Non c’è rosa senza spine

ParadiseCorner

 

Questo è un luogo ritagliato da una foto del Paradiso.

L’ansia di arrivare accelera i miei passi giù per la stretta strada, come se tenessi il fiato e in fondo al sentiero ci fosse il premio di poter respirare un paesaggio così intimamente familiare che vorresti gli scogli fossero la tua casa e la tua pelle, le chiome dei pini i tuoi capelli, l’incessante frinire delle cicale il tuo modo di fare le fusa al sole implacabile d’agosto, grida di gioia i versi goduti dei gabbiani. Il mare è una pietra smeraldo tagliata dal vento, puoi nuotare in un morbido frammento di vetro brillante tra piccoli pesci di cui non saprai mai il nome, desiderare le branchie per indugiare in amniotici volteggi subacquei. Nessun pensiero, solo qui e ora.

Oggi l’aria è calda e umida come quella di un forno appena cotto il pane, trascorro ore all’ombra in compagnia di John Fante, silenzioso narratore di grandi emozioni.

Devo forse espiare qualche peccato se questo angolo di Paradiso è funestato dalla presenza di un uomo talmente logorroico da farmi desiderare una momentanea sordità, o una provvidenziale mutazione genetica: palpebre nelle orecchie. Costui si nutre di timpani ansiosi di ascoltare noiosi racconti o perle di saggezza socio-politica, in un continuo sfoggio di cultura di cui vorrebbe si rimanesse impressionati. Dio, non lo sopporto. Sebbene siano ormai giorni che siamo coinquilini della terrazza ombrosa, l’unica disponibile sennò avrei già riparato le orecchie dall’ingiuria del suono di quella voce, evito accuratamente di guardarlo, non si sa mai che mi saluti: se questo tizio prende confidenza, addio! “La cacciata dal Paradiso”, una tragica evenienza che scanso dietro imperscrutabili occhiali scuri, cuffiette mp3, libri e un’espressione equivalente ad un cartello con su scritto “chi tocca muore”.

Costui è un uomo sessantenne, con una gran testa di capelli bianchi bisognosi di una spuntatina, il suo busto è un tubero bitorzoluto sul quale la pelle abbronzata pare drappeggiarsi mollemente come cera calda che cola, la schiena è molto curva e quasi sofferente, le braccia ciondolose come appendici semiatrofizzate; si muove cauto su caviglie di fragile cristallo, dall’ombra al sole, dal sole all’ombra, senza tregua ogni due minuti, anima in pena soprattutto quando è senza auditorio. Non si da pace ch’io non gli rivolga parola e mi faccia sostanzialmente i cazzi miei.

È un pezzo d’inferno nel mio paradiso. La mia insofferenza alle sue ciance si è acuita la mattina in cui mio malgrado sono stata testimone delle sue turbolenze intestinali: non fa il bagno perché ha paura di scivolare, ma dopo ogni doccia troneggia sulla terrazza appoggiato al parapetto e, guardando ispirato l’orizzonte, con nonchalance scoreggia come se fosse a casa sua. Il suono inconfondibile di una bandiera strapazzata da una raffica di Maestrale. Che uomo schifoso. E tu che eri li a gustarti gli odori dolci e caldi dell’estate, di fichi e di fiori, di pini e basilico, all’improvviso trattieni il respiro sperando che nulla giunga ai tuoi ricettori olfattivi. Vista, udito e olfatto sono a rischio stress con questo tizio che gironzola intorno al mio asciugamano.

Malauguratamente spesso qualcuno gli da corda, e allora parte con i suoi cavalli di battaglia: la Fiat che capitalizza i guadagni e divide con lo Stato le perdite (sai che novità), che disgrazia tutti questi immigrati, avevo un amico che commerciava in pietre preziose, che disastro i giovani solo tv e internet… e io che non prego mai sto cercando un accordo con Dio se me lo toglie di torno. Neanche gli U2 nell’mp3 sono sufficienti a coprire la sua voce, ha un timbro che sfugge al mio più classico rimedio: evento mai verificatosi prima nella lunga storia delle mie fughe dai suoni sgraditi. I giorni in cui ho esaurito le pile sono stati i più drammatici, a quel punto non resta che fare fagotto e trasferirsi al sole: meglio schiattare sotto i raggi ultravioletti che dover fare il pieno di minchiate, enunciate con voce impostata da attore di teatro vecchia maniera, suadente in modo stucchevole, alla disperata ricerca di un pubblico da ammaliare.

Fiera della mia vena selvatica, imperterrita mi comporto come se non ci fosse: vista da fuori devo essere un’odiosa snob, ma chissenefrega. Magari gli sto così sulle balle che ha scritto un post sul suo blog sulla mia faccia-da-culo, e quanto gli stanno sulle balle le persone che non danno confidenza e non apprezzano il peto-libero come stile di vita all’aria aperta.

Forse per depistare l’olfatto, fuma pestiferi sigarilli, il che me lo rende ancora più odioso.

Lo immagino celibe, mai sposato. In gioventù probabilmente qualche donna è stata attratta dalla sua voce da doppiatore di Bogart, ma poi è fuggita di fronte alle correnti anomale che si producevano intorno a lui.

Questo stancacervelli è il classico tuttologo da spiaggia, passa con disinvoltura dai rimedi per le ustioni da medusa ai furti delle madonnine votive nelle nicchie del centro storico, ha un’opinione su tutto ed è ansioso che tu la conosca. Nessuno gli resiste, in breve le vittime che intercetta di passaggio prendono la fuga di una doccia, di un tuffo in mare, o quella risolutiva di casa. Solo io resisto imperterrita, stoica nella mia nuova abbronzatura dalla delicata tonalità “latte con un velo di cioccolato”: alle cinque lascio la postazione ombrosa e vado a sdraiarmi al sole, dopo pochi minuti Stancacervelli raccoglie le sue cose e se ne va. Sembra ci sia premeditazione in tutto ciò, come se il suo lavoro fosse rompere i coglioni a me.

Ma la tortura anche per oggi è finita, farò un tuffo nello smeraldo assaporando l’impagabile piacere del silenzio in fondo al mare.

 

 PiniMarattimi

 

 tardoPomeriggio

Un luogo magico

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C’è un posto a Genova dove il Genius Loci è talmente evidente che potresti invitarlo a prendere un caffè: il Porto Antico. È magnifico in ogni stagione e con qualunque condizione atmosferica, come tutti i luoghi dove la natura incontra l’architettura in un perfetto equilibrio alchemico.

In questi tiepidi e ventosi giorni di primavera è una goduria scegliersi un angolino sulla Nave Italia e trascorrere le ore ad oziare, a leggere, scrivere, ascoltare musica, chiacchierare, pisolare oppure, come me in questo momento, a curiosare “gli altri”. La Nave Italia è una grande imbarcazione ancorata al molo dell’Acquario sino dall’Expò del 1992, quando fu luogo di interessanti allestimenti museali; oggi le sue viscere sono abitate da alcune vasche dell’Acquario, e l’esterno è diventato da tempo una sorta di terrazza sul mare, dalla quale si ha una visuale unica e suggestiva della città e del Porto Antico.

Sono immersa nell’appassionante lettura di un grande Irvin Welsh, mentre Rupert schiaccia un pisolino all’ombra, quando tiro su gli occhi dal libro e comincio a guardarmi intorno, incuriosita dalla gente: qui non mancano mai i ragazzi giocolieri/equilibristi, e non posso fare a meno di chiedermi che cavolo di gusto ci possa essere a far roteare per aria birilli e palline, neanche lavorassero al circo; uno di loro cavalca una bici mono-ruota che con tutta evidenza gli sta massacrando i gingilli, ma lui imperterrito hop hop hop ci salta su come fossero di gommapiuma: questi tizi sono un po’ punkabestia e non girano mai senza mute di cani dal muso allegro e perennemente affamato. Tre ragazze prone in canottiera, vicine come le tre grazie a intrecciare confidenze, hanno la pelle chiara e piuttosto nuova, per dirla con una battuta di Walter Matthau, è talmente piacevole stare qui che soprassiedono sulle condizioni deprecabili della superficie su cui sono stese, sporca e polverosa, immagino parlino di ragazzi, esami, sogni, progetti, anticoncezionali, lavori precari, cerette musica droghe alcol e madri rompiballe. La nave è cosparsa di maleducazione, fazzolettini usa e getta e cicche in quantità, un mozzicone rotola verso di me sospinto dal vento che soffia a intermittenza, come se si prendesse una pausa tra una raffica e l’altra. C’è una famiglia che immagino abbia portato i bambini a visitare l’Acquario, la madre ha un culo enorme che non combacia con la taglia del busto, con quel sederone ce ne si potrebbero fare quattro o cinque come il mio, e mi chiedo come si fa ad arrivare al punto in cui devi farti fare i vestiti su misura e occupare tre sedili sull’autobus. Ci sono anche delle donne sudamericane con bellissimi visi Inca, due prone, una supina, e loro invece non immagino di cosa stiano parlando, forse lavori malpagati, discriminazioni, uomini corna cinema e quanto son freddi i genovesi che faceva più caldo sull’altopiano delle Ande, genovesi gente chiusa come il caveau di una banca e poi dentro non è neppure detto che sia racchiuso un tesoro; c’è un gruppo di nordafricani che gioca a pallone, uno di loro ha una vecchia maglietta degli AC/DC che non mi ricordavo neanche più fossero esistiti, un altro scorazza con lo skateboard, e intanto Bono mi canta nelle orecchie Tryn’ to throw your arms around the World, che è quello che cerchiamo di fare tutti in modo più o meno maldestro, abbracciare il mondo. È un bel momento, rilassato, perfetto, mi guardo in giro e vedo tutti belli, come se mostrassero l’anima e non corpi pieni di difetti, ma basta un attimo e il vento ricomincia a soffiare trasportando alle mie narici un pungente odore di piscio, intermittente come le folate: se avessi detto pipì sarebbe stato un odore quasi infantile e delicato, un po’ come popò, se avessi detto urina forse avreste immaginato una provetta per le analisi e un odore di disinfettante, ma no, ho detto piscio perché così capite che razza di schifo di odore, qualche stronzo approfittando della facilità con cui si tira fuori il pisello dai pantaloni, ha preso un angolo della Nave Italia come fosse un vespasiano. Adesso s’è aggiunto anche l’odore di sigaretta, e il mio umore è cambiato, non sono più molto ben disposta nei confronti dell’umanità. Ora i nordafricani non giocano più a palla, si sono seduti, sono gli unici che rifuggono con orrore la tintarella scegliendo i posti ombrosi sulla nave, che se potessero probabilmente si schiarirebbero la pelle per non sentirsi sempre guardati con sospetto; barche a vela entrano ed escono dal Porto, con la pacatezza fluida dell’acqua che non esiste sull’asfalto; osservo una turista che si sporge dal parapetto e mi chiedo che donna anziana potrei diventare, se porterò anch’io orrendi e comodi mocassini con gonne sotto il ginocchio. Mi accorgo che di qui si vede pure Palazzo Reale, ed ecco arrivare gli immancabili musicisti, uno laggiù, un altro di fronte, che cosa canteranno? Battisti acqua azzurra acqua chiara o i repertori si saranno rinnovati?

I gabbiani volteggiano sulle nostre teste, si rincorrono, planano, si appollaiano a controllare il territorio, si fanno beffe di noi e insieme ci ignorano, sanno di essere insostituibili piccole vite piumate parte del Genius Loci di questo posto.

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Non ho più l’età, ma forse non l’ho mai avuta

bottiglia luna pienaIeri sera ho chiuso Rupert a chiave nel comodino e sono uscita. Dormiva della grossa e non si è accorto di nulla, meglio così sennò sai che musi lunghi poi… Sono stata a cena in una splendida casa sopra il mare, luna piena, tramonto, nuvole rosa, gerani sul terrazzo, 180° di vista della costa ad est e ad ovest. Mozzafiato. Diciamoci la verità, una single ogni tanto ha bisogno di diversificare, mica si può sempre vivere di "latticini"; le donne come me si sentono obbligate moralmente ad accettare inviti socializzanti, anche quando il giorno dopo udiranno una sveglia simile ad un colpo sulla fronte col martello grosso del Luna Park. Morale: sono andata a dormire alle 2.30 del mattino, dopo aver fatto il pieno di chiacchiere e vino bianco, e ora eccomi qui nella mia versione "fiocco di mocio vileda da sostituire". Mal di testa, nausea, occhi strabici, grinze che solo un chirurgo plastico potrebbe risolvere. Stasera Rupert mi ha organizzato una cenetta romantica, ma temo che dopo lo manderò in bianco… Credo che cominci a sospettare qualcosa…