Non voglio rinascere donna – seconda parte

cavolorosso zoom

  

Se fossi una donna d’altri tempi potrei dire “Diamine, quanta gente!”, oppure anche un garbato “ohibò, quale incredibile moltitudine di genti!”. Ma sono una donna d’oggi, e mai come in questo frangente è più opportuno un “cazzochecasino!”.

Milano, sotterranei della metropolitana, una mattina di inizio febbraio. La gente sgomita per salire sui vagoni, ci sono così tante persone sui marciapiedi ansiose di partire che spinte, urti, strattonamenti senza uno straccio di scuse stanno volgendo il mio umore al cupo. Arriva il mio treno, destinazione Rho, lo perdo perché è pieno, le sardine sottolio in una scatoletta in confronto vivono in un loft. Però guadagno la prima fila sulla riga gialla del marciapiede, quella di sicurezza. Appena arriva il treno balzo felinamente dentro, ma faccio poca strada perché è pieno per ¾, è un miracolo trovare un sostegno a cui aggrapparsi. Dietro di me altri bipedi premono per conquistarsi un posto, e in breve siamo diventati tutti molto più intimi di quanto ognuno di noi possa desiderare: pigiati stretti stretti, che neanche più devi tenerti, non potresti cascare neanche se ti lasciassi andare a peso morto. E mi tocca fare la conoscenza di asfissianti aliti mattutini e zaffate nauseabonde di profumi femminili, che ogni mattina benedico il mio scooter per esistere ed evitarmi il supplizio del trasporto pubblico, ma oggi mi tocca, stringo i denti e sopporto. Dietro di me c’è una persona che mi sta schiacciata addosso, non so chi sia, ma presto mi sorge l’atroce dubbio che sia un maniaco perché mi pare che il suo modo di premermi addosso non corrisponda più agli stop-and-go del treno, ma ad un suo personale ritmo masturbatorio. Sono incerta, perché qui siamo talmente stretti che mica posso dirgli di scansarsi. Ma quelle pressioni sul mio gluteo destro sono sospette, sono quasi certa che ci sia di mezzo qualche corpo cavernoso a cui affluisce più sangue del dovuto in una metropolitana. Mi giro per vedere che faccia ha, prima di insultarlo voglio essere sicura di non sbagliarmi: è un nordafricano, fa finta di niente. Mi sarò sbagliata? Manco per sogno. Appena mi volto riprende lo strusciamento, adesso son sicura e un istante dopo, quando lo becco che col pollice della mano sinistra accarezza la mia mano appesa al sostegno, non esito a girarmi e dire “La smette di starmi addosso in quella maniera?” mentre lo fulmino con lo sguardo più severo del mio repertorio di sguardi severi. Balbetta qualcosa senza convinzione, aggiungo “Ha capito benissimo di cosa sto parlando”. Risponde solo “Scendo alla prossima” e in breve si dilegua. Sono furiosa. Mi ci vorranno un paio d’ora perché mi passi la rabbia. Degli astanti nessuno ha detto una parola, ognuno s’è fatto i cazzi suoi. Allora penso che anche Milano è una città di merda dove la gente si ignora con gran disinvoltura.

Ripenso ad altri episodi della mia vita, nei quali un uomo ha creduto che fosse lecito molestarmi: tanti anni fa, sempre a Milano, in auto, il mio capo è alla guida dell’auto, accanto a lui un’altra passeggera e io dietro di lei. Lui si ferma, fa finta di cercare qualcosa sotto il sedile, poi mi accarezza le caviglie. Rimango impietrita, ho poco più di vent’anni e non so come si mette al suo posto un coglione di mezza età che fa il maiale con una ragazzina. Porco maniaco schifoso, si approfitta che è il mio capo e che non ho idea di come gestire la cosa. O meglio, la gestisco nell’unico modo che posso concepire, mi dimetto. Era un lavoro di merda in una galleria d’arte che non vendeva mai un quadro, e mi pagava pure in nero. Un autentico verme. Odiavo l’odore del suo sudore, mi dava il voltastomaco, era il classico odore che si associa ad un maniaco sessuale.

La prima molestia della mia vita avvenne che ero una bambina, giocavo a nascondino ai giardinetti con mia sorella e le cugine. Questo tizio, di cui ricordo solo il classico impermeabile da maniaco, mi ha mostrato il suo pisello e chiesto con malizia “lo sai cos’è questo?”, io sono scappata interdetta, perché anche se ero piccola per capire qualunque cosa, ho avvertito il pericolo. A mia cugina, che era un po’ più grandicella, andò peggio, perché le infilò una mano nelle mutande.

Pare che tutte le donne nella loro vita abbiano subito una molestia, anche se le statistiche dicono in media una su tre, in tutto il mondo. È un dato raccapricciante, che dovrebbe da solo essere il motore di un rinnovamento culturale di questo paese maschilista che tollera sconcertanti statistiche dalle quali emerge che le donne muoiono più facilmente di morte violenta che di malattia. E il mostro è quasi sempre dentro casa.

La violenza di genere, quella perpetrata contro donne e minori, è ritenuta una violazione dei diritti umani: ma non c’è verso, i nostri “onorevoli” politici non risolveranno mai il problema, ne a destra ne a sinistra. Perché sono uomini, e comandano davvero solo loro.

A volte mi chiedo se un Presidente del Consiglio italiano che, davanti alla stampa, dice a Sarkozy “io ti ho dato la tua donna”, non sia davvero il segnale più palese di un irriducibile maschilismo d’altri tempi, inestirpabile come un grosso tumore in un cervello. Anche se probabilmente voleva semplicemente dire Io sono l’Italia, e tua moglie è mia in quanto Italiana, ho il dubbio che avrebbe detto la stessa cosa alla Merkel se lei avesse sposato un italiano.

Finché il potere sarà in mano agli uomini saremo condannate ad essere sempre vittime, a camminare veloci quando fa buio, a tachicardie forsennate quando al rumore dei nostri passi si aggiungerà quello di un uomo dietro di noi.

Molti uomini non sono sufficientemente evoluti da tenere sottocontrollo gli impulsi del testosterone; molti pensano che siamo come oggetti da prendere dallo scaffale al supermercato, che sono loro a comandare e che non abbiamo alcun diritto di autonomia,  responsabilità e capacità di scelta, in sostanza di emancipazione; molti pensano che la loro donna è di loro proprietà, molti sanno di essere fisicamente superiori e approfittano della loro forza per dimostrare chi comanda davvero. Questi uomini sono dappertutto, delinquenti importati dall’estero come pure stronzi italiani 100%. E la cosa ancor più sconcertante è che li allevano le donne. Succede in tutto il mondo, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo, ad opera di aggressori che appartengono a tutte le classi sociali, culturali ed economiche. È un fenomeno trasversale e mondiale, quello della prevaricazione sulle donne. E posso dirmi fortunata se le molestie che ho subito sono state in fondo “soft” perché alle mie “sorelle” in tutto il mondo ne succedono di tutti i colori. Questo è un breve compendio:

         molestie e ricatti sessuali;

         violenza sessuale, fisica e psichica;

         mutilazione dei genitali;

         stupro di guerra e etnico;

         vendita per matrimonio, prostituzione e schiavitù;

         femminicidio (aborto selettivo e infanticidio);

         sterilizzazione forzata o contraccezione negata.

 

Cosa abbiamo fatto di male? Nulla, solo essere donne, molto spesso più deboli non solo fisicamente ma anche economicamente e socialmente. 

p.s. la macro l’ho fatta su una sezione di cavolo rosso, mi sembrava adatta.

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