Ancora Namibia

Su questo sito potete trovare una selezione delle mie migliori foto scattate in Namibia.  In modo a me sconosciuto è anche possibile acquistarle..

Buon fine settimana a tutti!

IMG_1665

 

 

Annunci

Namibia. L’ultima escursione

23 Agosto 2007. Le dune di Sossuslvei

 

Durante la notte in tenda un animale si è mangiato mezza ciabatta infradito (di plastica), e rubato un altro sandalo in pelle di Paola: mi chiedo se qui gli animali siano feticisti, oppure dispettosi, o solamente molto affamati.

Torniamo a fare colazione al Sossusvlei Lodge, pantagruelica come la cena della sera precedente, e poi si parte per trascorrere tutta la giornata in escursioni in zona.

IMG_1575

La prima sosta è al Sesriem Canyon, a 4 km da Sesriem, dove il fiume Tsauchab ha scavato una gola profonda 30m, nei depositi sabbiosi e ghiaiosi datati a 15 milioni di anni fa, che non è proprio ieri. Fa molto caldo, il profondo blu del cielo è lucido come fosse bagnato, e il sole crea intensi giochi di luci e di ombre nel canyon, mi aspetto di sentir precipitare da un momento all’altro Willy il Coyote. C’è una troupe cinematografica spagnola che gira un film o un documentario, con un bimbetto vestito da piccolo selvaggio; c’è anche un bel tipo, alto, biondo, molto caruccio, col quale intrattengo una significativa conversazione: “Goodmorning!” dice lui guardandomi col testosterone che scintilla le pupille, “Goodmorning!” rispondo io proseguendo senza indugio come farebbe Cappuccetto Rosso nel bosco.

IMG_1599

IMG_1665

IMG_1663

IMG_1600

IMG_1639

IMG_1629

Proseguiamo per le dune di Sossuslvei: questa è una vasta area, 32.000kmq, di sola sabbia, che la Lonely Planet definisce “uno degli ecosistemi più antichi e aridi del pianeta”. Sulla strada per Sossusvlei ci fermiamo alla Duna 45, alta 150 m sulla pianura circostante: la mia prima scalata di una duna, che emozione!! La sabbia è tiepida, mentre salgo frana sotto i piedi, che affondano, e ben presto le scarpe sono sature di granelli. Conviene camminare in cresta, perché altrimenti il vento ti butta la sabbia negli occhi. Ci sono alcuni scarabei neri che corrono veloci sulla superficie della duna, e le loro zampette sottilissime spostano alcuni granelli che il vento solleva delicatamente. Non arrivo sino in cima, ci sarà magari tempo di farlo stasera al tramonto. Per scendere mi butto giù da un fianco della duna, senza correre, le scarpe sempre più pesanti. LaIMG_1618 tappa successiva è la duna di Sossusvlei, ma prima di partire ci fermiamo a fare uno spuntino sotto un grande albero abitato da una moltitudine infinita di piccoli uccellini che non conoscono la timidezza, ma benissimo la fame, e ci attorniano fiduciosi di ottenere qualcosa da mangiare, come le bucce delle mele. Partiamo per la duna: alta 200 m, sopra una pozza secca, ma secca che più secca non si può: la passeggiata è lunga e faticosa. Arrivati in cima ci buttiamo uno per volta IMG_1641in una corsa scapicollata verso il basso: nonostante la pendenza non si perdere l’equilibrio e non c’è pericolo di rotolare giù, neanche volendo, perché l’attrito è fortissimo. IMG_1638

La tappa successiva è Dead Vlei, un posto davvero molto suggestivo: non è facile raggiungerlo perché le indicazioni sono pessime, e siamo in pochi ad avere la volontà di arrivarci, Domenico, Eze, Valerio ed io, gli altri si arrendono tutti e tornano alle jeep. E’ un vero peccato perché questa vasta area di argilla secca con i resti lugubri di alberi morti da chissà quando, è particolarmente suggestiva sebbene spettrale.

IMG_1645

IMG_1643

IMG_1653

IMG_1651

IMG_1650

Dovremmo vedere ancora la Hidden Vlei ma s’è fatto darti, e ci avviamo alla Duna 45 per assistere al tramonto. C’è già una lunga fila di gente che sale in cresta. Questa volta arrivo  in cima, da sola, mi sistemo accanto ad un gruppo di ventenni che non fanno che spingersi l’un l’altro giù per la duna. Sono un poco delusa, lo spettacolo del tramonto non mi pare gran cosa, veloce e poco intenso, i colori forse un po’ smorti e ho giusto il tempo per un paio di clic.

IMG_1668

Dopo il tramonto raggiungiamo le nostre camere in un lodge assai bizzarro: ogni piccola costruzione consiste in un muro alto circa 80 cm e una struttura lignea sopra la quale è montata una tenda, una sorta di rifugio per terremotati di lusso, perché dentro sono molto  curati. La cosa più assurda sono le finestre: si aprono con una zip, e a differenza delle tradizionali finestre a vetri, non puoi fare entrare la luce se non fai entrare anche l’aria… cosa poco raccomandabile qui, la sera e la mattina, data la fortissima escursione termica.

Anche stasera mangiamo di nuovo al gran buffet del Sossusvlei Lodge, dove c’è IMG_1672davvero di che sbizzarrirsi, l’offerta è talmente ampia che si perde qualunque attenzione a ciò che si mangia, e nel gruppo cominciano a diffondersi i problemi gastrointestinali, altrimenti detti “cagotto del viaggiatore”.

Stanotte dormo con Francesca, inizialmente inquieta per la presenza di un ragno nell’armadio delle coperte. Dormiamo disturbate da un vento talmente forte che agita le pareti telonate del nostro lodge per tutta la notte, facendoci temere uno scoperchiamento come nella favola dei tre porcellini, al tre quando il lupo soffia e… ba ba bam!

Namibia..ultimi giorni!!

22 Agosto 2007. Verso le dune rosse

          IMG_1533

Alle 8.30 siamo già pronti con i bagagli sulla jeep, quindi ci concediamo l’ultima colazione alla pasticceria tedesca, poi si parte.

La giornata è fredda e umida ma ben presto esce il sole e ci possiamo liberare diIMG_1534 giacche e pile: siamo di nuovo nel deserto caldo e assolato, l’asfalto s’interrompe presto e comincia lo sterrato che si snoda nella sabbia ormai familiare e quasi cara (ma non troppo). Passiamo il Tropico del Capricorno e dopo un po’ arriviamo in una zona piena di dromedari che pascolano ai margini della strada come da noi le mucche. L’offerta di crack da sgranocchiare viene bellamente ignorata: sembra incredibile ma l’animale preferisce la sua erbaccia secca. Sostiamo a lungo per guardarli e fotografarli, e riesco a catturare alcune foto interessanti con la bellissima fotocamera prestatami dal mio amico Gian, che se non l’avessi avuta allora si che sarebbero stati guai (sviolinata per Gian). Scatto una moltitudine di click, come se non ne avessi ancora abbastanza degli animali che ho visto e fotografato in tutti questi giorni.

IMG_1539IMG_1537IMG_1547IMG_1541

Facciamo una sosta a Solitarie, un incredibile paesino sperduto nel deserto, IMG_1554dove un caratteristico bar vende una deliziosa torta di mele addirittura segnalata da alcune guide: se avete tempo, vi invito a vedere su Google Earth questo minuscolo agglomerato insediato nel nulla. Per avere una fetta di dolce in questo locale, che in qualcosa mi ricorda i bar di Cuba, c’è una coda indicibile di turisti che scalpitano per la torta: il dolce ha un aspetto invitante, alta 5 cm, con tantissime mele (che immaginiamo vengano dall’agricoltura sudafricana, perché qui di meli neanche l’ombra). E’ buonissima, ed è anche l’unica cosa che IMG_1555mangeremo per pranzo. Finito di rifocillarci c’è il tempo per qualche foto nei dintorni del bar, ci sono molti scorci e particolari di grande fascino: veicoli e pompe di benzina d’altra epoca, in mezzo alla vegetazione tipica delle zone desertiche, l’insegna del paese, mulinelli di vento che tirano su la sabbia. Ottime foto, sempre grazie alla meravigliosa fotocamera di Gian (ok, ora la smetto di sviolinare).

IMG_1556

IMG_1565

IMG_1564

IMG_1561

Riprendiamo la strada per Sesriem. Il paesaggio varia in continuazione, attraversiamo alcuni passi tra suggestive formazioni rocciose, al solito il nulla intorno, nessuna forma di vita, come sulla luna. Quando arriviamo al campeggio di Sesriem ci dividiamo in due gruppi: chi, come me, ha deciso di riposarsi un po’ va subito al campo a montare la tenda e fare la doccia; chi vuole vedere il tramonto dalla Duna 45 (così detta perché dista 45 km da Sesriem) risale sulla jeep. Il sunset replica tutte le sere, e ci torneremo anche domani.

Anche al camping c’è sabbia rossa dappertutto, non esistono strade, neppure sterrati o zone prive di sabbia; i bagni sono vecchi, brutti e molto distanti dalle nostre tende, ogni volta che ci devi andare è un’impresa perché non è agevole camminare sulla sabbia. Faccio pure un po’ di bucato, perché finalmente qui l’aria è di nuovo molto secca, ma poi risulta difficile tirare una corda per stendere, perché gli alberi sono tutti ricoperti di spine acuminate. Dovremmo trascorrere due notti in tenda in questo posto, ma Alberto, detto anche “Avventure Comode nel Mondo”, ha trovato posto in un lodge per l’ultima notte prima di rientrare a Windhoek.

La sera mangiamo all’ingrasso al Sossusvlei Lodge, che sembra a gestione italiana, dato che incontriamo parecchi connazionali e soprattutto ci sono pastasciutta e formaggi mai visti sino ad ora in un risto namibiano a buffet. Il cibo sembra buono, salvo successivi mal di pancia che colpiscono qua e là nel gruppo; architettonicamente il posto è molto curato, c’è persino una piccola piscina e in distanza si vede pure una pozza illuminata con qualche animale che si abbevera, ma qui servirebbe un binocolo per capire di quale quadrupede si tratti.

Dormo di nuovo in tenda con John, e prima di spegnere le nostre luci a led ci scambiamo rilassanti massaggi alla schiena per sciogliere le tensioni degli innumerevoli km in jeep. E’ l’ultima notte in tenda, l’avventura sembra essere finita…

 

Namibia. Il quattordicesimo giorno

21 Agosto 2007. Svacco a Swakopmud e il misterioso Femidom.

 Swakop4

Finalmente è arrivato un giorno di relax, ognuno fa quello che vuole e il gruppo si Swakop1smembra: i più ludicotestosteronici programmano scorribande sulle dune a cavallo o col quad, gli altri, me compresa, si concedono l’agognato riposo. Svacco a Swakopmud significa gironzolare per la città: lo shopping, i palazzi coloniali, il lungo mare, finalmente deambuliamo con le nostre gambe.

La giornata comincia con una comoda colazione in una pasticceria tedesca, poi negozietti di souvenir, pranzo con fish&chip&beer, e infine una spedizione mal programmata a fotografare i fenicotteri rosa a Walvis Bay. gufo1Compro alcuni oggetti di ferro, che trovo bellissimi, in particolareWalvis b2 un gufo acquistato da Peter’s Antiques in Moltke St, realizzato dai carcerati del carcere di Swakopmud: è costruito con il ferro delle latte, e infatti gli occhi non sono altro che i fori su cui si avvitano i tappi. Amore a prima vista. Nello stesso posto Paola si è comprata una maschera, impiegando praticamente mezza giornata a sceglierla, ma l’ampia  offerta non poteva che creare grande imbarazzo.

A Walvis Bay il vento spira fortissimo, ed è pure freddo, il bastardo, ci vorrebbero i guanti, ma il peggio è che il sole è già troppo basso sul mare, e i volatili dal lungo collo ricurvo sono controluce e, per di più, pure troppo lontani per il mio zoom, tragicamente inadeguato. I fenicotteri stanno in acqua, con le zampe in ammollo, e infilano la testa sott’acqua per catturare i molluschi e i crostacei che vivono sotto la sabbia. Sono delusa, molto delusa delle mie foto, mi toccherà rubare una foto su Flicr per pubblicare qualcosa di decoroso per il blog???

walvis bay fenicotteri

Walvis Bay

A cena mi dimentico temporaneamente del mio personale fallimento fotografico annegando il dispiacere nel vino bianco e nei gamberoni, una delle migliori cene gustate in Namibia.

Mentre torniamo ai bungalow apriamo una confezione di condom femminili, ifendom2 Femidom, che Paola ha reperito in distribuzione gratuita alla reception: giuro, non sapevo neppure che esistessero, nessuno di noi ne aveva mai visto uno dal vivo e tanto meno utilizzato. L’oggetto in questione è una specie di “fodera vaginale”, e la guardiamo tutti perplessi. John commenta “sembra di farlo col domopak…”. Mi metto in valigia un campione con le istruzioni, perché sono una donna curiosa e sperimentale, ed anche perché con questo coso in mano mi sento obsoleta come mia nonna davanti ad un computer, sento l’impulso all’aggiornamento. Temo che, semmai decidessi di utilizzarlo, mi caccerò in una situazione assai imbarazzante, perché dall’illustrazione si capisce che un brandello di domopak penzola all’esterno, in modo spaventosamente ridicolo.

Domani si parte per Sesriem e Sossusvlei, le ultime due tappe prima di tornare alla Capitale. Queste sono le ultime gocce di Namibia e mi sento i pori dell’anima completamente aperti.

Namibia. Il tredicesimo giorno

20 Agosto 2007. Due giorni a Swakopmud.

         

Gli ultimi giorni si stanno snocciolando rapidamente, li sento sfuggire come 20 ago - Spitzkoppe piantaacqua tra le dita. Insomma, doveva succedere prima o poi.

Ci svegliamo tutti con calma tra le 6 e le 7, poi ci concediamo una rilassata colazione da campo: ieri al supermercato abbiamo comprato delle invitanti pagnotte con le uvette e ricoperte di glassa che avevano un aspetto davvero goloso, e indubbiamente alla prova papillare non si sono smentite.

Prima di partire torniamo ancora una volta all’arco di ieri sera: oggi i colori sono molto intensi, il cielo è smalto blu brillante, perfetto come sfondo per il granito rosso. Fa caldissimo, abbiamo già superato i 35 gradi, e come il solito l’aria è secca come in un forno. Lascio lo Spitzkoppe pensando che è il posto più suggestivo visto sino ad ora in Namibia, e questa notte rimarrà per sempre nei miei ricordi (demenza senile permettendo).

20 ago - Spitzkoppe macro fiore

20 - rocce Spitzkoppe

Si parte, siamo di nuovo on the road, destinazione la città di Swakopmud, che la Lonely Planet definisce più tedesca delle città della Germania. Ieri sera è avanzato del cibo dalla nostra pantagruelica cena, così ci fermiamo a regalarlo ad un gruppo di bambini che girano scalzi fuori del parco. Sono tutti belli, ma in particolare una ragazzina di loro ha un viso che promette di diventare quello di una bellissima donna, e20 ago - Spitzkoppe girl se solo vivesse in Europa probabilmente diventerebbe una nuova Naomi Campbell, ma purtroppo per lei è nata qui e probabilmente continuerà a questuare ai turisti e a camminare a piedi nudi nella terra polverosa: è vezzosa, le piace farsi fotografare, sarebbe perfetta sotto i riflettori, come una star. Ha un sorriso bianco perfetto, dubito fortemente sia frutto di un’accurata igiene dentale, il che dovrebbe far riflettere sull’uso smodato dello zucchero nell’alimentazione.

A Swakopmud il clima cambia drasticamente: siamo partiti stamattina con 38° e qui troviamo un cielo coperto invernale e una temperatura destabilizzante di 15°. Appena sistemati i bagagli nei bungalow assegnatici, ingaggiamo una specie di crucco namibiano di nome Archie: è quello che si dice un burbero uomo rude, anche un po’ razzista, ed è la nostra guida per la gita tra le dune di sabbia, nell’entroterra di Walvis Bay, appena poco più a sud di Swakopmud. Il crucco ci allerta che ormai il pomeriggio è troppo inoltrato per cominciare la gita, il sole cala presto e si alza la marea, e dobbiamo passare proprio sulla spiaggia. Ma ahimè qualcuno del gruppo ha fretta e decide per tutti senza consultarsi con gli altri, quasi questa gita fosse qualcosa di vitale irrimandabile. Come se non bastasse, appena arrivati alla salina di partenza cadiamo dal pero: non abbiamo benzina sufficiente. Dobbiamo tornare a Walvis Bay, che non è proprio dietro l’angolo, e il tempo passa…

Fatto il pieno torniamo alla salina e Paolo, preso dall’entusiasmo per la guida fuori strada, si impantana con la jeep: il crucco pare avere inesauribili risorse per far muovere un veicolo sulla sabbia e con il suo contributo la jeep torna sulla retta via. E il tempo passa…

E’ troppo tardi ma partiamo comunque, sedici adulti e nessuno con un po’ di sale in zucca.

E’ divertente scorazzare sulle dune, soprattutto in riva al mare come fossimo cavalli bianchi della Vidal: a destra l’incazzoso Atlantico invernale (e la marea che sale), a sinistra le morbide dune color kaki. Detto in tutta sincerità, questa era l’unica parte del programma di viaggio che mi preoccupa e sono perciò un po’ tesa, ci vuole un attimo a capottarsi, tanto più che qui non c’è nessuno esperto nella guida in situazioni simili, ci vuole un attimo per causare danni ai veicoli o alle nostre vertebre. Le Assicurazioni stipulate ovviamente non coprono la coglionaggine del turista spericolato. Il crucco è venuto con la sua jeep, e ha caricato alcuni di noi così sulle nostre jeep siamo solo in quattro: Paola apprezza così tanto la guida sicura ma audace di Archie da assumere un colore biancoverdastro: vomita ripetutamente come se fosse passata per la centrifuga di un ottovolante, e per lei più che per ogni altro del gruppo, la gita rimarrà indelebile nella memoria. Io sono in jeep con Lucio, Eze e Francesca, che si alternano alla guida, mentre io mi astengo perché significherebbe andare a cercarsi grossi guai. La più brava è indubbiamente Francesca, un talento dell’off road, ma anche gli altri se la cavano egregiamente grazie ai rudimenti trasmessi dal crucco Archie che accorre più volte a tirarci fuori dalla sabbia. Tra le dune vicino al mare vediamo anche grandi pozze con i fenicotteri, ma il tempo è risicato ed è vietato indugiare con la macchina fotografica.

20 ago - gita dune11

Lasciamo il mare e ci inoltriamo nel deserto: sabbia, sabbia, null’altro che sabbia ovunque volgi lo sguardo. Le dune sono alte e buttarsi a capofitto con la jeep ricorda molto le sensazioni che si provano sulle “montagne russe”, come quella di ritrovarti lo stomaco in gola: scendendo bisogna stare attenti a mantenere la traiettoria corretta, che è quella della massima pendenza, se si devia, il veicolo si blocca girandosi pericolosamente su un fianco, e a quel punto si rischia il ribaltamento, sciagurato caso dal quale non ti tira mica più fuori neanche il più abile degli Archie. Dopo ripetuti su-e-giù, arriva un momento in cui siamo sull’orlo di una duna altissima e dobbiamo buttarci giù da un fianco talmente ripido… realizzo che ne ho a sufficienza: non me l’ha ordinato il medico, decido di scendere dalla jeep e usare le mia gambe per arrivare alla base della duna dove ci sono già la jeep di Archie e una delle nostre. La situazione tra l’altro inizia ad essere critica perché il sole è sceso parecchio e noi siamo chissà dove sperduti nel deserto. Non immaginavo che correre giù per la duna fosse così bello, sperimento per la prima volta in vita mia la curiosa forma di attrito della sabbia: puoi scendere veloce a grandi balzi senza rischio, sei comunque incollato alla sabbia nonostante la pendenza, e quando arrivi le scarpe sono due zavorre piene di granelli.

Giunta in fondo vedo con gli altri che su c’è ancora una nostra jeep e non può scendere perché ha problemi ad una ruota. Cazzo, cazzo, cazzissimo. E il tempo passa…

20 ago - gita dune15

Il sole sta calando rapidamente e la ruota deve essere cambiata. Tra le dune fa un freddo facocero, ho il piumino, i guanti e il cappello di lana, ma sento tanto freddo. Quando ripartiamo è già buio e alla fine pure Archie, che conosce le dune come gli anfratti del suo naso, si perde… E il tempo passa, cazzo, cazzo, cazzissimo, lost in the desert. Con tutta evidenza non saremmo mai dovuti partire così tardi, questa era un’escursione che si poteva tranquillamente fare domattina, e ora non saremmo in questo guaio. S’è alzato il vento e Archie non riesce più a vedere le tracce sulla sabbia. Lui è tranquillo, pensa che male che vada dormiremo in jeep tra le dune. Quello che si dice un uomo ottimista che non si perde d’animo: peccato che qualcuno di noi cominci a sbarrellare, chi terrorizzato chi con lo stomaco ridotto ad un sacchetto di carta appallottolato. Per fortuna ad un certo momento compaiono le luci di Walvis Bay in lontananza, molto in lontananza, ma ci sentiamo salvi. La gita è durata cinque ore e abbiamo percorso 150km invece degli 80 previsti…

Finalmente questa cazzo di avventura è finita e possiamo andare a cenare, senza neppure avere il tempo di fare una doccia: dimentico il deserto con un bel piatto di gamberoni, e uno strano piatto a base di cozze e formaggio, davvero buono. Poi è tempo di andare a fare la nanna: dormo in stanza con Paola che a cena non è neppure riuscita a mangiare ed è giustamente molto arrabbiata per come è stata gestita l’escursione; nell’altra camera del bungalow ci sono Francesca e Luana.

Per fortuna domani ci aspetta una rilassante giornata di fancazzeggio in giro per Swakopmud.

Namibia. L’undicesimo giorno

18 Agosto 2007. La Skeleton Coast, “un posto di grande fascino”.

         

Durante la notte il vento a strapazzato le tende, tutto vibrava rumorosamente. Avevo qualche timore a mettere il naso fuori, altrimenti sarei uscita a ritirare l’accappatoio appeso ad asciugare su di un albero per evitare che volasse chissà dove, e mi sarei pure fatta volentieri una pipì ma il pensiero di imbattermi in qualche animale nervosetto mi ha tolto ogni ispirazione.

John, il mio compagno di tenda, mi sveglia alle 5.00, e 45 minuti dopo abbiamo già impacchettato tende, sacchi a pelo, materassini, e i miei leggendari pantaloncini antistupro. Alle 6.30 siamo pronti per lasciare Twyfelfontein e prendere la strada per la famosa Skeleton Coast: non so bene cosa aspettarmi, la Lonely Planet la definisce litorale desertico compreso tra il fiume Kunene e il fiume Swakopp, insidioso tratto di costa avvolto nella nebbia, caratterizzato da fatali secche rocciose e sabbie implacabili che hanno posto fine alla vita di centinaia di navi ed equipaggi. Una volta erano visibili molti relitti, ma il vento e la sabbia pare abbiano ormai coperto tutto.

arizona

Nel viaggio passiamo gradualmente da un ambiente di rocce rosse, simil Arizona,nuvole ad un paesaggio di basse dune di sabbia gialla. Sono quasi dieci giorni che non vediamo una nuvola nel limpido cielo di Namibia, e oggi eccole lì in lontananza galleggiare in aria e rompere la perfezione di un clima che sino ad ora è stato perfetto. Il paesaggio è lunare, e la temperatura si è abbassata di parecchi gradi nel tratto dei pochi km percorsi. Apparentemente non ci sono tracce di animali, vegetali, umani, solo solitaria strada sterrata.

atlanticoIl mare compare all’improvviso alla nostra destra, e per me che lo amo perché è come dire “casa”, è un’emozione immediata, lo stupore di un bambino di fronte alla natura: ok, non si tratta del mansueto e coccoloso Mediterraneo, questo è l’infido e impetuoso Atlantico, ma sempre mare è, e il paesaggio adesso è meno lunare, diventa quasi familiare. Lungo il percorso molti cartelli invitano a rimanere lungo il tracciato della strada, alcuni segnalano un ambiguo MINING AREA, giocando probabilmente con il doppio significato minerario e bombarolo, forse per togliere al turista la voglia di zampettare ovunque apportando i consueti danni da incuria del viaggiatore. Se in un primo momento il minaccioso cartello riesce a scoraggiarci, presto ci risolviamo per scendere dai veicoli e incamminarci verso il mare: lo vogliamo guardare negli occhi. Mentre camminiamo sulla vasta distesa di sabbia (pregando il cielo di nonlunare finire sul giornale come l’improvvido turista che ha messo un piede su una mina), scopriamo che qui di animali ce ne sono, eccome! Grandi e piccole orme nella sabbia ne sono la chiara testimonianza, c’è addirittura un’orma che, simile a quella della mia gatta ma grande otto volte tanto, parrebbe di un grosso felino (la Farnesina segnala che un gruppo incauto di turisti italiani è stato sbranato dai leoni, quelli scampati al massacro sono invece saltati in aria sulle mine, per altro segnalate da innumerevoli cartelli). E poi pietre, conchiglie, ossa di animali, persino la vertebra di una balena, qualche bottiglia di vetro senza messaggio intrappolato dentro.bottigliabalenaconchiglia

Ci fermiamo ancora alcune volte prima di arrivare a Cape Cross dove troveremo una grande colonia di otarie. Ecco una tappa che aspettavo con ansia, e chotariee purtroppo è una delusione: gli unici animali che vediamo da vicino sono una coppia di sciacalli che perlustrano la spiaggia con il solito passo sbilenco e furtivo, augurandosi la prematura morte di qualche membro della colonia di otarie, che insomma pure loro devono ben mangiare, no? Nell’aria c’è una puzza indicibile, alla quale è difficile abituarsi, che ti aggredisce il naso appena sceso dalla jeep. Purtroppo le otarie sono tutte in acqua, lontanissime dalla capacità visiva dei miei sciacalliocchi e del mio zoom, puntolini che saltano tra le onde emettendo versi buffi e assurdi, un misto tra il belato della pecora e l’urlo di un orco, con una qualche sfumatura sinistramente umana. Fa freddo e tira vento ma loro sembrano divertirsi come ad un parco acquatico, surfeggiano tra le onde, si tuffano con spettacolari capriole e intanto i loro gorgheggi risuonano festosi. Ce ne andiamo delusi, ho in saccoccia solo quattro foto penose, e la sensazione che quella puzza spaventosa non mi si scollerà più dal naso.  

Riprendiamo la strada e arriviamo al nostro motel a Henties Bay: uno dei posti più tristi visti in vita mia, umido, freddo, sabbioso, e con filo spinato sopra la recinzione di ogni proprietà. Stanotte dormirò dentro un sacco a pelo, nonostante abbia a disposizione un letto: le lenzuola e le coperte non mi ispirano fiducia.

Mangiamo in un ristorante poco distante pesce, buono ed economico, e poi a dormire. Domani colazione, con calma, nello stesso risto, e poi partenza per Spitzkoppe, che per un posto è pur sempre un bel nome.

 

Namibia. Il settimo giorno

14 Agosto 2007: goodbye Etosha NP, verso Ruacana

          Ci svegliamo verso le 6 di mattina: il tempo è sempre buono, mai una nuvola per tutta la vacanza, ma neanche piccola come un battufolo di cotone, niente, i namibiani non sanno cosa sia il cielo a pecorelle, o i cirri, i nembi, i cumuli. Il tempo è molto secco, e quando mi soffio il naso c’è sempre sangue sul fazzoletto, però son tranquilla, succede a tutti, bisogna cercare di non dimenticarsi di bere. Facciamo colazione nel campo, un bel tè caldo con delle deliziose tortine comprate al supermercato di Windhoek il primo giorno.

Per andare a Ruacana, a nord-ovest, abbiamo due opzioni: proseguire ancora un pezzo dentro l’Etosha NP, sempre sterrato e con possibilità di avvistare altra selvaggina, oppure uscire subito e fare molti più chilometri ma sull’asfalto. Domenico spinge per uscire, un po’ credo che sia stufo di antilopi zebre ed elefanti, un po’ sa che se stiamo ancora nel parco non la smettiamo più di far soste per fotografie agli animali. Quindi pare saggio uscire dal parco, oggi col senno di poi.

All’uscita del parco c’è un posto di blocco. Ci fermano, pare che l’auto sulla quale viaggio abbia un problema di documenti, non sono in ordine. Sale tra noi un po’ di tensione, soprattutto perchè non riusciamo a capire qual è veramente il problema, e quanto ci tratterranno. Nel momento in cui ci fanno entrare nell’area militare e vogliono chiudere i cancelli siamo ancora più perplessi. Qualcuno si spaventa, Daniela è parecchio tesa per Paolo che è dentro gli uffici. C’è sempre lo spauracchio di finire come il protagonista di “Fuga di mezzanotte”, non certamente per possesso di droga, ma forse siamo prevenuti perchè siamo in Africa e lontani dalla democrazia di casa. Invece tutto si risolve presto, io faccio pure due chiacchiere con un signore che mi chiede da dove vengo e cosa ho visto e se mi piace la Namibia (una delle mie rare conversazioni in cui riesco a capire cosa mi dice l’interlocutore, giacchè la mia comprensione dell’inglese parlato deve ancora essere messa a punto…). Il problema è solo che manca un documento, qualcosa tipo il nostro bollo, e ce la caviamo con una piccola perdita di tempo e 300N$ di multa.

Facciamo tappa ad Ondangwa, per fare la spesa in un supermercato dove mi godo con John un Magnum che mi manda in estasi; da queste parti non circola neppure un bianco caucasico, son tutti neri e qualcuno teme aggressioni o furti alle vetture, così mezzo gruppo rimane fuori a sorvegliare jeep e bagagli. Son stupita perchè a me pare tutto tranquillo, ma io sono anche quella che aveva detto “a me sembra che Saddam Hussein abbia la faccia da buono, secondo me non invade il Kuwait..”, quindi diciamo che non ho un grande istinto per il pericolo e per inquadrare le intenzioni delle persone. In ogni caso non accade nulla, la gente si fa gli affari suoi e noi dopo la spesa usciamo fuori città e ci fermiamo lato strada a pranzare coi soliti panini col formaggio per me, e con salumi per i carnivori. Facciamo parecchi chilometri, ma la strada è tutta asfalto e piuttosto buona. Solo verso sera, quando comincia a scendere il sole, inizia un percorso di un centinaio di chilometri di sterrato. Ad un certo punto, tra curve e salite sterrate, avvistiamo una jeep capottata, che ci fa gelare il sangue nelle vene, temiamo ci siano feriti o morti nel veicolo: scende qualcuno di noi e scopre che la jeep sottosopra viene utilizzata da un pastore come ricovero per un animale (forse una capra?). Tiriamo un sospiro di sollievo e proseguiamo. Ora i conducenti sono molto più attenti a non far cazzate, a nessuno attira l’idea di diventare un’ovile.

Buona parte del percorso prima di arrivare a destinazione è lungo il fiume Kunene, che ci separa dall’Angola: il paesaggio è cambiato completamente rispetto all’Etosha, la vegetazione è rigogliosa, tropicale, ci sono pure le classiche palme, intravediamo da lontano dei piccoli primati che spero di avere occasione di fotografare, ma ahimè non succederà. Le foto di questo giorno non sono significative, ho fatto pochi clic quasi tutti giusto per farli, senza soggetti particolarmente interessanti, quindi ecco il motivo per il quale in questo post non ce ne sono.

E’ quasi tramontato il sole quando arriviano al Kunene River Lodge, la nostra sistemazione per la notte: è un posto davvero molto bello, proprio affacciato sul fiume, con altissime piante tropicali di smodata rigogliosità. Alla reception ci accoglie il boss del Lodge, un tipo con tratti anglosassoni, nato in Kenia e in passato pilota di aerei cargo: mi ricorda la ruvidezza di Crocodile Dundee, sta scalzo ed è tutto vestito in colori “coloniali”.

Guardo di là del fiume e penso a quel paese, l’Angola, nel quale la guerra civile, cominciata nel 1999 e terminata nel 2002, ha ucciso un milione e mezzo di persone e lasciate senza casa altre centinaia di migliaia, e non riesco a immaginare nulla del terrore che deve aver anichilito la popolazione ne so come si vive oggi in un posto dove probabilmente si sentono ancora nell’aria gli spiriti dei morti. Ci sono degli animali dall’altra parte del fiume, sembrano asini: per loro una riva vale l’altra perchè tutta la terra non ha nome.

Stanotte dormo in una camera a tre letti con John e Valerio. John compie un’ispezione da Terminator con l’insettida spray in mano, saturando l’aria della stanza in men che non si dica: morirò intossicata dai suoi veleni per evitare una zanzara e due ragnetti sotto il letto? In realtà il nord della Namibia, dove ci troviamo oggi, è l’unico posto che ha un minimo rischio malaria, quindi non protesto più di tanto, d’altra parte se son riuscita a mangiare le sottilette che si trovano da queste parti, non morirò certo per un po’ di sano insetticida. Qualche attimo di panico quando scopriamo di dividere la camera con una robusta scolopendra, che in questa zona tropicale ha scuramente un veleno di “qualità superiore” rispetto alle nostre scolopendre europee: Valerio la prende a ciabattate prima che riesca a fotografarla (sarebbe stata una gran bella macro disgustosa con la quale farvi storcere il naso). Più defunta di così non protrebbe essere ma John decide di impartirle l’estrema unzione con una spruzzata finale di insetticida.

Credevamo di aver avuto una pericolosa avventura tropicale culminata con un corpo-a-corpo (ciabatta-corpo) da raccontare orgogliosi al rientro in Italia, ma prima di cena veniamo a sapere che qui fuori, a pochi metri dalla nostra camera, è successo qualcosa di veramente pericoloso: Paolo bussa alla nostra vetrata affacciata sul parco e piuttosto allarmato ci racconta che un attimo fa Domenico a ucciso uno Zebra Snake, un pericolosissimo cobra africano. Lo sventurato rettile, a causa del buco nell’ozono, si è destato troppo presto dal letargo invernale, quel che si dice un brusco risveglio: il Dome è accorso a stanare il serpente dal suo buco nei gradini di pietra dopo aver divelto dal bagno il bastone d’ottone portasciugamani, e l’ha preso a legnate fino a che non è spirato, diventando il nostro coraggioso eroe. Mr. Crocodile Dundee ci dice che è un serpente tra i più pericolosi, soprattutto perchè al suo morso non esiste antidoto. Cazzo. Ci muoviamo da adesso in poi molto guardinghi nel parco e soprattutto molto rapidi (i gradini di pietra li facciamo a due a due in salita, e li saltiamo tutti in discesa, tipo Matrix).

A cena me la vedo brutta: Crocodile Dundee mi propone “la pasta”, ok dico, ma dopo un attimo cambio ordinazione, memore dei cannelloni di cartone e sterpaglie di Windhoek, e opto per un’innocua omelette con pomodoro e formaggio, che sarebbe stata pure squisita se non avesse avuto dei disgustosi contorni che rimangono ai bordi del piatto come testimoni dell’incapacità del cuoco.

La cena termina con un bicchierino di Amarula: è così buono questo liquore che potrei rischiare di diventare alcolizzata.

Andiamo a dormire: stasera ho addirittura due uomini che mi prendono per il culo per i miei orrendi pantaloncini azzurri antisesso, che con il viagra hanno in comune solo il colore, mi addormento ridendo e felice nonostante la cena, le scolopendre e gli snakes.

Domani ci aspetta un’escursione con Mr. Crocodile Dundee sul fiume Kunene, e tante altre belle cose.