere. Non scherzo, mi sono veramente commossa. Non é durato molto perché nonostante la gioia sfrenata c'era qualcosa che continuava a farmi male: il 43% degli italiani che non é andato a votare. É un dato mostruosamente alto, comunque. Significa che questo paese é sempre diviso in due, da un lato i "coglioni" di sinistra come me, e dall'altro questi obnubilati di berlusconiani pronti ad applaudire ad ogni bungabungata del loro idolo.
 

Un giorno devo dedicarmi a scrivere un post sul male: é sempre il male che vince, sempre e su tutto. Coloro che lottano per il bene sono tutti dei coglioni di sinistra. In sintesi, se non lo togliamo di lí si inventerá qualcosa d'altro. Il male é un cancro che pensi di aver sconfitto e che si ripresenta in un altro punto. Tutto questo sempre e solo per denaro, per il potere da ostentare e per continuare a trombare fanciulle troppo giovani per essere spontaneamente consenzienti.  Provate a dare un'occhiata al decreto per lo sviluppo, ci sono per esempio delle norme che stravolgono completamente la gestione del territorio, il controllo delle attivitá edilizie. Se entrerá in vigore sará uno scempio. 

LA PENA CHE I BUONI DEVONO SCONTARE PER L'INDIFFERENZA ALLA COSA PUBBLICA É QUELLA DI ESSERE GOVERNATI DA UOMINI MALVAGI – PLATONE

 

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Ma come parla?! Le parole sono importanti!

         Siamo rimasti in pochi a scandalizzarci quando l'italiano viene umiliato da un gergo attinto in modo molto discutibile dal vocabolario inglese? Forse ancora meno persone sanno che gli anglofoni piú colti utilizzano vocaboli il cui etimo é latino o greco.
        Ma veniamo al punto: ve la ricordate quella magnifica scena di Palombella Rossa nella quale Nanni Moretti schiaffeggia la giornalista che usa espressioni logore e vocaboli inglesi? Dio! Dio, quante volte negli anni avrei voluto permettermi il lusso di essere cosí intransigente e aggressiva! La situazione non fa che peggiorare, siamo alla totale deriva linguistica, che detto da una ignorante come me, che neanche ha fatto studi classici, é veramente indicativo di come l'italiano stia tragicamente soccombendo al gergo informatico ed economico che impazza in TV e sui giornali. Le persone subiscono una sorta di "contagio", per il quale si uniformano molto rapidamente al contesto linguistico, senza saper discernere ma assorbendo tutto come spugne prive di libero arbitrio.
        I giorni scorsi ho seguito un corso di formazione aziendale per imparare ad utilizzare un programma… che maledizione, dovevo probabilmente dire software… Comunque, il tizio che teneva il corso sarebbe stato sicuramente massacrato di botte da Nanni Moretti, e io gli avrei volentieri dato una mano con una clava. Ecco un discorso tipo del collega:
        "Mi rendo conto che dovrete fare un particolare effort,  capite che nell'attuale contingency é questione di riuscire a skillare le potenzialitá del software: poi, superato questo periodo bridge, sará tutto piú easy". Prima di arrivare alla fine della frase lo avevo giá immaginato decapitato, altro che schiaffi.
        Ora mi chiedo: perché non dire sforzo, contingenza, acquisire le capacitá, ponte, facile? Molti dei discenti presenti non conoscevano neanche l'inglese e si sono vergognati ad alzare una mano e chiedere "Ma come parli?!? Le parole sono importanti!". Una volta si diceva parla come mangi, avremmo dovuto suggerirglielo in coro.
        Ma questo, ahinoi, non é un caso isolato: ció che pare incredibile é che alle volte alle persone non venga neanche piú in mente il corrispondente italiano di alcuni lemmi, per esempio partnership… come cavolo si dice in italiano? e cosí finisci per dirlo in inglese, dimenticando che "societá" o "associazione" vanno benone e non ledono la dignitá della nostra lingua e della nostra cultura. E che dire dell'abusato misunderstanding? Fraintendimento, é una bellissima parola italiana.
        Aneddoto. Un giorno mi telefona un collega della contabilitá e parlando di una fattura mi chiede se la posso OKEIZZARE. Okeizzare, capite quanto si puó cadere in basso? Questa persona non é piú in grado di attingere al suo personale vocabolario italiano per estrarre una parola semplice come "approvare". Caso simile: ad un tizio in televisione viene chiesto di cosa si occupa, e questo risponde "faccio PIERAGGIO": sulle prime non afferro, poi riavvolgo il nastro nella mia testa e capisco che il tapino di mestire fa "pubbliche relazioni" (p.r.), e intendeva dire che distribuisce inviti per l'ingresso in discoteca.
       
        E infine veniamo ad un paio di rospi che ho in gola giá da tempo: piuttosto, davvero, e insomma, tutti avverbi in qualche modo abusati in questi tempi bui per l'italiano.
        Per coloro che non lo sapessero piuttosto non é un sinonimo di oppure: posso dire piuttosto che dire trend negativo mi taglio un braccio, e anche ho sonno preferirei piuttosto andare a dormire; ma non posso dire potremmo andare al cinema piuttosto che a teatro piuttosto che a cena fuori, semplicemente perché é sbagliato! Fate caso, ormai l'abuso del piuttosto ha contagiato tutti, una vera pestilenza. Un giorno anche a me é capitato di usarlo in questo modo, me ne sono accorta mentre lo dicevo, e dopo mi sono sentita veramente una merda, mi sarei presa a schiaffi chiedendomi ma come parli?!? se non fossi stata in ufficio.
         Su davvero e insomma non voglio dilungarmi, provate solo a sentire una puntata di Che Tempo Che Fa e capirete che Fabio Fazio é il Re del loro abuso. Sinceramente sempre meglio dell'eccesso di MINCHIA che ormai imperversa nel parlare di tutti. Solo pochi anni fa minchia era un intercalare siciliano piuttosto volgare, poi piano piano é stato sdoganato, sempre grazie alla cara vecchia stronza TV, e forse il minchiaSabbri della Littizzetto ha fatto da apripista. Ma se dire minchia una sola volta puó avere un effetto enfatizzante, riempire le frasi con un 60% di minchia meriterebbe un'azione punitiva di un esercito di Nanni Moretti.
        E ora se vi va, godetevi il meraviglioso Nanni. Lo adoro, é una persona speciale con un magnifico cervello.

 

 

 


 

Alfa

 

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Tanti anni fa mio fratello mi fece un’osservazione non propriamente da etologo, sosteneva che non esistono piccioni cuccioli. All’epoca insinuò un alone di mistero in questo fatto. Ovviamente era un’idiozia, perché chi può dire di aver visto un passerotto o un pettirosso piccolo? Gli uccelli escono dal nido solo quando sono “pronti”, cioè adulti. Così le volte che mi capita di vederne qualcuno lo fotografo e poi glielo mando con la didascalia “i cuccioli di piccione non sono più un mistero”. Questi per esempio, sono i due rompicoglioni che frignano affamati nel loro nido di piume e guano disturbando il mio studio in giardino: la coppia che da anni tuba sul cornicione del palazzo di fronte, ha messo su famiglia in una piccola nicchia e si danno un gran daffare a portare cibo ai due eredi. Si vede già che uno dei due è Alfa, sgomita e ottiene più cibo, e cresce più veloce. Anche tra noi umani si capisce subito chi è Alfa e chi non lo è, perché le prove di forza e la sopraffazione sono tra i nostri sport preferiti. Siamo animali, ne più ne meno di un lupo o di un piccione. Solo non rivestiamo di cacca i nostri nidi.

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Questo gatto dagli occhi spiritati appollaiato su un albero è un micio adottato da una gattara sulle alture di Genova. Probabilmente riceve molte più attenzioni di tanti esseri umani, quelli per esempio che sono così disperati da saltar su una “carretta del mare” per venire a cercare fortuna in Europa. L’altro giorno ero a far la spesa al supermercato e improvvisamente di fronte allo sconfinato banco dei formaggi mi è parso chiaro un fatto, che sta sotto gli occhi di tutti, ma al quale non pensiamo mai: noi abbiamo “troppo”. Questa è la società del benessere, e nonostante la crisi, noi siamo veramente ricchi, soprattutto se paragoniamo il nostro tenore di vita a quello di altre popolazioni nel mondo: nei miei viaggi da donna “ricca” europea ho visto paesi nei quali non si sognano neanche un decimo di quello che abbiamo noi. Sono stata a Cuba nel 2004, non come Varadero-turista, ma ho girato l’isola e vissuto nelle posade: ricordo che tornai con un buco nel cuore, per aver visto la miseria e la “prostituzione di massa” come unica risorsa di emancipazione; ho visitato, seppure in modo più rapido e superficiale, anche il Marocco, l’Egitto e la Tunisia, e non ci vuole poi molto a capire che sono poveri; in Namibia i bambini spesso sono scalzi e si arrangiano vendendo pietre ai turisti (ovviamente i bianchi sono i più ricchi). Così davanti a quella incredibile scelta di formaggi, uno più buono dell’altro, ho realizzato che rimandiamo in Libia i barconi di disperati perché il formaggio è nostro e ce lo vogliamo mangiare tutto noi. Abbiamo panzoni grassi, doppio mento, culi grossi come portaerei, e per dimagrire andiamo dal dietologo, oppure compriamo barrette assurde in farmacia. Abbiamo case scaldate d’inverno e rinfrescate d’estate, abbiamo l’acqua calda ogni volta che vogliamo farci una doccia, abbiamo gabinetti e quella cosa meravigliosa che è la morbida carta-igienica; abbiamo dentifrici, spazzolini, filo interdentale; abbiamo armadi pieni di vestiti, borse coordinate con le scarpe, e trucchi e creme per le rughe, e profumi, e libri, tantissimi libri e riviste; abbiamo i musei e la maledetta televisione, abbiamo la musica sempre nelle orecchie con i lettori mp3, il collegamento veloce a internet, abbiamo tre cellulari a testa, due auto e una moto, molti hanno la casa al mare, quella in montagna e una pure in campagna. Abbiamo giganteschi frighi pieni di cibi light o grondanti colesterolo. Siamo dei re, con il nostro scaffale pieno di formaggi, almeno quattro marche per ogni tipo. È tutta roba nostra, perché dovremmo dividerla con qualcuno che muore di fame, di guerra e di persecuzioni? Non sono cattolica, non sono cristiana: non credo, sono una agnostica molto confusa sull’aldilà, ma parecchio anche sull’aldiqua. Mi chiedo chi siano i cattolici, chi siano quelle persone che pregano Dio e gli chiedono solo cose per se stessi, quelli che vanno in chiesa lasciando il Suv posteggiato in seconda fila, quelli carichi di gioielli e vestiti firmati assurdamente costosi, cuciti per noi da masse di schiavi nelle fabbriche-lager sparse sul Pianeta.

È il nostro mondo, guai a chi lo tocca. Tornate “al vostro paese”, che qui non vi vogliamo. Bravi cattolici che fanno la comunione e battezzano i figli, e poi l’importante è solo avere una fede al dito per dire che credi nella famiglia, non importa se poi vai a puttane, paghi per trombare delle povere ragazzine disgraziate che in Italia pensavano di trovare l’Eldorado, tu sei un bravo cattolico perché quando vedi il Papa magari ti commuovi.

Qualche giorno fa ho sentito la notizia di una bambina di pochi mesi, figlia di immigrati, che è morta di asma, la mamma non aveva i soldi per curarla. Come è possibile in un paese che ha scaffali straboccanti di formaggi?

Anche io sono una privilegiata, un’egoista che ha paura di tutte queste masse di disperati, e me ne vergogno. Se è vero che non possiamo realmente accogliere chiunque, è anche vero che tutti i Governi europei dovrebbero affrontare il problema della povertà, che non significa  non poter andare in vacanza o comprarsi un vestito, significa non avere nulla da mangiare, non avere magari neppure i denti, o un paio di occhiali per vederci bene. Non ci rendiamo conto neppure lontanamente di che cosa sia la povertà.

Siamo una popolazione Alfa, e agli altri lasciamo solo le ossa.

6 Novembre 2006

micia piccola

È tutta la settimana che dormiamo vicine, non posso lasciarti sola, perché non cammini quasi più, e non vorrei che ti facessi male se avessi sete durante la notte; non mi importa di dormire per terra dentro un sacco a pelo, voglio stare qui e sentire il tuo respiro mentre dormi, voglio che tu senta la mia mano ogni volta che la vuoi, perché ti voglio bene e so che tra poco andrai via per sempre, e non ci sarà più tempo per i baci, le carezze, i nostri nasi che si strofinano come gli eschimesi e tu che sbavi quando ti stringo a me, e mi guardi negli occhi come se io fossi un angelo. Quante volte mi sono persa nel blu dei tuoi occhi, quante volte mi hai vista ridere, piangere e dormire, quante volte ti ho fatto promesse che non ho mantenuto e poi tu mi guardavi come si guarda qualcuno che si ama anche se ci ha ferito. Quante volte ti ho urlato non ne posso più di te, perché perdevo la pazienza, ma adesso sono qui solo per te, per farti le flebo, per darti le medicine, per farti sentire che sei la mia piccola.

Oggi tutto sta precipitando, e il momento che ho temuto in questi giorni si avvicina inesorabile: tu che mi guardi e mi chiami, vuoi che ti stia vicino, ci sdraiamo al sole insieme per l’ultima volta, ed è bellissimo anche se non ti reggi più da sola e devo sostenerti. Come farò senza di te? I tuoi magici occhi blu ora sono fondi e bui, le pupille dilatate, e sei sempre più inquieta; la dottoressa ha detto di starti vicino, di aiutarti a lasciare questo mondo facendoti sentire che sono serena. Ma come farò senza di te, ancora non so come sarà non poterti mai più toccare e stringere a me. Siamo sdraiate sul divano, sono le ultime ore e siamo troppo agitate, tu sul mio petto che senti il mio cuore senza pace, non riesco a calmarmi, ho paura di vederti morire, ho paura di quel istante che cambia tutto per sempre e la vita che scompare lasciando solo foto di istanti con i bordi sbiaditi. Anche tu hai paura, sei sdraiata e sollevi più volte il capo, di scatto, guardando davanti smarrita e attonita, con gli occhi vuoti, come in cerca di sollievo o di una spiegazione, poi ti giri verso di me prima di posare il capo per sentirti dire che va tutto bene e sono qui per te, hai paura di andare, paura di saltare dall’altra parte. La dottoressa dice che non devo piangere, che avrò tutto il tempo per farlo quando sarai morta, adesso devo solo pensare a te e aiutarti a morire. Dio, come si fa a non piangere, ti conosco da vent’anni piccola. Accendo un po’ di musica per cercare di rilassarmi, che se lo sono io poi lo sei anche tu, e mi colpisce questa canzone, sembra che tu mi stia dicendo qualcosa, “Lontano, questa nave mi sta portando lontano, lontano dai ricordi delle persone alle quali importa se vivo o muoio… Stringerti tra le mie braccia, volevo solo stringerti tra le mie braccia… non ti lascerò mai andare via se tu mi prometti di non scomparire, non scomparire mai…”. E’ sorprendente la musica quando è intimamente connessa con le corde della tua vita… "Stringerti tra le mie braccia, volevo solo stringerti tra le mie braccia", è tutto quello che ci fa sentire l’affetto di questi anni insieme, e ora stare vicine dentro il conto alla rovescia.

Adesso sono calma, e tu stai per lasciare il vecchio corpo rotto, adesso posso aiutarti ad andare, mi mancherai per sempre però adesso vola via, vai piccola, vola via, e il tuo fiato si interrompe, qualche secondo di convulsioni, non riesci più a respirare, e mi tocca vederti soffocare, vederti volare via davvero, aprire la bocca in una smorfia che stravolge la tua fiera bellezza, mi tocca dirti vola via anche se non vorrei mai. Un ultimo sospiro e sei ferma, gli occhi fissi e spenti, la gola strozzata e la bocca aperta, dovrò ricordarti per sempre anche così, con la vita strappata in gola.

Ora posso piangere, ora che sei andata posso piangere, e lo farò per giorni fino a sentire male agli occhi e il vuoto dentro, un altro vuoto, e nessuno capirà quanto sei stata speciale perché eri “solo” un gatto, nessuno capirà quanto mi sento a pezzi, nessuno capirà il doloroso privilegio di esserti stata vicino mentre morivi, averti aiutato nel “parto inverso”, perché è così, la tua è stata una nascita al contrario, e ora, come un anno fa quando sei volata via, distesa con me su quel divano, sento ancora la tua voce, vedo ancora i tuoi occhi, sento ancora il peso del tuo corpo su di me.

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micia1

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Se fossi un piccione

Ero ferma ad un incrocio e il mio sguardo si è posato su tre piccioni appollaiati sul lungo braccio orizzontale che reggeva il semaforo. Erano immobili, come contemplassero le dinamiche del traffico, ma probabilmente stavano facendo a gara a chi centrava più bersagli con le proprie deiezioni:

autobus = 10 punti

auto = 100 punti

motociclista = 1000 punti

pedone = game over

Un modo come un altro per passare il tempo. Mi son detta, se fossi un piccione non starei tutto il giorno a inalare lo smog cittadino, volerei in un posto migliore a respirare aria pulita, al limite mi prenderei anche delle soddisfazioni facendo qualcosa di speciale, chessò andrei in piazza S. Pietro a sganciare qualcosina sul candido copricapo di Ratzinger, per vedere se si incazza e tira giù qualche madonna oppure dice amen, che anche il guano è opera del Signore; volerei davanti alle finestre per curiosare la vita degli altri nell’intimità della propria casa, mi prenderei una vista delle più belle architetture d’Italia a volo d’uccello, insomma che ne farei di cose se avessi un paio d’ali, tutto fuorché volare per 10.000 km e venire a morire a Genova, nel triste magazzino di un ufficio tra scaffalature e scatole di cartone. Questa macabra foto è del corpo senza vita di una rondine che aveva da poco lasciato l’Africa Centrale per trascorrere l’estate in un posto infame di questa città, bisogna proprio perdere la bussola per scegliere Cornigliano per nidificare. Forse ha cercato riparo durante la pioggia torrenziale dei giorni scorsi ed è rimasta imprigionata, senza cibo, senza via d’uscita. Magari aveva appena scodellato quattro o cinque uova, e qualcuno l’aspettava nel nido. Avrei voluto trovarla prima e liberarla, e invece ormai per terra c’è un corpicino di piume senza peso che qualcuno butterà in spazzatura senza mai sapere quali cose meravigliose hanno visto quegli occhi nel lungo viaggio dall’Africa, senza mai conoscere l’emozione di volare.

rondine

Aggiornamento del 18 giugno 2007: le rondini morte nel magazzino erano in totale quattro. Sono state rinvenute dietro uno scaffale