Ancora New York

Sono tornata a casa ormai da un mese e NY dentro di me si sta piano piano sbiadendo come i petali di un fiore chiuso dentro un libro. Qualche amico che ancora non ha visto le foto rimarrá orfano dei classici commenti relativi al soggetto ripreso, e dovrá accontentarsi di “Uhm.. qui é… come si chiama… e questa, si.. ‘spetta che guardo su Google earth… qui.. non mi ricordo, vabbé dai, é Manhattan!”. Una didascalia buona piú o meno per il 90% delle immagini.

 

Eravamo rimasti al concerto degli U2.

Il giorno dopo, il 24 settembre, sono andata finalmente al famoso Metropolitan Museum: la mia guida dice che é il piú grande al mondo, e alla fine della giornata i miei piedi non ne dubitano, ma se devo dire il vero ho il ricordo di un Louvre talmente vasto che la sera in albergo sdraiata sul letto sembravo piú morta di una mummia egizia. In questi grandi musei ci sono talmente tante meraviglie, troppe, che dopo un po’ passi davanti ad un Picasso degnandolo di mezzo sguardo sbieco, e ti vergogni pure perché chissá magari poi gli altri credono che se non ti fermi almeno cinque minuti non capisci prorio un cazzo d’arte, mentre tu pensi “se vedo ancora un quadro vomito”. Io che ho studiato arte ho pure una resistenza piú alta della media,  ma mi chiedo cosa vedano e cosa provino le orde di turisti che si accalcano davanti ad opere antiche e moderne. Con le migliori intenzioni ho cominciato a visitare il Metropolitan gustandomi con calma la scultura antica, facendo innumerevoli foto e chiedendomi come cavolo tutto quel ben di Dio greco-romano si trovasse negli Stati Uniti. Girando tra i marmi ero accompagnata dalla sensazione di essere stata in qualche modo “derubata”, perché qualcuno si era preso il disturbo di fare attraversare l’Oceano Atlantico a tutte queste meraviglie? Me lo sono chiesta ma poi mica ho indagato. Ecco una bella domanda da inserire nel campo di ricerca di Google, invece di perder tempo dietro agli U2.

Cazzo, ma lo sapete che hanno persino staccato degli affreschi dal sito archeologico di Boscoreale? Erano lí, dall’altra parte del mondo, magnifici a campeggiare sulle pareti del museo, e una sala l’hanno persino ricostruita al vero. Con la nostra cultura. Ma non si son fatti mancare niente, hanno saccheggiato piú o meno tutto il mondo per creare questo gigantesco museo che ti permette di fare un giro dell’arte del Pianeta. Ora non vorrei che sembrasse un’accusa, insomma magari qualcuno gliele ha vendute tutte queste opere. No coment.

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Il Guggheim, visitato qualche giorno prima, e di cui ho brevemente giá accennato in uno dei post precedenti su NY, é un museo dalle dimensioni piú umane, e ti puoi persino permettere un paio di zeppe per vestirti almeno per un giorno come una donna, con una gonna e le gambe al vento, invece di essere sempre un essere asessuato informe dal quale spuntano come unici tratti distintivi una mappa ed una fotocamera. Certo se la tizia che spingeva la sedia a rotelle di una signora inferma avesse evitato di tranciarmi di netto il tendine di una caviglia forse sarebbe stata una giornata migliore e non avrei trascorso mezz’ora a frizionare l’articolazione, ad ingoiare lacrime e insulti in italiano, che quando sono furiosa non mi escono mai fluenti in inglese, e poi come diavolo fai a prendertela in una situazione cosí? Hai solo un bozzo blu grosso come una prugna sotto il malleolo destro, che pulsa e lampeggia come la sirena della polizia, mentre quella donna non cammina: soffri e ti senti pure una merda perché hai il privilegio di percorrere con le tue gambe la galleria di Frank Lloyd Wright, uno spazio che crea sensazioni forti e indimenticabili. Ma ormai é fatta, peró la discesa me la gusto cercando dignitosamente di non zoppicare, mentre converso mentalmente con Wright e gli sorrido ad ogni passo.

Tornando al Metropolitan, sul tetto c’é una interessante installazione metallica, una sorta di enorme radice contorta di ferro, tra i cui rami si incorniciano lembi di Central Park e di grattacieli. Esco dal museo felice, grazie al genio degli artisti di tutti i tempi e di tutto il mondo, ed é una sensazione che infonde quella fiducia nell’umanitá di cui solitamente difetto.

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Venerdí 25 settembre é la giornata dedicata ad Harlem. I giorni si sono snocciolati veloci, giá dieci che vivo sotto questo cielo, ancora pochi davanti a me per completare il mio itinerario. E sinceramente se non fossi andata ad Harlem mi sarei risparmiata i soliti dolori articolari alle estremitá senza perdere niente di ché. Nella mia fantasia poteva essere un ghetto orrendo, in realtá non é male, ma si vede che qui la gente é decisamente piú povera, e decisamente piú nera, il che la dice lunga sulle permanenti difficolta di una vasta popolazione di newyorkesi. La guida mi propone alcune visite che si rivelano piuttosto insulse, ma ormai é fatta. Quando i piedi sono ormai un mucchietto d’ossa scomposte e deluse, prendo la metro e vado alla Columbia University per pranzare con un uomo conosciuto il sabato prima ad un party. Era visibilmente interessato alle mie grazie, cosa che mi mette un po’in difficoltá perché l’attrazione non é reciproca, peró mi dico che fa parte del mio percorso di viaggio un minimo di socievolezza. La mossa si rivela una cazzata memorabile: pensavo di riposarmi un po’seduta a mangiare conversando e invece il tizio decide di farmi visitare tutta la Columbia compresi i dintorni, i tetti, i giardini e altri anfratti, dove temo piú di una volta che ci provi. Quando i miei piedi strisciano chiedendo pietá gli suggerisco di andare a mangiare e ci sediamo in un posticino carino ma sulla strada trafficata, un po’rumoroso. Mangiamo entrambi una quiche di verdura con contorno d’insalata. Lui si scusa per aver provato a baciarmi una guancia (io sono prontamente sgattaiolata via come si fa quando un grosso calabrone peloso ti ronza su un orecchio), poi gli confesso che sono mezza fidanzata perché come diavolo fai a dire a uno che non ti interessa perché lo trovi terribilmente somigliante a Fred Flinstone (e tu non ti senti per niente Wilma), ne tanto meno sei interessata alla clava? Parliamo brevemente dell’uomo che ho lasciato in Italia (ovviamente non gli dico che é un autentico coglione), e come un bambino vuol sapere se l’ho giá baciato. Baciato? Ora capisco quando dicono degli americani puritani. Dopo che gli ho comunicato che lunedí torno in Europa, lui mi guarda sconsolato e dice “non ci vedremo mai piú?’: se fossi una vera stronza gli direi che non vedo l’ora di alzarmi da quella sedia e fuggire lontano, ma sono una stronza virtuale e mi limito a vedere la scena nella mia testa come in un film, poi cerco tra le poche disponibili in quel momento una faccia di circostanza, che probabilmente non ha beneficiato del corso di improvvisazione teatrale. Insomma, lui a fine pranzo quasi non parla piú. Diavolo, sono giá le 4! Dovevo essere giá al MOMA e invece sono qui con questo tizio che porta una T-shirt sporca sotto la camicia, che mi invita a pranzo e poi paga alla romana e si tiene pure il mio resto mentre io vado in bagno. Negli ultimi tempi sto iniziando a pensare che se uno ti invita a mangiare insieme e a te non piace, NON CI DEVI ANDARE, CAPITO?

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U2, 23 settembre 2009, Giants Stadium, New Jersey (posso dire “io c’ero!”)

27U2LE FOTO DEL POST SONO TUTTE DI BETTY ARGENTO!

Quello stesso sabato penso che sono giá quattro giorni che vivo nella stessa cittá in cui si trovano gli U2. Cavoli, non mi era mai successo, anche quando sono stata un mese a Dublino, loro erano a Eze…. Peró NY non é un piccolo borgo in Costa Azzurra, ahimé, e ho piú probabilitá di fare 6 al Superenalotto trovando la schedina vincente per strada, che incontrare anche solo un membro della band, per esempio a Central Park o a bere stout da Mc Sorely.

Quel sabato sera loro sono ospiti di un programma tv, il Saturday Night Live, NBC Studios, Rockefeller Centre. So dove sono gli studios, ci sono giá stata qualche giorno fa. Idea: vado a fare la “grouppy d’annata”, a urlare, a strapparmi i capelli e gridare I love you. Idea peregrina prontamente accantonata, mica per altro, ma non vorrei perdere del tempo ad aspettare all’ingresso sbagliato. E cosí vado da Mc Sorely, e la storia la conoscete giá (post precedente).

Peró la mattina dopo su YouTube cerco la performance televisiva della sera prima e li trovo subito i miei adorati irlandesi: ci sono Moment of Surrender e Breathe. Vedo il primo, e lo trovo non all’altezza della piú grande band del mondo: Bono appare teso, anche gli altri lo sembrano, soprattutto dopo che Bono sbaglia il primo ritornello, e canta I WAS SPEEDING IN THE NUMEBER anziché I WAS PUNCHING IN THE NUMBER. Sono in diretta, la regia inquadra lo sconcerto degli altri tre (“Bono, che cazzo dici?” dipinto sui loro volti, in sequenza quasi beffarda) prontamente mascherato dalle espressioni che si fanno super-serie, impegnate, tese. Dopo questo errore mi pare la canzone vada completamente a schifio. I miei beniamini si mostrano per la prima volta ai miei occhi come esseri umani, che sottoposti a stress possono sbagliare. La cosa curiosa é che quei filmati spariscono velocemente da YouTube, la NBC li fa togliere dalla Rete dichiarando che violano i loro diritti, e al loro posto dopo qualche giorno compare altro. In particolare il filmato di Moment of Surrender che potrei definire “marmellato”: Bono sbaglia sempre la strofa, ma nell’insieme la performance é di tutto rispetto. La definizione del video é passata da ottima a inguardabile, pochi pixel che li mostrano tutti a quadretti come un mosaico bizzantino. Bono, Bono, Bono… dovresti prenderti una pausa invece di fissare le date per il tour del 2010: ti voglio bene ancora di piú, ora che so che puoi stonare quasi come me J

Peró il concerto di mercoledí 23 settembre al Giants Stadium nel New Jersey, dall’altra parte dell’Hudson, é stato un gran bello spettacolo. Sono partita sperando che la vacanza mi regalasse quest’esperienza, e mi ero anche poi facilmente rassegnata a perderlo perché era sold out da mesi; poi Andrea mi ha fatto questa meravigliosa sorpresa, trovando i posti prato che avevo giá sognato invano per la data di Milano. Quella sera erano con noi anche alcuni amici di Andrea, tra i quali Tom, che di questo 360˚ Tour 2009 si era giá visto due serate… e il giorno dopo avrebbe visto anche la quarta… e in ottobre la quinta e la sesta! Un estimatore incredibile, direi anche un fedele azionista degli U2!

 

Speravo che ci potessimo recare allo stadio giá nel primo pomeriggio, per conquistare un ambito posto sotto il palco, dal quale all’occorrenza mi sarei potuta catapultare sopra per balbettare a Bono qualcosa priva di senso, ma soprattutto vederli da vicino e scattare ottime foto. Ma…

…Sono stata accusata di non pensare positivo per aver osservato che partendo da Manhattan alle 18.30 con un gigantesco van per 8 persone avremmo rischiato di rimanere imbottigliati nel traffico, e arrivare a concerto cominciato, perdendo quasi sicuramente i Muse che aprivano la serata, e adattandoci a posti distanti dal palco (inficiando il culo di avere posti prato). L’ottimismo di chi pensa che tutto fili liscio partendo cosí tardi lo trovo di una ingenuitá sconcertante, e mal riposto al 99%. Giunti allo stadio piuttosto tardi (due ore di viaggio quasi a passo d’uomo) ero emozionatissima, sembrava come San Siro, anche lí circa 80.000 persone. I Muse ovviamente avevano finito (cazzo, cazzo, cazzo), ma gli U2 dovevano ancora cominciare, e si sono fatti pure attendere. Lo spettacolo era praticamente uguale a San Siro, giusto qualche piccola variazione sulla scaletta. Ma c’erano altre grosse differenze:

 

  1. il pubblico italiano é piú scatenato, anche fisicamente
  2. in New Jersey ci dan dentro con la birra, prima e durante il concerto
  3. io non ero lontana anni luce dal palco, ma assai vicina
  4. se provi a conquistarti una posizione piú avanzata ti guardano malissimo
  5. in US ci sono meno uomini pelati che in Italia, perché?

 

In conclusione ero molto prossima al palco ma non abbastanza da farmi battere forte il cuore, troppa gente davanti a me oscurava spesso la scena; credo mi si sia allungato il collo di dieci centimetri per cercare di veder qualcosa, e ho odiato profondamente tutta la sera un tizio davanti a me con una gigantesca fotocamera che tutte le volte che provavo a scattare una foto provocava un’eclissi totale col suo mastodontico apparecchio.

Ho cantato a squarciagola tutte le canzoni e mi sono sentita veramente felice: a qualcuno sembrerá una cosa stupida, ma ascoltare la loro musica, cantare quelle canzoni, farlo insieme a migliaia di persone, e soprattutto farlo CON gli U2, produce in me un tipo di felicitá ben preciso, quella dei giochi appassionanti dell’infanzia: quando sei dentro, completamente dentro:

…let me in the sound,

let me in the sound sound,

let me in the sound sound,

let me in the sound…

 

Ecco qui di seguito una valanga di foto selezionate tra le migliori che ho scattato quella sera: da notare che non ce n’é neanche una decente di Edge, ahimé. Quelle scattate ad Adam e Larry sono le migliori, perché i soggetti sono piú statici, almeno la testa la tengono ferma. Bono e Edge non stanno fermi un secondo, e poi l’illuminazione bastarda, gli spintoni dei vicini proprio mentre facevo clic, e forse non essere abbastanza vicina al palco.
Enjoy!!!

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JFK, 28 Settembre 2009 e giorni precedenti, alla rinfusa.

Un diario a casaccio. D’altra parte il caos é l’ordine naturale dell’Universo, perché opporsi?

L’ultimo episodio comincia con la partenza, e i ricordi di una vacanza appena conclusa. Mentre andavo lunedí sera in Starr St. a prendere la mia ultima subway L, questa volta non direzione Manhattan ma quella opposta e definitiva, Broadway Junction e poi Howard Beach fino a qui, al terminal 7 del JFK, beh, dicevo, in Starr St. ha cominciato a piovigginare, fina fina, come domenica mattina. Ma quando la subway é emersa dalle viscere della terra per diventare un treno, pioveva a dirotto, precipitazioni piú consone ad altre latitudini. Di Manhattan piú nessuna traccia, in lontananza solo una vaga sagoma di gobbe grigie informi e un’anomala palla di fuoco rossa velata dalla distanza e dalla pioggia, una visione quasi post atomica.

Dicevo di domenica mattina, una pioggerella sottilissima, che ti chiedi come possano fabbricarla con delle goccie cosí piccole: non é neanche proprio esatto dire che la pioggia cadeva, era piú che altro nebulizzazata in tutte le direzioni. In ogni caso ha rotto le balle, perché prova a girare per strolling con mappa, fotocam e ombrello, e l’orlo dei pantaloni fradicio fino a mezzo polpaccio. Giá non mi sentivo granché bene, mal di testa, forse un pó di febbre, e sore throat e giramenti di testa. Sará stata la pioggia presa sabato notte al Greenwich Village con Dave e Andrea, tutti e tre senza ombrello e neanche un fucking taxi disponibile per tornare a Brooklyn. Cosí domenica non ero proprio al top della forma fisica, ma era l’ultima chance per vedere il Giardino Botanico di Brooklyn. Arrivarci non é stato facile, ne tanto meno venir via, perché in quel weekend avevano soppresso alcune linee di metro verso Manhattan, e quindi i miei piedi giá duramente provati dalla giornata, hanno ricevuto il colpo di grazia con un’addizione di km non previsti. Mi sentivo le estremitá come fossero ognuna un sacchetto di pelle preso a martellate con dentro tutte le ossa scomposte. Peró Dio se ne é valsa la pena! L’orto botanico era MERAVIGLIOSO, vasto, curatissimo, stupendo anche nella cornice autunnale di una giornata bagnata grigio opaco. Immagino questo amore per il verde provenga dalla cultura anglosassone e, forse ancor piú, da quella irlandese, la sua bellezza mi ricordava i Green vissuti a Dublino. Ho scattato trilioni di foto aggraziate dalle goccie di pioggia, visto incredibili bonsai, strani uccelli tipo pettirosso oversize (versione obesa americana?), un laghetto giapponese molto zen, colmo di pesci rossi grossi come cinghiali che si aggiravano lentamente sotto la superficie, con andatura squalesca. E poi un enorme uccello, tipo airone, di quelli con le zampe lunghe lunghe, e il becco lungo e sottile: era solo e pure un po’ timido, ho dovuto rincorrerlo per il bordo del laghetto jap, finché non si é lasciato catturare da un paio di shot, uno dei quali fonte per me di grande soddisfazione, alla National Geographic. E che dire del leprotto che mi é comparso d’improvviso sotto il naso? Tenero battufolo di pelo. Anche i laghetti con ninfee e altre sorprendenti piante mi hanno rallegrato il cuore. E ció che é ancora piú delizioso é che eravamo al massimo in tre in tutto il giardino, quindi la godibiltá del luogo non é stata funestata dalle solite orde di turisti rumorosi e sgomitanti.

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Finito il giro ho preso di nuovo la metro da Grand Army Plaza e sono scesa a Brooklyn Heights, per la terza e ultima volta. Il mio posto preferito. Se avessi una nuova vita da vivere a NY, quello sarebbe il mio posto ideale, lontano da Manhattan ma con lo spettacolo dei ponti, dei grattacieli e dell’East River sotto gli occhi; casette a schiera in mattoni, molto Irish, viali ad una carreggiata, alberi, tranquillitá e un baretto vicino, in Hicks St che prepara delle grandiose pite con falafel, da leccarsi i baffi (salvo che poi la cipolla andrá su e giú per lo stomaco tenendoti compagnia for long long time).
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Ma son saltata di palo in frasca o, come dicono a NY, I’ve jumped from pylon to branch (joke): volevo dire dell’ultimo giorno in NY che, sveglia di buon mattino, alle 9 ero giá sull’Empire State Building: pensavo la massa di turisti arrivasse un po’dopo, ma in realtá nella seconda metá di settembre la cittá pullula di pensionati che, si sa, mica dormono fino a mezzogiorno: una valanga di spagnoli, ma la terrazza all’86esimo piano rumoreggiava di idiomi provenienti da ogni dove. Cara Beth, hai fatto male i tuoi conti, cosí mi son dovuta dire appena gli occhi hanno abbracciato il vasto scenario di Manhattan vista dall’alto. Non avevo pensato a quella cazzo di nebbiolina mattutina che non si dissolve prima del mezzodí, cosí le foto non sono proprio nitide come avrei voluto. Ma come giá disse qualcuno per nobilitare un difetto di definizione fotografica, le immagini sono risultate con un grazioso effetto “morbido”, e dai, in fondo non sono malaccio, anche se devi sgomitare per avere un posto vicino al muretto per infilare la fotocam nella griglia anti-suicidio.

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Il resto di lunedí l’ho trascorso nel vano tentativo di fare shopping. Risultato fallimentare: zero acquisti. Ho provato un mucchio di vestiti, ma per un verso o per l’altro niente andava bene, fucking bastard american size. E poi si sa, sono una donna anti-shopping, una specie di prodotto uscito anomalo dalla fabbrica dell’umanitá. In fine, ho fatto un ultimo salto da Whole Food, che mi ha spesso nutrita in queste due settimane, per comprare dei brownies, e ho finito in bellezza a far finta di leggere il freepress AM seduta al sole prossimo a sparire dietro uno skyscraper sui gradini di Union Square. Volevo che fosse il mio ultimo piacevole ricordo di Manhattan, al sole, davanti a quel palazzo con l’orologio digitale e il vapore che esce da una specie di scultura, che mica l’ho capito in due settimane che cazzo é. 

Sabato é stata una giornata molto simile a quello precedente: pantaloncino corto, canottiera, mp3 con la mia compilation U2VELOCI, che da anni sostengono il ritmo del mio fitness, via di corsa a Central Park. Questa volta ho imboccato il path sul Jacqueline Kennedy Onassis Reservoir nella giusta direzione, ma c’era comunque qualche rinco che, come me la settimana prima, andava contro mano. L’ho percorso tre volte, poi mi son rotta le balle e ho deciso di andare ad esplorare l’area nord del parco, quella che confina con Harlem: c’era un bel piccolo laghetto, per il vero con una specie di schifezza schiumosa in alcuni punti della superficie, ma nell’insieme bello, con un mucchio di paperelle, cigni e uccellini grassottelli vari. E anche una bella restroom dove dar sfogo ad un inderogabile effetto della diuresi. A proposito, volevo raccontare dei gabinetti che ho utilizzato nei miei giorni di turista a NY. Due cose da notare: il sistema con pareti ridotte al minimo, che ben conosciamo dalla letteratura cinematografica, che basta allungare un po’il collo in alto o abbassarsi a guardar sotto, ed ecco lí che la privacy é bella che fottura. E poi ho utilizzato un gabinetto buffissimo, che giuro non mi ricordo dove diavolo l’ho visto, ma sarebbe stato da filmare: la tavoletta era avvolta da uno strato di plastica e ad ogni scarico dello sciacquone si cambiava da sola scorrendo via come il belt delle valigie negli aeroporti. Gradioso.

Central Park é sí il polmone verde di NY, ma in realtá l’aria é comunque abbastanza puzzolente, le auto lo assediano sia lungo tutti i quattro lati, che addirittura con alcuni percorsi interni di attraversamento da est ad ovest. Peró bello davvero, gente che corre (tutti con la loro musica portatile), gente che pattina, che pedala, giovani vecchi, ciccioni o in forma. A proposito, c’é anche qualche pazzo che gira coi pattini per le strade di Manhattan, in mezzo al traffico, o con la skateboard o persino in monopattino.

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Dopo la corsa sono tornata a casa a Brooklyn per la doccia, quindi sono andata di nuovo a Manhattan per fare alcuni acquisti. Penso che ho proprio bisogno di un podologo, i due sacchetti con dentro le ossa alla rinfusa gridano help me: se i miei piedi avessero un contachilometri probabilmente avrebbe totalizzato la distanza tra la Terra e la Luna.

La sera di sabato avevamo un altro party, ma sull’argomento Andrea era stato piuttosto vago: mi ha dato appuntamento al pub irlandese Mc Sorely, tra la 7th St e la 3rd Ave, ma quando arrivo con un una decina di minuti di anticipo entro e non ci sono ne lui ne Dave. Il pub sembra quasi un pezzetto d’Irlanda incastonata in Manhattan, come un enclave di birra stout e legni scuri, gran vociare incomprensibile, sorrisi e allegria da sabato sera alcolico. Esco fuori, mi siedo su una botte di legno all’ingresso, vicino a me un ragazzo che subito non avevo capito fosse di guardia per vietare l’accesso ai minorenni. Cominciamo a parlare e scopro cosí che é irlandese di Limerick: ah! dico, come Frank McCourt, he’s a genius! E lui mi corregge, he was, recentemente é andato under ground, usa questo crudo eufemismo. Cavoli, ci rimango male, il mio amato Frank non é piú tra noi. Era un geniale narratore, e le sue Ceneri di Angela rimarranno per sempre nel mio cuore, come pure tutta la mia con-passione per la storia travagliata dell’Irlanda e il mio amore per l’ironia di quel popolo. E poi scopro pure che anche lui mercoledí era al Giants Stadium nel New Jersey (ah, giá non ve lo avevo ancora detto che il 23 settembre ho  passato una memorabile serata con gli U2 a rivedermi il 360˚ Tour!!!).
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Ad un certo momento Dave esce come catapultato fuori della porta. Sta parlando al telefono e mi fa un cenno allontanandosi a conversare un po’ distante dall’ingresso al pub. Quando finisce scopro che Andrea me lo ha rifilato per la prima parte della serata, mentre lui é ad una festa alla quale noi non siamo invitati. Ok, per me va bene, Dave mi pare un tipo interessante. Quando parla adagio. Diversamente non colgo una parola che sia una. Bilancio: Dave mi fa passare una bellissima serata, molto piacevole, lui si comporta da vero gentleman, é simpatico e premuroso: ci scoliamo un numero imprecisato di half pinte di stout al pub, rimane sorpreso che sia ancora in piedi, ma che ci vuoi fare Dave, la stout é l’unica birra che posso tracannare a botti, e poi credo che sia una specie di medicina miracolosa che fa bene al corpo e allo spirito. Lui mi dice che aumenta la fertilitá. Non mi stupisce, visto che in Irlanda ogni coppia ha 4 o 5 figli… Meno male che ho iniziato a berla negli ultimi anni, sennó erano bitter cabbages. La birra di sabato era una stout locale, buona ma non come la Guinness, e poi spillata un po’alla cazzo, se mi lasciate passare il tecnicismo: a Dublino é una specie di rito, si spilla in due fasi, la prima permette la decantazione del nettare che arriva in prima istanza un tantino soggetto a moto turbolento, la seconda raggiunge l’orlo completando l’opera con il giusto spessore di schiuma color cappuccino. Qui pare che versino Coca Cola. Vabbé, comunque era buona. Dopo Mc Sorely cerchiamo un ristorante. Sono aperta a tutto, e scegliamo un risto jap per mangiare sushimi e sushi. Lascio ordinare lui, di gran lunga piú competente essendo la mia unica esperienza nel settore limitata ad un pranzo a Pechino nel 2002. La fiducia riposta in lui si rivela un successo, la cena é squisita, lui simpaticissimo e mi insegna pure un mucchio di cose, come si tengono correttamente le bacchette, la zuppetta, il sake, i vari tipi di pesce crudi, le salsine di soia, tutto. Quando non riesco ad afferrare i bocconi con le mie bacchette mi imbocca con le sue, e forse questi gesti gli fanno innalzare la “pressione del vapore”: quest’omone ha il suo fascino, l’ho trovato carino appena l’ho incontrato a Manhattan dopo il concerto di mercoledí, sebbene un po’imbolsito dalla passione per il cibo e per la birra (I guess), ma le cose estemporanee non fan per me, thanks. Prendiamo al volo un taxi come si vede nei film quando inizia a piovere, e arriviamo verso le 23 ai Tre Merli del Greenwich Village, dove c’é Andrea e la nostra festa: un mucchio di gente, musica martellante “untz-untz-untz”, rilevo nuovamente che gli amici di Andrea sono tutti mostruosamente giovani. Un tizio mi chiede perché non sorrido. Cavoli anche qui? Me lo chiedono anche in Italia!!! É la mia faccia, che ci posso fare?!? Sta diventando un problema questo sorriso latitante, gosh.

Finita la festa prendiamo un bel po’d’acqua direttamente sulla capoccia, come giá detto, ma prima di risoverci per una metro L verso Brooklyn, ci facciamo ancora una birra in un postaccio: birra cattiva, ambiente di nessun rilievo. Sediamo ad un tavolaccio di legno tutto inciso di nomi e frasi, sul quale Dave scrive il mio nome e il suo recintati da un cuore tutto sbilenco. Ci vuol altro per farmi capitolare, in ogni caso é stato molto carino tutta la serata, micione senza essere pressante. Quando arriviamo a casa verso le 3 di notte Andrea fa delle facce strane, tra di loro, pensa che forse succederá qualcosa, ma l’unica cosa che desidero é raggiungere il mio letto e dormire per 24 ore. Mi chiudo in bagno augurando loro la buona notte, e spero si dileguino nelle loro stanze: quando esco fuori ci sono gli stivaloni neri con lunghissima punta di Dave in mezzo all’ingresso… non sará mica nel mio letto?! Vado verso la stanza temendo di dover affrontare una situazione imbarazzante, ma per fortuna Dave é un uomo intelligente, e non c’é. Lo vedo ancora una volta di sfuggita la mattina di domenica, mentre esco e lui fa colazione. Lo trovo carino, ma ci vorrebbe un’altra vita.

City of blinding lights. Quarto giorno

In sintesi la giornata di ieri. Devo essere rapida perche’ sono praticamente sulla porta per uscire (in camicia da notte, ok..quasi pronta..)

I programmi di ieri sono andati un po’ a schifio perche’ appena uscita dalla metro pioveva e non avevo l’ombrello. Rapido passaggio al piano B: visitare un museo. La scelta cade sul Metropolitan ma poi mi perdo nella subway, e ne riemergo dopo cosi’ tanto tempo che ormai e’ meglio lasciar perdere, tra l’altro non piove piu’ e quindi riesco a vedere ancora un po’ di Greenwich Village e poi SoHo e TriBeCa. Tutti bei posti davvero, sia l’architettura che i negozietti. Quando ho i piedi che urlano mi do la mazzata finale con l’enorme stazione centrale di NY, e nella Middle Town e’ tutto diverso: strade enormi, grattacieli (toh guarda il Crysler Building!), store e megastore, gente, moltitudini di persone di fretta. Questa e’ la NY che mi aspettavo. La sera incontro Anrea a Union Square, mangiamo in uno strano posto Whole Food, dove ti servi come in un supermercato e se vuoi mangi al piano superiore, con vista sulla piazza.

A casa poi non riuscivo a prender sonno per il male ai piedi.

Stranezze da segnalare:

         lecca-lecca con dentro scorpioni ed altri animaletti schifosi (vari gusti, banana, mirtillo ecc..)

         bacon e cioccolato

         la metro la sera e’ supersicura

         i miei piedi oggi si vorrebbero ammutinare

 

see you soon