Splash, una megattera in piscina (2da parte).

          acquaMare

La fauna ittica della piscina vede tra le specie di più assidua frequentazione l’Uomo Patata, dotato di branchie ascellari, veloce come uno squalo. Ma diamo un’occhiata più da vicino alle sue peculiarità anfibie.

L’UOMO PATATA. Se Mr. Potato di “Toy Story” è tutta testa, l’Uomo Patata è tutto busto: un enorme, tuberiforme torace con all’estremità superiore una cuffia cobalto, e all’altro capo un costume blu oltremare. Le braccia sbucano dal tronco come germogli informi ma sono capaci di roteare veloci come eliche. L’allenamento dell’Uomo Patata persegue una imperscrutabile estetica personale, nella quale lo sviluppo abnorme e bozzuto del torace è prioritario rispetto a quello delle gambe, semi-atrofizzate, una sorta di “Bud Spencer style”: egli usa eliminare il contributo natatorio degli arti inferiori -quali fossero inutili appendici- ponendo in mezzo alle cosce un galleggiante. Francamente, ci hai una panza che sembri un’otaria di Cape Cross, perché non sbatti anche un po’ i piedini così forse con duemila vasche ti si riduce il girovita? Neanche per sogno. Solo stile libero senza gambe, mezz’ora tutti i giorni, inspiegabilmente veloce come un siluro nonostante la zavorra addominale, e sposta paurose masse d’acqua che neanche un tricheco quando si tuffa dallo scoglio. Posso solo sperare che l’onda anomala non mi arrivi in faccia proprio quando tiro fuori la bocca per respirare, ma di norma è proprio quello che succede. 

L’UOMO MOQUETTE. Come tutti sanno, in piscina è obbligatorio l’uso della cuffia. Giusto. Ma che dire di quel tizio col corpo coperto di folta lanugine che ci ricaveresti un paio di twin-set in Shetland? Ed è pure di quelli che non si fanno la doccia prima di entrare in vasca! Destino beffardo, di solito i soggetti pelosissimi possono fare a meno della cuffia perché non hanno un capello in testa, più o meno dalla pubertà, dicesi alopecia androgenetica pelosiforme. Proporrei l’obbligo di una accurata depilazione estesa a tutto il corpo, o in alternativa una coatta e contenitiva muta da sub.

L’UOMO RANA. A guardarlo nuotare diresti che si allena seriamente per le Olimpiadi o per la traversata dell’Atlantico. La corsia veloce è la sua corsia, altre collocazioni infamano la sua dignità sportiva. Indossa regolarmente pinne e mani palmate con le quali sposta moleste ondate tzunamiche, creando burrasche mare forza 9, fuggire si, ma dove?! Si produce in scenografici gesti plastici allorquando raggiunge la sponda e riparte, come fosse sotto immaginari riflettori in mondovisione. L’Uomo Rana ha gli occhi prominenti di Kermit, tondi e sporgenti come palle da biliardo, e in tutti questi mesi non mi ha mai detto ciao, mi guarda fugacemente e con altezzosa superiorità sportiva, senza dire una parola. Facesse almeno “cra”. Niente. Muto come un pesce. Ma va bene così perché tanto mi sta sulle balle.

LO STECCHINO. La prima volta che l’ho visto in acqua ho pensato che fosse un vecchissimo nonnino, non meno di 97 primavere, completamente rinsecchito: un mucchietto d’ossa tenute insieme da un po’ di glabra pelle sottile, il tutto sul punto di disintegrarsi. Un naso enorme, grosso come il timone di una nave. Quando ho avuto occasione di vederlo da vicino, mentre aspettavamo sull’uscio l’apertura del Centro Sportivo, ho realizzato che lo sventurato era invece giovane: qualche terribile malattia l’ha consumato, ora è lo stecco di legno di un gelato senza il gelato intorno. Ma lui ha resistito e forse ha vinto. Lotta con tenacia per ricostruirsi la muscolatura scomparsa, nuota con una maglietta addosso perché non ha un filo di grasso che lo protegga dal freddo, è scoordinato, scomposto, asimmetrico nell’energia impartita agli arti nello stile libero di un naufrago ormai senza forza. Conviene non dividere la corsia con lui perché va contromano e schizza acqua per ogni dove, ma tanto di cappello alla sua forza di volontà. E stupore, per la vita così imprevedibile ed iniqua.

Tra una bracciata e l’altra rifletto che con la pancia dell’Uomo Patata, per esempio, ci si potrebbero fare tre uomini di corporatura normale.

STILE MOLTO LIBERO. Non credo d’essere un mostro di bravura a nuotare ma so riconoscere un autentico stile libero da un arraffazzonato stile molto libero. Alcuni avventori improvvisano improbabili tecniche natatorie che producono più danni che giovamento ai loro corpi bisognosi di fitness: c’è chi non usa gli occhialini e nuota a stile tenendo fuori la testa, e niente vi garantisco è più irritante per un amante del nuoto, o chi, pur usando gli occhialini, ha talmente paura di scoprire con una craniata che la vasca è finita da prendere il respiro con disumani movimenti della testa prima in su, poi in avanti, e solo in fine di lato. Cervicale garantita. Molto praticato dalle persone anziane e/o sovrappeso lo stile “me ne sbatto se ci sei anche tu in corsia”, che consiste in un dorso lento, a zig-zag, con braccia simultaneamente portate indietro e poi di lato ad occupare un paio di corsie (una sorta di “farfalla inversa al rallentì”). E qui i miei ‘fanculo sussurrati a denti stretti si sprecano.

Chi ha fatto della farfalla inversa il suo stile preferito è DALLA CINA CON FURORE, un signore asiatico dall’età indefinita collocabile tra i 30 e i 65 anni: corporatura a patata, naso piccolo come la falangetta di un mignolo, occhialini a mandorla (incredibile ma vero), egli calza la cuffietta a mo’ di papalina sulle 23, come se non fosse un obbligo igienico ma un consiglio tipo “è gradito l’abito scuro”. Si muove lento come Mao Tse-Tung che nuota rilassato nel fiume Yangtse, ma poi può fare d’improvviso tutta una vasca a stile libero senza prendere mai il respiro.

LO STATUARIO. Infine c’è un ragazzo con un corpo perfetto, statuario appunto. Anche lui usa le pinne, le mani palmate, gli piacce far scena coi movimenti plastici tipici del bordovasca. Ben inteso: fa tutta un’altra figura rispetto all’Uomo Rana. Anche lui mi guarda e non saluta. Siam genovesi, e qui vige l’inspiegabile “crepassi se ti saluto prima che lo faccia tu”. Un giorno abbozzo un sorriso a bordo piscina, ma forse me lo sono solo immaginato perché lui non ha reagito. Un altro giorno cerco con disumana fatica di spostare un po’ più in alto gli angoli della mia bocca in modo che il sorriso sia inequivocabile, anche se forse non si sono visti i denti, e lui sembra quasi rispondere al mio impercettibile saluto. Un’altra volta ancora pare che lui mi aspetti al bordo per salutarmi. E infine un giorno a fine vasca e con un filo di voce rotta dallo sforzo olimpico, sussurro senza fiato un “ciao”, e mi esce una voce che quasi non riconosco. Lui risponde un “ciao” insieme ruvido e stridulo, che bisogna essere abili per mettere insieme queste due cose, però non è in debito d’ossigeno come me. Il giorno dopo arrivo presto pensando che come al solito lui sarà già lì, e invece giunge più tardi, forse pensando che io arrivo sempre dopo. Insomma, le dinamiche in acqua sono diverse da quelle terrestri, e forse la nostra scioltezza è quella dei palombari con lo scafandro. Ma la sensazione amniotica dell’acqua riesce a farti dimenticare tutto: cloro, timidezza, e il freddo, che l’influenza stavolta non me la toglie nessuno.

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Splash, una megattera in piscina (1ma parte)

piscina

 

          Nella mia lista dei piaceri della vita c’è nuotare. Ma non solo al mare, anche in piscina, avanti e indietro nella mia corsia come Paperon De Paperoni quando fa “mumble mumble” (ma senza tutti i suoi fantastiliardi).

Ecco, l’elemento acqua è qualcosa che mi rende felice: galleggiare, nuotare, cazzeggiare, testa sotto, testa sopra, persino le apnee le trovo molto meditative, quel effetto accendi/spegni del cervello che stimola la riflessione, sebbene intermittente. Guardare il gioco dei riflessi di luce nell’acqua ha un che di ipnotico. A volte nuotare è persino un’esperienza sensuale… la morbidezza avvolgente dell’acqua, l’assenza di gravità, i movimenti fluidi e ritmici, il piacere dello sforzo fisico misurato. Non esagero: sguazzo nelle endorfine.

          Un paio di anni fa avrei potuto magnificare le soddisfazioni della corsa, consumate in un bosco o su un tapis roulant come un criceto sulla sua ruota, ma le mie piacevoli sgambettate al percorso ginnico sulle alture sono state stroncate da una piccola, perfida ernia del disco, precisamente alla V vertebra: la disgraziata schiacciava impercettibilmente il nervo sciatico, il quale per ripicca disarticolava il piede sinistro svitandolo dalla caviglia a mò di Playmobil, e i miei goduriosi allenamenti sono passati nel giro di pochi mesi dai dignitosi 10km in 1ora, agli indecenti e incespicanti 5 minuti di sboccate imprecazioni (le più comuni, che vi risparmio), mentre simulavo noncuranza slacciando e riallacciando la scarpa in cerca di un comfort impossibile, e con malcelata invidia per chi mi sfrecciava accanto.

Ammettiamolo: sto invecchiando. E allora addio falcate da gazzella in favore di uno sport con un minore impatto sulle articolazioni, il rinomato nuoto, sport completo e senza controindicazioni. Mica vero. Prendete per esempio il cloro, è un po’ come sottoporsi ad un candeggio: avevo morbidi capelli castano/biondo e il cloro li ha sostituiti con una capigliatura che ha tutto l’aspetto di un tupé ricavato da una scopa di saggina. Così sono passata al castano, ma il cloro ha fatto virare i capelli ad un improbabile rosso Pippicalzelunghe. E non è finita qui. Gli occhialini lasciano un odioso solco sul viso che si attenua solo dopo mezza giornata e dozzine di sguardi perplessi dei colleghi alla macchinetta del caffè che si chiedono cosa combini di notte per avere le occhiaia fino a mezza guancia. E che dire del tanfo di cloro che rimane sulla pelle anche dopo il bagnodoccia e la crema idratante? E gli occhi rossi da depressa sull’orlo del suicidio? E la pelle secca, che ho più squame di un branzino? E la rara ma implacabile influenza? È sufficiente che il braccino corto della Direzione regoli l’acqua qualche grado in meno e il raffreddore è in agguato. Per risparmiare, non certo per onorare il Protocollo di Kyoto. Tre volte quest’anno. Diciamo che non sempre lo sport è tutta salute.

 

Ricordate il post sulle donne della mia palestra, scritto quando ancora ero la Regina del tapis roulant? È ora che vi racconti qualcosa sulla fauna ittica della mia piscina. (Per inciso, la megattera del titolo non sono io, che fortunatamente mantengo ancora la snellezza di una sogliola).

Sebbene in piscina vi siano molteplici cartelli che invitano cortesemente gli utenti a farsi la doccia prima di entrare in vasca, buona parte degli avventori entrano asciutti, con tutto il loro variegato bagaglio di defunte cellule epiteliali, fluidi organici di vario profilo, peli, forfora, cerotti, residui di deodoranti, creme, profumi. Chiaro che poi i livelli di cloro sono di quelli che avrebbero sbiancato Michael Jackson senza alcun bisogno di interventi chirurgici. Ci sono anche cartelli che segnalano la presenza di idonei servizi igienici per qualunque necessità di peristalsi e diuresi… Credere che nessuno si faccia dentro una pisciatina è forse mal riposto ottimismo?

Da notare. Sono presenti tre corsie, Lenta, Media, Veloce, più un’area non delimitata – equivalente a due corsie – dove si va più o meno allo sbando: la velocità è qualcosa di opinabile, sicché non è inusuale vedere nella corsia veloce corpulenti anziani rilassati come fossero alle terme, e scattanti atleti più acquatici di un delfino in quella lenta. I cartelli ricordano anche di tenere la destra, ma c’è sempre qualche specie di anglosassone contromano sul quale cozzare: di norma non si scusano e ti guardano infastiditi. Potete immaginare quanti “’fanculo” ho annegato nel cloro?

I bagnini, che cambiano a rotazione, sono tutti uguali: stessa divisa, stessi insulsi tatuaggi sui polpacci, la medesima difficoltà a salutarti, e soprattutto sono tutti molto, molto comprensivi. Dialogo tipo: ore 08:00 del mattino, mese di Dicembre.

– ciao, senti ma l’acqua della doccia viene completamente fredda, puoi fare qualcosa?

– no, si è rotto l’impianto

– cooosa??? Ma come faccio?? Quando esco dalla piscina DEVO lavarmi via il cloro!!! [e tutte le schifezze dei porci che non si fanno la doccia]

– guarda, non dirmi niente che dovrò sorbirmi tutto il giorno la gente che si lamenta…

– ah…

 

Secondo dialogo: ore 07:00 del mattino, metà Aprile (fuori la minima è 10°, la Primavera è rimasta impigliata in qualche altro Continente)

         ehi, ma l’acqua è ghiacciata!

         Dici? Ora la misuro, poi semmai segnalalo alla Reception

         Senti, ma sono già raffreddata perché era freddissima pure la volta scorsa..

         Anche io, senti? [tira su col naso per dimostrare la costipazione]. Lo sai che è terribile star qui tutto il giorno all’umido?

         ah…

E mi sfilano pure via 75 euro di abbonamento mensile.

 

Tra una bracciata e l’altra osservo i nuotatori, e alcuni sono davvero peculiari. La prossima volta vi racconterò dell’Uomo Patata, l’Uomo Rana, lo Statuario, lo Stecchino, ed altri ancora….

 

Notizie dallo spogliatoio della mia palestra

palestra

Le donne della mia palestra sembrano timide: non ti salutano mai anche se la tua faccia l’hanno vista centinaia di volte.

Le donne della mia palestra però non sono molto riservate: mentre si cambiano nella ressa dello spogliatoio urlano al cellulare i fatti propri con lo stesso volume che userebbero per annunciare “è arrivato l’arrotino, è arrivato l’ombrellaio”.

Le donne della mia palestra portano tutte il perizoma anche se una mutanda contenitiva sarebbe più funzionale. Ti trovi circondata da un’invadenza di culi e tette e non puoi fare a meno di esprimere tra te e te valutazioni che certamente ti rovineranno il Karma.

Le donne della mia palestra hanno fantasiose coiffeuse pubiche: espongono orgogliose le loro patate naziskin completamente rasate con ricrescita tipo barba della Banda Bassotti, o perfette rasature effetto infanzia perduta, in gran voga il baffetto hitleriano e il pon pon simile alla coda di un coniglietto peluche della Trudy. Assolutamente fuori moda il “prato incolto”, indizio di una vita sessuale opaca. Ogni donna trendy ormai si pota il boschetto come fosse un cespuglio di bosso del più classico giardino all’italiana, tra meandri e ardite vedute prospettiche a volo d’uccello.

Le donne della mia palestra occupano 1mq di panca con le loro 8 borse, vasi di crema shampoo balsamo bagnoschiuma esfoliante rassodante, e ti lasciano solo lo spazio per posare un fazzoletto, e ancora grazie che c’è quello.

Le donne della mia palestra non fanno la doccia prima di entrare in piscina e mentre nuoto spero tanto che si siano lavate a casa; si sistemano in pubblico l’assorbente sullo slip, si depilano sotto la doccia lasciando cospicui mucchietti di pelo sulle griglie dello scarico, non tirano mai lo sciacquone del gabinetto ché magari a schiacciare la leva si prendono una brutta malattia, però non ci pensano due volte a sedersi senza mutande sulla panca dove posano le scarpe per non piegarsi troppo ad allacciarle.

Le donne della mia palestra non hanno mai sentito parlare di risparmio energetico, e si asciugano i capelli con due phon per volta occupando tutta l’estensione dello specchio davanti a se, come fossero primedonne nel proprio camerino; abbandonano in giro qualunque oggetto inutile tanto c’è la schiava filippina compresa nell’abbonamento.

Le donne della mia palestra non faticano mai perché la traspirazione rovina il trucco, e magari poi puzzano pure come facchini; lasciano sciolti i fluenti capelli sul tapis roulant, sulla cyclette o sullo step, tanto nessuna goccia di sudore comparirà sulla pelle del loro collo perfettamente abbrustolita dai raggi UVA.

Tra le donne della mia palestra c’è qualche raro esemplare con le mutande normali, veloce a cambiarsi, che ama lo sport dove si suda, che chiude l’armadietto quando va via e non lascia scie di spazzatura dietro di se. Le guardo e penso sorridendo che per fortuna non si sono ancora estinte.