UNFORGETTABLE U2 360° TOUR

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 8 Luglio 2009, la sera tanto attesa arriva lentamente, like a nose-bleed per parafrasare una canzone, un fiotto caldo e lento di ansia e eccitazione: la giornata inizia pigramente, e vorrei vedere che non fosse cosí, sono mesi che mi spacco in quattro senza staccare mai, e questo é un meritato giorno di ferie.

I biglietti per il concerto sono gelosamente custoditi in una busta dentro una bella scatola di cartone che, se fossi l’ordinata donna che non sono, potrebbe essere etichettata con un “miscellanea di cose veramente importanti e altre perfettamente inutili”: giudicate voi come classificare il passaporto, la tessera elettorare, lettere d’amore di uomini che non amo piú o che non ho mai amato.

Non fu facile acquistare i biglietti per il concerto: era marzo, e la vendita avvenne sul sito Internet di TicketOne: un sistema assurdamente complicato e costoso. Nonostante la buona volontá dei miei compagni d’avventura, fallimmo nel tentativo di raggiungere quattro agognati biglietti per la prima data, il 7 luglio: sold out nel giro di pochi minuti. Poco ci mancó che mi lasciassi scappare una lacrimuccia. Stavo giá pensando di ripiegare sulle tappe di Nizza o di Dublino, quando fu annunciata la seconda data di Milano: l’ultima volta in Italia per il tour Vertigo, la seconda serata Bono disse in un buffo italiano stentato che poco aveva della sua calda voce sexy “ieri sera il primo appuntamento… last night the first date; staaaasera facciamo l’amore! Tonight we make love”, con Edge che iniziava i primi accordi di Elevation, canzone dalla grande carica sessuale. Date le premesse, diciamo che ottenere un biglietto per l’8 luglio 2009 sembrava molto piú promettente che averlo per la sera del 7. Sfiga volle che peró i tanto desiderati “posti prato” – quelli che ti permettono di vedere le goccioline di sudore sulla fronte di Bono&friends – andassero esauriti nei primi venti minuti del diabolico sistema TicketOne. E noi non eravamo tra i prescelti. Pazienza, meglio che niente un secondo anello blu non me lo avrebbe tolto nessuno.

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A marzo prenotai subito tre giorni di ferie intorno alla data dell’8 luglio, il capo le firmó stupito perché in quasi sei anni non avevo mai stabilito niente con tanto anticipo. Volevo che nessun impegno di lavoro potesse interferire con quella data, non avrei dedicato tanta attenzione neanche al giorno del mio matrimonio.

La previdenza ha dimostrato d’essere indispensabile sulla pelle di uno degli amici che ha tristemente visto bruciare il suo biglietto e la sua notte indimenticabile “in the sound” proprio a causa di un suo inderogabile impegno di lavoro.

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Sono partita nel primo pomeriggio da Genova con un collega e i suoi amici alla volta di Milano, e giá il viaggio é stato una piacevolissima immersione in un’atmosfera U2: i quattro di Dublino ci accompagnavano chilometro dopo chilometro, colonna sonora di conversazioni a tema variabile, dove gli U2 entravano ed uscivano come i membri di una famiglia, perché conosciamo tutta la loro vita.

Purtroppo arrivati al Meazza ci siamo dovuti separare, e mi é dispiaciuto infinitamente non avere anch’io un posto prato per condividere le emozioni con loro, veterani dei concerti degli U2. Di lí a poco ho raggiunto l’amico col quale avrei visto lo show dal secondo anello: quest’ultimo deve avere avuto doppia razione di fortuna, forse sottraendola all’altro che non era potuto venire, perché stava per assistere per la seconda volta allo spettacolo nel giro di 24 ore. Un bilancio cosmico da accettare con la rassegnazione dello stoico: il fortunello si é goduto la prima del 7 luglio da un “posto prato” che nel corso della serata si é tramutato in un irragiungibile “prato interno”, praticamente come stare in braccio a Bono. L’invidia non puó essere considerata un peccato.

Grazie all’intraprendenza del mio fortunato amico, sleight of hand and twist of fate, siamo riusciti comunque a tramutare i nostri posti numerati al secondo anello, in posti spera-in-Dio al primo anello. La sua parte l’ha egregiamente fatta anche il megaschermo del palco, un tronco cono rovescio che ha consentito di vedere ció che occhio umano mai avrebbe potuto cogliere da quella postazione, neanche con l’ausilio del mio tele 18X ottico.

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Appena entriamo nello stadio rimango senza fiato: tutto é gigantesco, la struttura “The Craw” é un mostro verde atterrato da un altro pianeta e promette di regalare grandi emozioni.

É ancora presto, c’é ancora molta luce, ne approfitto per guardarmi in giro, e fotografare il folclore che accompagna i fans. Penso “che bello, qui dentro c’é un mucchio di gente che li ama come me” e mi sembra che l’evento assuma un colore di fraternitá e condivisione ecumenica. Di lí a poco saremo una voce sola che canta, un coro di 75.000 persone unite dalla stessa passione e animati da emozioni comuni.

Scatto qualche foto agli striscioni e al cranio rasato di un ragazzo: tutta gente “normale” con un cuore che batte al ritmo della batterie di Larry Mullen Jr., e che ha dentro di se una piccola bandiera irlandese.

Gli striscioni piú divertenti sono quello che auspica per Bono una carica nella pubblica amministrazione, e quello di Hellen: “Edge call me I love you Hellen”. Tenerissima nella sua sfrontatezza e ingenuitá. Cazzo Hellen, sei al secondo anello blu, come pensi che Edge possa leggere il tuo striscione? Ha quasi 50 anni non é al top del visus, sta lavorando, tra poco sará buio… Avessi almeno utilizzato un carattere bold! Comunque lo striscione era cosí carino che se fossi stata in lui ti avrei chiamata anche solo per dirti grazie.

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Il concerto viene aperto dagli Snow Patrol: non li conosco, lí per lí non mi coinvolgono granché, c’é ancora forse troppa luce nel cielo, ma si puó giá apprezzare la meraviglia delle immagini che ruotano sul cono. Il cantante ha una faccia cosí anglosassone che non so perché non mi fa simpatia (non ho nulla contro gli inglesi, se non penso al colonialismo, alla schiavitú e alla crudele dominazione in Irlanda), salvo scoprire a distanza di giorni che questi ragazzi sono dell’Irlanda del Nord. Comunque dopo un paio di canzoni il ritmo degli Snow Patrol si impossessa della mia gamba destra, che tiene entusiasta il tempo.

 

Poco dopo le 21 eccoli arrivare, sono i miei adorati U2, YouToo, YouTwo, U Due. Era qualche giorno che mi chiedevo se sarei sopravissuta all’emozione, cosa avrei provato a vederli in carne ed ossa, e ora sto vivendo questo atteso momento: per una frazione di tempo indefinibile mi sono commossa, avrei potuto anche piangere di gioia se non fossero stati cosí piccoli e lontani. La mia commozione é salita in alto con le note di Breathe e si é disciolta nelle luci di uno straordinario allestimento scenico. Se fossi stata piú vicina, sotto il palco per esempio, un bel groppo in gola non me lo toglieva nessuno, forse anche un paio di discrete piccole lacrime.

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Le due ore successive sono state travolgenti, le canzoni cantate con voce potente e sempre all’altezza di se stessa, le note suonate con passione ed energia: quei quattro hanno un’alchimia perfetta, sono veramente come dicono One but not the same, il cibo musicale piú buono di cui mi sia mai nutrita e che non mi stanco mai di mangiare avidamente.

Una volta ho letto su Rolling Stone una recensione di uno show degli U2, il giornalista li definiva grandi creatori di emozioni. Non si potrebbe dire meglio e di piú di come ho trascorso la sera dell’8 luglio. L’unica cosa di cui mi rammarico é di essere stata cosí distante dalle loro emozioni, mi é mancato competamente il lato umano di quello che stavano vivendo loro quattro sul palco. Non mi interessa solo la musica, solo quello che possono darmi, voglio vedere anche come quattro uomini reagiscono all’amore e al calore di migliaia di persone, perché questo per me é la condivisione della passione per la loro musica. Lo schermo a 360° riportava solo una grande immagine lontana dal calore del sangue e del sudore. Vedere Bono inebriato nell’acclamazione, con quelle belle giacche che gli danno un tono ma lo fan crepar dal caldo nell’estate italiana. Diversamente dal 2005, non ha detto quasi niente in italiano, e un po’ mi é mancato quel parlare stentato ma volenteroso.

 

Non voglio entrare nel dettaglio della scaletta delle splendide canzoni, questo é il mio diario non una recensione. Posso solo dire che ogni pezzo, tranne Desire sul quale non ero molto preparata, mi ha tenuta con le tonsille al vento tutta la sera, mi sono spellata le mani e catturato 1Gb di immagini e video. Ovviamente quasi tutte mosse, come potevo stare ferma?

Un pezzo mi é piaciuto particolarmente, la versione remix di I’ll go crazy, sbalorditivo. Non é tra le mie canzoni preferite dell’ultimo disco, anche il testo non é tra quelli che lasciano un segno, é tutto sommato un pezzo just for fun, eppure l’arrangiamento disco e il video che lo accompagnava sul mega-cono lo ha reso fantastico, indimenticabile, molto epoca-Pop-Discoteque.

 

I miei adorati quattro ragazzi di quasi 50 anni non dimenticano mai di spostare per un attimo i riflettori dalle loro teste a quelle di chi ha bisogno di attenzioni: l’Africa e la malaria, Aung San Suu Kyi nobel prigioniera, la gente in Iran nelle strade che muore cercando di lottare per la libertá. Non é buonismo tattico, non ne hanno bisogno perché sono giá Grandi: é solo il loro modo di essere irlandesi. Bono non scorda mai di ringraziare tutti per aver donato loro il raro privilegio di una vita fantastica. Ci ha anche ringraziato per aver pagato la costosissima struttura del 360° Tour, e permesso loro di realizzare i loro sogni. Bisogna ammettere che per essere una viziata pop star é per lo meno molto ben educata.

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E ora i miei ringraziamenti:

– grazie per due ore indimenticabili immersa nella musica che mi rende felice;

– grazie per tutte le canzoni che mi muovono emozioni;

– grazie per le canzoni che mi fanno correre al percorso ginnico;

– grazie per Stay che ha ispirato e ristrutturato la trama di Dipingo Affreschi Erotici Pompeiani;

– grazie per le canzoni che mi cambiano l’umore al meglio, e anche per quelle che mi annodano un groppo in gola;

– grazie per essere diversi da tutti gli altri;

– grazie a Bono per la sua voce, e anche ai suoi genitori per avergliela donata;

– grazie a Edge per le note struggenti, e per essere cosí perfettamente U2;

– grazie a Larry per il ritmo che ti spacca il torace e il suo sguardo serio;

– grazie ad Adam, perché anche se il basso lo sento poco, quando lo sento é grande.

 

Adesso se volete pensare che sono troppo vecchia per avere il cuore di una ragazzina malata di musica, fate pure. Non sbagliereste, perché é la pura veritá.

(tutte le foto sono di Betty Argento, tranne quella qui sotto)

U2+1

io e i magnifici quattro, nel 1980 a Dublino

Cedars of Lebanon

 

Parlando di No Line, Bono ha dichiarato che "L'intimità è il nuovo punk rock": si riferiva a White as snow e credo anche a questa canzone, che è quasi una confessione.

Nelle intenzioni degli U2 questo disco dovrebbe essere un novello Achtung Baby! Così hanno posizionato alcune canzoni in collocazioni analoghe a quel disco di quasi vent’anni fa: Moment of Surrender al terzo posto come One, e questa Cedars of Lebanon in chiusura, come  Love is Blindness: con quest’ultima ha in comune una cupezza esemplare, un’azzeccatissima atmosfera, pur essendo completamente diverse. Love is Blindness era straziante, con una melodia ed un testo capace di commuovere; Cedars of Lebanon invece è secca, la voce di Bono un racconto lento e disincantato a completo danno delle sue doti vocali, ma al contempo perfetta. Questo pezzo è a mio parere incredibilmente intenso, ed è l’unico in questo album nel quale Bono è riuscito a dare la propria voce alla storia di qualcun altro. È Un capolavoro, anche se per “intenditori” (di certo non arriverà mai prima in classifica)

L’atmosfera è fosca sin dalle prime note di chitarra, subito seguite dalle percussioni che evocano e mantengono un ritmo tipicamente marziale: suoni di apparecchiature militari, come di spari da guerre stellari, voci ovattate che comunicano comandi via radio.

Il testo è bellissimo, esemplare, di quelli che raccontano davvero una storia e stimolano l’immaginazione, asciutto essenziale anche nella grammatica, e insieme evocativo.

          Bravi ragazzi, grazie.

 

È finito il mio lavoro, non so neanche io come ho fatto ad arrivare in fondo.

Ora potrei ricominciare con tutti i dischi precedenti: trent’anni di carriera, non sarebbe uno scherzo. Ma basta così, voglio tornare al mio vecchio blog.

 

 

 

Cedars of Lebanon

(musica di U2, Eno, Lanois; testo di Bono)

 

Yesterday I spent asleep

Woke up in my clothes in a dirty heap

Spent the night trying to make a deadline

Squeezing complicated lives into a simple headline

Ieri l’ho trascorso addormentato

svegliato nei miei vestiti in un mucchio sporco

trascorso la notte cercando di rispettare una scadenza

comprimendo vite complicate dentro un semplice titolo

[La voce è quella di un corrispondente di guerra, un uomo solo e allo sbando: è evidente che è stato sopraffatto dal mondo di cui deve raccontare]

 

I have your face here in an old Polaroid

Tidying the children’s clothes and toys

You’re smiling back at me

I took the photo from the fridge

Can’t remember what then we did

Ho il tuo viso qui in una vecchia Polaroid

Mentre riordini i vestiti e i giochi dei bambini

Stai restituendomi il sorriso

Scattai la foto dal frigo

Non riesco a ricordare cosa facemmo dopo

[Una donna, una famiglia lontana, ricordi felici: puoi vedere questo uomo con la sua foto in mano e lo sguardo perso nel passato]

 

I haven’t been with a woman, it feels like for years

Thought of you the whole time, your salty tears

This shitty world sometimes produces a rose

The scent of it lingers and then it just goes

Non sto con una donna sembra come da anni

pensato a te tutto il tempo, alle tue lacrime salate

Questo merdoso mondo talvolta produce una rosa

Il suo profumo indugia e poi semplicemente se ne va

[Una vita da lupo solitario, o forse cane randagio, nessuna relazione, un addio tra le lacrime di cui sente ancora persino il sapore; disillusione sulla natura del mondo, tutto merda, e quello che è bello dura un attimo evanescente come il profumo nell’aria]

 

Return the call to home

Ricambia la telefonata a casa

[Il coro è l’unica melodia, un imperativo quasi impartito dalla coscienza di sapere che si dovrebbe fare quella telefonata, che probabilmente non si farà]

 

The worst of us are a long drawn out confession

The best of us are geniuses of compression

You say you’re not going to leave the truth alone

I’m here ‘cos I don’t want to go home

Il nostro peggio è una confessione tirata per le lunghe

Il meglio di noi sono talenti di compressione

dici che non lascerai la verità da sola

sono qui perché non voglio andare a casa

[Un bilancio, l’amarezza, e la sincera dichiarazione della voglia di distanza dal proprio mondo]

 

Child drinking dirty water from the river bank

Soldier brings oranges he got out from a tank

I’m waiting on the waiter, he’s taking a while to come

Watching the sun go down on Lebanon

Bimbo che beve acqua sporca dalla sponda del fiume

Soldato porta arance, è sceso da un carro armato

Sto aspettando il cameriere, ci mette un po’ ad arrivare

guardando il sole tramontare sul Libano

[Netto contrasto tra l’assoluta povertà di queste genti in aree di guerra, e un soldato che può permettersi la frutta. In molte interviste rilasciate dalla band prima dell’uscita dell’album si parlava di testi relativi alla guerra in Afganistan, ma quel paese è troppo lontano dal Libano, per quanto nella direzione astronomica giusta del tramonto]

 

Return the call to home

Ricambia la telefonata a casa

 

Now I’ve got a head like a lit cigarette

Unholy clouds reflecting in a minaret

You’re so high above me, higher than everyone

Where are you in the cedars of Lebanon

Ora ho una testa come una sigaretta accesa

Nubi empie riflettenti in un minareto

sei così alto sopra di me, più alto di tutti

Dove sei nei cedri del Libano?

[si rivolge forse a Dio in questi versi, sembra un’accusa, quella di essere troppo distante dalle terre devastate dalla guerra]

 

Choose your enemies carefully ‘cos they will define you

Make them interesting ‘cos in some ways they will mind you

They’re not there in the beginning but when your story ends

Gonna last with you longer than your friends

Scegli attentamente i tuoi nemici perché ti caratterizzeranno

Rendili interessanti perché in qualche modo si occuperanno di te

Non sono là all’inizio ma quando la tua storia finisce

dureranno con te più a lungo dei tuoi amici

[Questi ultimi versi sono quasi scioccanti in bocca a Bono, parole che non credo gli appartengano in alcuna maniera, ma perfetti per il giornalista che interpreta: duro, disincantato, cinico. E solo.

Le ultime due righe sono talmente desolanti e amare che la musica si interrompe prima, per lasciarle ancora più pesanti e lapidarie nell’aria, e la voce cessa di netto per farti rimanere ancora più male.

Questa canzone è un capolavoro]

 

Breathe

Grazie al cielo, questa è la penultima traccia.

Perché, diciamolo sinceramente, undici post sull’ultimo album degli U2, uno di fila all’altro, fanno di me una fanatica. Mi manca tanto il mio vecchio blog in cui scrivevo anche d’altro. Dopo un po’ non mi sopporto più quando produco tutto ‘sto bla bla bla sugli U2.

Ancora un attimo di pazienza, dopo Breathe ce n’è ancora una sola, la più bella.

 

Questa è una canzone che potrei definire ibrida, a metà strada tra gli U2 di cinque anni fa e quelli di oggi, almeno per quel che può percepire il mio orecchio: abbastanza innovativo per Bono questo modo di cantare così veloce (qualcosa mi dice che dal vivo non la farà mai), quasi uno scioglilingua. Ho sentito due influenze, una leggera e appena accennata di Sting nel ritornello These days are better than that”; la seconda molto più marcata, che rasenta quasi il plagio (ma pare solo nelle mie orecchie, perché altri non percepiscono assonanze), di Somebody to love dei Queen nei versi “I’ve found grace inside a sound, I found grace, it’s all that I found”. La musica pure è piuttosto eterogenea, quasi discordante nei vari tratti, soprattutto il finale che sembra staccato da un’altra canzone (Queen) e appiccicato lì.

          Tre osservazioni sul testo. Se in questo No line on the horizon fosse vero che Bono ha smesso di scrivere cose molto personali, allora perché infilarci la vecchia storia che da parte di sua madre sono tutti abili commessi viaggiatori? Credo di averla letta un milione di volte nelle sue interviste!!!

Secondo: la frase “the songs are in our eyes” l’ha già usata in Miracle Drug -penultimo disco- (“the songs are in your eyes”), e per quanto bella direi che una volta è sufficiente.

          Terzo: testo parecchio criptico, che necessiterebbe indagini trasversali (leggi spulciare interviste e dichiarazioni) che mi risparmierò, non per difetto di curiosità o passione, semplicemente per mancanza di tempo.

 

 

Breathe

(Respira)

(musica U2, testo Bono)

 

16th of June, nine-oh-five, door bell rings

Man at the door says if I want to stay alive a bit longer

There’s three things I need you to know

Three!

16 giugno, nove e zero cinque, il campanello suona

L’uomo alla porta dice se voglio rimanere vivo un po’ più a lungo

Ci sono un po’ di cose che ho bisogno tu sappia

Tre

[Il testo inizia bene, una storia quasi thriller]

 

Coming from a long line of

Traveling sales people on my mother’s side

I wasn’t gonna buy just anyone’s cockatoo

So why would I invite a complete stranger into my home

Would you?

Venendo da una lunga discendenza di

commessi viaggiatori da parte di mia madre

Non stavo per comprare proprio il cacatua di nessuno

Allora perché inviterei un perfetto sconosciuto in casa mia

Ti pare?

[ecco qui la tiritera sulla famiglia della madre, e di come sia perciò troppo sgamato per farsi infinocchiare dal primo piazzista di Folletti]

 

These days are better than that

These days are better than that

Questi giorni sono meglio di quello

[Se lo dici tu. Però a me è rimasta la curiosità di sapere le tre cose che ti avrebbero fatto vivere un po’ di più. Era un testimone di Geova il tizio alla porta?]

 

Every day I die again, and again I’m reborn

Every day I have to find the courage

To walk out into the street

With arms out

Got a love you can’t defeat

Neither down nor out

There’s nothing you have that I need

I can breathe

Breathe now

Ogni giorno muoio di nuovo, e di nuovo sono rinato

Ogni giorno devo trovare il coraggio

Di uscire in strada

Con le braccia aperte

Ho un amore che non puoi battere

Né giù né via

Non c’è niente che hai tu che io necessiti

Posso respirare

Respirare ora

[La fatica di vivere e il coraggio di andare avanti. E che tu ti chiami Bono, pensa tutti gli altri poveri!]

 

16th of June, Chinese stocks are going up

And I’m coming down with some new Asian virus

Ju Ju man, Ju Ju man

Doc says you’re fine, or dying

Please!

Nine-oh-nine, St. John Divine on the line, my pulse is fine

But I’m running down the road like loose electricity

While the band in my head plays a striptease

The roar that lies on the other side of silence

The forest fire that is fear so deny it

16 giugno, i mercati cinesi stanno salendo

E io sto scendendo con un nuovo virus asiatico

Ju Ju man, Ju Ju man?!?

Il dottore dice stai bene, o stai morendo

Per favore!

Nove e zero nove, St. John Divine sulla linea (?),

il mio polso va bene

Ma sto correndo giù per la strada come elettricità sciolta

Mentre la banda nella mia testa suona uno spogliarello

Il rombo che giace sull’altro lato del silenzio

L’incendio della foresta che è paura così negala

[E’ sempre il 16 giugno, sono passati solo 4 minuti dacché lo sconosciuto s’è presentato alla porta. Forse non l’hai ascoltato perché ti sei preso l’asiatica, e magari ci creperai pure, please! Il resto è “bonese” stretto. Bello loose electricity e anche il rombo sull’altro lato del silenzio. Non ho idea di cosa sia un Ju Ju man, ma lo scoprirò.]

 

Walk out into the street

Sing your heart out

The people we meet

Will not be drowned out

There’s nothing you have that I need

I can breathe

Breathe now

Esci in strada

Canta il tuo cuore a voce alta

Le persone che incontriamo

Non saranno sfollati

Non c’è niente che hai tu che io necessiti

Posso respirare

Respirare ora

[E’ molto vitale uscire in strada e cantare il proprio cuore a voce alta, mi piace to sing out. Nota su to be drowned out: esser costretto ad abbandonare la casa a causa della piena e/o inondazione, mi son permessa uno “sfollati” per sintetizzare.]

 

[Per conto mio la canzone poteva finire qui. E qui c’è una cesura stilistica, che sa molto di “m’è avanzato questo bel pezzo dalle registrazioni del 2004…, non vorrai mica buttarlo??”]

 

We are people borne of sound

The songs are in our eyes

Gonna wear them like a crown

Walk out, into the sunburst street

Sing your heart out, sing my heart out

Siamo persone generate dal suono

Le canzoni sono nei nostri occhi

Le porteremo come una corona

Esci nella strada bruciata dal sole

Canta il tuo cuore a voce alta, canta il mio cuore a voce alta

 

I’ve found grace inside a sound

I found grace, it’s all that I found

Ho trovato grazia dentro un suono

Trovai grazia, è tutto ciò che trovai

[Freddy Mercury l’aveva trovata prima di voi]

 

 

And I can breathe

Breathe now

E posso respirare

Respirare ora

[Tu respiri, e io mi chiedo… quali sono le tre cose che ti doveva dire lo sconosciuto alla porta?!]

White as Snow

La prima volta che ho sentito questo pezzo me ne sono innamorata. Mi piacciono sempre le loro canzoni tormentate e fosche, con ambientazioni dolorose e inquiete. Questa me la sono immaginata in un posto come Blade Runner ma meno umido.

Mi sono innamorata soprattutto di un verso, che mi è sembrato perfetto: poetico, struggente e accompagnato da una voce portentosa nella miglior tradizione U2, “to sleep the night shooting out the stars”, ti immagini questi ragazzi nel bosco che sparano al cielo tirando fuori a forza le stelle dalla volta celeste. Poi però traducendo anche il resto mi son cadute le braccia, perché l’agnello bianco come la neve è una metafora di una banalità imbarazzante, sulla quale non voglio aggiungere altro. E purtroppo non finisce qui.

C’è un curioso contrasto tra la cupezza iniziale della melodia e il finale quasi allegro, quando invece ad ascoltare le parole non c’è proprio nulla da star contenti.

Inizio: note di pianoforte come fiocchi di neve che cadono, un suono distorto sembra far luce sul passato. La voce di Bono caldissima e appassionata, racconta e trascina in posti lontani nel tempo e nello spazio.

Il disco riporta la musica come tradizionale, arrangiata ma non creata dagli U2&Co.: la melodia origina da un inno dell’Avvento "Veni, veni Emmanuel", che ho ascoltato e devo dire si sente appena l’assonanza.

Nell’insieme comunque è un bel pezzo, agnello a parte.

 

White as Snow

Bianco come la neve

 (Testo di U2, Brian Eno e Danny Lanois, musica tradizionale con arrangiamenti di U2, Brian Eno e Danny Lanois)

 

Where I came from there were no hills at all

The land was flat, the highway straight and wide

My brother and I would drive for hours

Like we had years instead of days

Our faces as pale as the dirty snow

Da dove venivo non c’era proprio nessuna collina

La terra era piatta, l’autostrada dritta e larga

Mio fratello ed io eravamo soliti guidare per ore

Come avessimo anni invece di giorni

I nostri volti pallidi come la neve sporca

[arbitraria interpretazione della Argento: vivevano in un paese dove la vita era facile, niente ostacoli da scalare, o percorsi di vita tortuosi; erano sostanzialmente spensierati]

 

Once I knew there was a love divine

Then came a time I thought it knew me not

Who can forgive forgiveness where forgiveness is not

Only the lamb as white as snow

Una volta sapevo che c’era un divino amore

Poi venne un tempo in cui pensavo che non sapesse di me

Chi può perdonare il perdono dove perdono non è?

Solo l’agnello bianco come la neve

[in quel posto mitico c’era Dio, ma poi qualcosa si ruppe, peccare e uscire dalla grazia è un attimo. Ed ecco arrivare l’agnello bianco –scontato simbolo religioso- l’unico capace di perdonare]

 

And the water, it was icy

As it washed over me

And the moon shone above me

E l’acqua, era ghiacciata

Mentre cadeva su di me

E la luna risplendeva sopra di me

[Siamo ancora nel disastro post-peccato: notte fonda e acqua ghiacciata non sono il massimo del confort termoigrometrico, ma ambientano perfettamente la notte dell’anima]

 

Now this dry ground, it bears no fruit at all

Only poppies laugh under the crescent moon

The road refuses strangers

The land, the seeds we sow

Where might we find the lamb as white as snow

Ora questa terra arida, non produce affatto alcun frutto

Solo i papaveri ridono sotto la luna crescente

La strada respinge gli stranieri

La terra, i semi che seminiamo

Dove potremmo trovare l’agnello bianco come neve?

[Ecco qui arrivare una spaventosa infilata di banalità: la terra arida e infertile, i papaveri che sghignazzano dopo aver spacciato sostanze stupefacenti, la paura dello straniero, e la storia dei semi oltre ad essere poco originale l’avevano già usata in Flower Child, da All That You Can’t Leave Behind Sessions:” The seeds that you sow, You want to watch them growing”]

 

As boys we would go hunting in the woods

To sleep the night shooting out the stars

Now the wolves are every passing stranger

Every face we cannot know

If only a heart could be as white as snow

If only a heart could be as white as snow 

Da ragazzi eravamo soliti andare a caccia nei boschi

Per addormentare la notte cacciando fuori le stelle

Ora i lupi sono ogni straniero di passaggio

Ogni faccia che non riusciamo a riconoscere

Se solo un cuore potesse essere bianco come neve

Se solo un cuore potesse essere bianco come neve

[Qui i versi che mi sono piaciuti in assoluto di più, anche perché accompagnati da una voce portentosa: to sleep the night, addormentare la notte quasi cullandola, che questa è l’accezione di to sleep. Poi però eccoci rientrare nel regno della banalità con il pericoloso straniero-lupo. Se solo potessimo essere migliori: buonismo stucchevole che uccide la forza poetica di questa melodia]

Fez – Being Born

Ecco qui qualcosa di molto sperimentale. Mi piace e mi è piaciuta da subito, anche se si sente che sono due mezze canzoni messe insieme, perché è una sorta di puzzle, che parte da un verso di Get on your boots, c’è anche la voce di un marocchino che dice qualcosa che ovviamente non si capisce. Fez-being born è un viaggio, un viaggio in Africa e insieme un viaggio di nascita, perché racconta una sorta di re-birthing: l’Africa come origine, casa. Questo almeno è il mio punto di vista, poi chissà bisognerebbe chiederlo a loro.

Inizia con voci lontane, arabe, let me in the sound, ritmo lento, che improvvisamente incespica, poi riprende quel sound che mi ricorda vagamente la sigla di “Attenti a quei due”, telefilm anni ’70 con Roger Moore e Tony Curtis, con quei sensuali cori femminili che evocano sfocati paradisi tropicali, fancazzismo e long drink. Poi la melodia inciampa di nuovo, questa volta più pesantemente, i suoni sono quelli meccanici, evocano qualcosa che si riavvolge su se stesso, il salto stesso nel passato. Finisce Fez e inizia Being Born, la nascita. Testo breve ma denso, urli alla Bono, voce rilassata a parte gli oh oh oh, sound che continua ad avere qualcosa anni ’70, credo dovuto alle tastiere. Alla fine sembra quasi che ci sia uno sciabordio di mare che accompagna un cuore nuovo che ha spiegato le sue vele per salpare nella vita.

 

Fez – Being Born

Fez – Nascendo

(Musica di U2, Brian Eno e Danny Lanois; testo di Bono)

 

Let me in the sound

Let me in the sound

Trascinami nel suono

Trascinami nel suono

[Verso preso direttamente da Get on your boots, ma qui lo si sente come un lontanissimo eco, come provenire da un altro tempo o dimensione. “To let in” significa anche far entrare, coinvolgere, tirare dentro; sesso, nascita, suono, tutte esperienze fisiche e metafisiche]

 

Six o’clock on the autoroute

Burning rubber, burning chrome

Bay of Cadiz and ferry home

Atlantic sea, cut glass

African sun at last

Sei in un punto sull’autostrada

Gomma che brucia, cromatura che brucia

Baia di Cadice e casa traghetto

Mare Atlantico, vetro tagliato

Sole africano finalmente

[Un’altra canzone cominciava con “Six o’clock in the morning, you’re the last to hear the warning…”, si vede che il mattino ha l’oro in bocca, ma qui chissà magari è pomeriggio.. Autoroute è francese, il viaggio inizia forse sulla costa della Francia, prosegue verso sud in Spagna fino a Cadice, sull’Atlantico, che qui definisce mare e non Oceano, e il traghetto per il Marocco è già casa. Forse hanno tirato troppo con l’auto, e ora c’è una generale puzza di bruciato. Dopo aver assaggiato un mese dell’assurdo clima irlandese la frase “Sole africano finalmente” ha tutta la mia solidale comprensione]

 

Lights flash past

Like memories

A speeding head, a speeding heart

I’m being born, a bleeding start

The engines roar, blood-curdling wail

Head first, then foot

Then heart sets sail

Luci passano sfrecciando

Come ricordi

Una testa veloce, un cuore veloce

Sto nascendo, un inizio sanguinante

Il rombo dei motori, gemito che fa gelare il sangue

Prima la testa, poi il piede

Poi il cuore spiega le vele

[Ottimo lavoro di testo, telegrafico e insieme efficace nel descrivere la nascita, a cominciare dalle luci che sfrecciano – to flash past – che però si potrebbe forse anche tradurre “luci lampeggiano il passato”: ed ecco affiorare i ricordi, il rombo dei motori come metafora del primo vagito, la testa, i piedi ed è fatta, poi il cuore dispiega le vele. Questo è un verso degno del miglior Bono che conosco]

Stand Up Comedy

Ecco un’altra canzone che puzza parecchio di avanzo di How to dismantle an atomic bomb. La musica a mio gusto non è niente di speciale, anche un po’ monotona, e sul testo stenderei un velo pietoso se non fosse che ormai voglio arrivare in fondo a questa operazione translation. Per il vero ho avuto difficoltà a tradurre questo testo, il mio inglese non è all’altezza, ma diciamo che nell’insieme questo continuo dire amore amore amore, infilarci Dio tanto per cambiare, e la bellezza… insomma la trovo stucchevole. Se da un lato apprezzo il principio base del testo, che è quello di esaltare la mobilitazione, l’impegno diretto delle persone nelle cose in cui credono e a cui tengono, dall’altro non mi piace quando Bono è così diretto: senza il filtro della metafora poetica diventa stucchevole demagogia. Potrei forse dire che è la canzone che mi piace meno di tutto il disco, anche musicalmente. Ma è anche possibile che io non abbia capito proprio un bel niente.

 

 

Stand up comedy

(musica U2, testo Bono)

 

Love love love love love

Love love love love love

Amore, amore, amore, amore, amore

Amore, amore, amore, amore, amore

[l’amore è realmente la cosa più importante nella vita di chiunque, ma ripetuto così tante volte perde quasi forza… Bono, dov’è la poesia?]

 

I got to stand up and take a step

You and I have been asleep for hours

I got to stand up

The wire is stretched

In between our two towers

Stand up in this dizzy world

Where a lovesick eye can steal the view

I’m gonna fall down if I can’t stand up

For your love

Sono riuscito ad alzarmi e fare un passo

Tu ed io siamo stati addormentati per ore

Sono riuscito ad alzarmi

Il filo è teso

Tra le nostre due torri

In piedi in questo mondo stordito

Dove un occhio malato d’amore può rubare la vista

Io fallirò se non posso battermi

Per il tuo amore

[Finalmente una stiracchiata metafora: essere addormentati e poi alzarsi, fare prima un passo e poi battersi per ciò a cui si tiene. L’occhio innamorato può rubare la vista: o non riesco a tradurlo, o la metafora è troppo criptica. Di solito l’occhio malato d’amore vede in modo piuttosto miope, noi diciamo accecato d’amore, e comunque cosa c’entra con la mobilitazione?]

 

Love love love love love

Amore, amore, amore, amore, amore

 

Stand up, this is comedy

The DNA lotto may have left you smart

But can you stand up to beauty

Dictator of the heart

I can stand up for hope, faith, love

But while I’m getting over certainty

Stop helping God across the road like a little old lady

Alzati, questa è commedia

Il lotto del DNA può averti lasciato scaltro

Ma puoi fronteggiare la bellezza

Dittatrice del cuore?

Posso battermi per la speranza, la fede, l’amore

Ma mentre sto superando la certezza

Basta aiutare Dio da una parte all’altra della strada come una vecchia signora

[Due cose che non stanno bene insieme: stand up alzarsi, e comedy commedia, se fai sul serio non può essere da ridere, no? Il trio hope, faith, love in questo preciso ordine era già comparso in If God will send his angels – where is the hope and where is the faith … and the love?- e nelle canzoni repetita non juvant. La metafora di aiutare Dio ad attraversare la strada come una vecchietta è carina ma chissà a cosa si riferisce? Tanto più che di solito la gente dice così tante idiozie mettendole in bocca a Dio, sembra più pertinente incitare a smettere di spingere Dio sotto un TIR]

 

Oh, oh

Out from under your beds

C’mon, ye people

Stand up for your love

Oh oh

Fuori da sotto i vostri letti

Avanti, voi gente

Battetevi per il vostro amore

[questo mi piace, fuori da sotto il letto, in linea di massima siamo tutti cacasotto, e non c’è che da ammetterlo]

 

Love love love love love

Love love love love love

Amore, amore, amore, amore, amore

Amore, amore, amore, amore, amore

 

I gotta stand up to ego but my ego’s not really the enemy

It’s like a small child crossing an eight lane highway

On a voyage of discovery

Stand up to rock stars

Napolean is in high heels

Josephine, be careful

Of small men with big ideas

Sono riuscito a fronteggiare l’ego ma il mio ego non è veramente il nemico

E’ come un piccolo bimbo che attraversa un’autostrada a otto corsie

Per un viaggio di scoperta

Fronteggiate le rock star

Napoleone è in tacchi alti

Josephine, stai attenta

Agli uomini bassi con grandi idee

[E meno male che i nostri simpatici quattro amici avevano sbandierato ai quattro venti che questo album era meno personale, che Bono mica parlava più solo di se stesso… no quando mai? Uno degli argomenti preferiti di Bono: il suo ego. Certo che non è un nemico se ti fa diventare quello che sei. La metafora ammetto è bella, un raggio di luce in una cantina di parole. E poi chi sarà mai Napoleone coi talloni sollevati? Berlusconi? E’ un piccolo uomo ma non vedo le grandi idee. Sarà forse Bono con le sue scarpe a quadrupla suola?]

 

Oh, oh

Out from under your beds

C’mon, ye people

Stand up for your love

Oh oh

Fuori da sotto I vostri letti

Avanti, voi gente

Battetevi per il vostro amore

 

Love love love love love

Love love love love love

Amore, amore, amore, amore, amore

Amore, amore, amore, amore, amore

 

God is love

And love is evolution’s very best day

Dio è amore

E l’amore è di gran lunga il miglior giorno dell’evoluzione

[Magari mi sbaglio, ma very con best suona come “migliorissimo”, e se è così non voglio aggiungere alcun commento…]

 

Soul rockin’ people moving on

Soul rockin’ people on and on

C’mon, ye people

We’re made of stars

C’mon, ye people

Stand up then sit down for your love

Gente dall’anima rock, che va avanti

Gente dall’anima rock, avanti e avanti

Avanti, voi gente

Siamo fatti di stelle

Avanti, voi gente

Battetevi poi sedetevi per il vostro amore

[L’anima che dondola sarà una cosa positiva o un sintomo di incertezza? Siamo fatti di stelle è una questione molecolare, ha un suo fascino, un altro raggio di luce in cantina. E infine l’ultima esortazione: battersi e poi sedersi, ma sit down nell’accezione militare significa anche accamparsi per assediare, e se siamo in guerra perché ci battiamo, ogni tanto possiamo anche riposarci il tempo di riposare e poi riprendere a spaccare il mondo per il nostro amore. ]

 

Love love love love love

Love love love love love

Love love love love love

Love love love love love

Amore, amore, amore, amore, amore

Amore, amore, amore, amore, amore

 

Get on your Boots

Senza titolo-1 copia

 

Non so se riuscirò a dire cose molto sensate di questa canzone. È il primo singolo, quando l’ho sentita subito non sapevo proprio cosa pensare. La voce di Bono mi sembrava “sacrificata” (o sparita), il sound forte, “scartavetrante”. Mi ricordava le sensazioni della prima volta che avevo sentito Discoteque dal discusso album Pop. Ovvio che le due canzoni non si assomigliano per nulla. Questa è molto più erede di Vertigo da How to dismantle an atomic bomb, e per quanto abbia sentito parole ferocissime contro Get on your boots, io la trovo SPLENDIDA, una delle canzoni più belle degli ultimi anni, di quelle che non devi pensarci su, not at all, è una canzone che ti prende l’anima con uno strattone e te la fa ballare su e giù, te la fa vorticare in alto nell’aria, ma anche in basso al centro della terra. Mi piace moltissimo che si senta in modo deciso la sezione ritmica di Adam e Larry: ho sempre problemi a sentire il basso e qui è veramente netto e perfettamente integrato con la batteria, con Edge e Bono. Non vedo l’ora di ascoltarla in concerto, verrà giù lo stadio.

Vogliamo dire qualcosa sul testo? È piuttosto leggero, spensierato, come poteva essere Vertigo o forse meglio Elevation, si parla praticamente solo di sesso, è una canzone giocosa, e se riesce ad infilarci un attimo Dio è perché per Bono è un po’ come il prezzemolo. Due parole sul video, che peraltro viene passato pochissimo da All Music e MTV: bello, energico, psichedelico, sembra uscito da un acido anni ’70. Una nota: gli stivali nel video stanno alle giarrettiere come gli stivali fotografati nel disco stanno ai gambaletti.

Sono contenta che questo singolo non abbia avuto successo come gli U2 si aspettavano, significa che hanno fatto un buon lavoro, le cose nuove stentano ad essere digerite dalla maggior parte di persone.

 

Get on your Boots

Indossa i tuoi stivali

(musica U2, testo di Bono)

 

The future needs a big kiss

Winds blows with a twist

Never seen a moon like this

Can you see it too?

Il futuro ha bisogno di un grosso bacio

Il vento soffia con una spira

Mai vista una luna come questa

Anche tu riesci a vederla?

[Il testo di questa canzone è emotivo e sconclusionato: ok c’è bisogno d’amore, ok per il vento con piccola tromba d’aria, quasi apocalittico, ma se la luna è così pazzesca perché dubiti che riesca a vederla?]

 

Night is falling everywhere

Rockets at the fun fair

Satan loves a bomb scare

But he won’t scare you

La notte sta scendendo ovunque

Razzi al luna park

Satana ama un panico da bomba

Ma non ti spaventerà

[ambientazione notturna al luna park, sembra festaiola ma in fondo ci sono anche le paure]

 

Hey, sexy boots

Get on your boots, yeah

Ehi, stivali sexy

Indossa i tuoi stivali, sì

[no comment, qui siamo sul feticismo più classico e sano]

 

You free me from the dark dream

Candy floss ice cream

All our kids are screaming

But the ghosts aren’t real

Tu mi liberi dal sogno oscuro

Zucchero filato, gelato

Tutti i nostri ragazzi stanno strillando

Ma i fantasmi non sono reali

[Serata al luna park con la famiglia: casa delle streghe, fantasmi e tutti i dolciumi più cariogeni che si possa desiderare]

 

Here’s where we gotta be

Love and community

Laughter is eternity

If joy is real

Qui è dove dobbiamo essere

Amore e comunità

La risata è eternità

Se la gioia è autentica

[Quadretto idilliaco. Potere della risata]

 

You don’t know how beautiful

You don’t know how beautiful you are

You don’t know, and you don’t get it, do you?

You don’t know how beautiful you are

Non sai come bella

Non sai come sei bella

Non sai, e non ci arrivi, vero?

Non sai come sei bella

[Lei è modesta, ed è questo che piace tanto a lui. Nel video ad un certo momento ha pure un grosso paio di baffi…]

 

That’s someone’s stuff they’re blowing up

We’re into growing up

Women of the future

Hold the big revelations

Quella è roba di qualcuno che stanno facendo esplodere

Siamo in crescita

Le donne del futuro

Detengono le grandi rivelazioni

[Non ho idea di cosa stiano facendo saltare, ma nel video ci sono parecchie esplosioni. Bono spesso dice cose fantastiche sulle donne, questo verso è esemplare: mi piacerebbe che scrivesse una canzone sulle violenze e i soprusi che le donne subiscono in tutto il mondo, perché è un problema comunque connesso con la povertà di cui si preoccupa tanto]

 

I got a submarine

You got gasoline

I don’t want to talk about wars between nations

Not right now

Io ho un sommergibile

Tu hai la benzina

Non voglio parlare di guerre tra le nazioni

Non immediatamente

[Verso squisitamente allusivo… e insieme metafora di come uomini e donne si compensino. Molto ironici gli ultimi due versi: gli è partito l’ormone, quindi anche se di solito fa l’uomo impegnato, adesso proprio non è il caso di conversare di cose serie, non subito almeno]

 

Hey sexy boots…

Get on your boots, yeah

Not right now

Bossy boots

Ehi, stivali sexy

Indossa i tuoi stivali, sì

Non immediatamente

Stivali borchiati

[Bossy ha un doppio significato: sia decorato con borchie – e con gli stivali c’azzecca – sia autoritario, se lo stivale magari è un po’ tipo SS. E nel video lei è scosciata ma ha una mezza divisa militare addosso con tanto di cappello da generale]

 

 

You don’t know how beautiful

You don’t know how beautiful you are

You don’t know, and you don’t get it, do you?

You don’t know how beautiful you are

Non sai come bella

Non sai come sei bella

Non sai, e non ci arrivi, vero?

Non sai come sei bella

 

Hey sexy boots

I don’t want to talk about the wars between the nations

Sexy boots, yeah

Ehi stivali sexy

Non voglio parlare di guerre tra nazioni

Stivali sexy, si

 

Let me in the sound

Let me in the sound

Let me in the sound, sound

Let me in the sound, sound

Meet me in the sound

Trascinami nel suono

Trascinami nel suono, suono

Trascinami nel suono, suono

Trascinami nel suono

Incontrami nel suono

[to let in ha molteplici significati: far entrare, incastrare, coinvolgere, tirar dentro, ho scelto arbitrariamente quello che mi suonava meglio. Let me in the sound verrà poi ripreso anche nella canzone Fez- being born]

 

Let me in the sound

Let me in the sound, now

God, I’m going down

I don’t wanna drown now

Meet me in the sound

Trascinami nel suono

Trascinami nel suono, ora

Dio, sto andando giù

Non voglio annegare ora

Incontrami nel suono

[Come già visto per il verbo to kneel, anche to drown, annegare, è uno dei preferiti di Bono, e diciamo che la metafora non è delle più sofisticate, sebbene efficace. La ripetizione di Let me in the sound è quasi ipnotica, e mi da la sensazione di un posto – il suono – dove sarebbe bello perdersi per sempre]

 

Let me in the sound

Let me in the sound

Let me in the sound, sound

Let me in the sound, sound

Meet me in the sound

Trascinami nel suono

Trascinami nel suono, suono

Trascinami nel suono, suono

Trascinami nel suono

Incontrami nel suono

 

Get on your boots

Get on your boots

Get on your boots

Yeah hey hey

Indossa I tuoi stivali

Indossa I tuoi stivali

Indossa I tuoi stivali

Si, ehi ehi