giugno

Giugno mi ha stordita con il profumo di gelsomino: la cittá sembra non avere altri odori, altri fiori chiamare gli insetti a gran voce. E il basilico, e la salvia sul davanzale a sud, basta sfiorarli e la voglia di tuffare il naso tra le loro foglie é irrefrenabile.

Giugno lento e odorso, nuvole, pioggia, intervalli di sole troppo brevi per svegliarmi: ho sonno e voglia di far nulla, leggo The Cry of the Sloth lento come deve essere un bradipo.

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Pezzi d’Argento

     Pezzi d'Argento
 

      Il mese scorso ho pubblicato una nuova raccolta di racconti dal titolo Pezzi d'Argento: alcuni sono attinti alle pagine di questo blog altri totalmente inediti. Sentivo l'esigenza di vedere su carta il lavoro eterogeneo e non organizzato di anni di racconti, ivi copresa l'esperienza di un paio di dialoghi scritti per il teatro.
     Vi regalo una piccola anticipazione di uno dei miei racconti preferiti, e se vi piacerá vi invito a comprarlo su www.ilmiolibro.it con le solite semplici modalitá, il libro arriva a casa con corriere SDA in pochi giorni e potrete terminare la lettura di questo…. 
 

…..31 dicembre 2099
 

 Cari amici, cari colleghi,
sono onorata di essere qui tra voi stasera, in Universo-visione, per accomiatarci insieme dal vecchio anno, e insieme accogliere con fiducia quello nuovo, che tra poche ore ci porterà nel XXII Secolo. Mi dicono che sono connesse anche le otto piattaforme spaziali dove vivono numerose comunità di pionieri sparse nel vasto universo, mi auguro che il collegamento tenga fino in fondo.
     Questo momento è per me particolarmente emozionante in quanto nata nel XX Secolo, precisamente nel lontano, lontanissimo 1995. Ricordo ancora i miei nonni che sembravano decrepiti già a 70 anni, mentre io che la prossima estate compirò 105 anni posso dire di avere ancora tutti i miei denti al loro posto, e l’aspetto di una donna in gran forma sebbene un po’ matura. Si certo, qualcuno di voi obietterà che ho tutti i denti perché nel 2031 ho scoperto come introdurre nell’uomo il gene per la rigenerazione della dentatura, attingendolo allo squalo. Portai alla completa estinzione i dentisti e gli odontotecnici, e Dio sa quanti mi rincorsero col trapano in mano! Molti di voi neanche ne hanno mai visto uno, come i cerusici dell’800.
     Cosa dicevo? Ah, si si, come sono cambiate le cose nel giro di poco tempo per gli anziani. Vi ricordate? L’Inps dichiarò bancarotta nel 2035, e quindi nessuno si poté più permettere di vivere senza lavorare, anche in vecchiaia. Oh, certo, ad eccezione di coloro che da quando gira il mondo non ne hanno mai avuto bisogno. Così ho sempre lavorato sodo, e tutt’ora come sapete sono in piena attività. I primi furono gli anni più importanti della mia carriera scientifica: era il 2019 quando identificai per la prima volta la molecola che in futuro mi avrebbe condotta a vincere il Nobel per la Pace per ben 68 anni di fila. I primi anni ne fui molto stupita, ma anche in seguito e ancora oggi sono talmente orgogliosa del lavoro condotto in questi decenni con la mia equipe, che ha portato sulla Terra per la prima volta nella Storia dell’Umanità un periodo di pace incredibilmente lungo e contrassegnato da prosperità, equilibrio e grande creatività. Gli anni della mia infanzia e della mia prima gioventù sono pieni di racconti terribili di guerra, le storie dei miei nonni sulla Seconda Guerra Mondiale e i campi di sterminio, fino alle guerre che devastarono i Balcani negli anni ’90, la ex Yugoslavia, e poi il Medio Oriente, le guerre in Africa, gli attacchi terroristici dei primi decenni del secolo che sta finendo, e la minaccia atomica che ci atterrì nel secondo decennio del secolo: mi sono sempre chiesta da ragazzina come estirpare dall’uomo il seme dell’odio, come neutralizzare la sua aggressività, l’incontenibile desiderio di prevaricazione. Con gli anni questa diventò per me quasi un’ossessione. É una storia lunga, ma so che avrete la pazienza di ascoltarla, un po’ perché vi ho legato alle poltrone e tramortito con fiumi di champagne ma soprattutto perché il racconto é accompagnato da gustose immagini d’epoca: il mio cervello sarà tra qualche istante connesso con questo mega schermo sul quale potrete vedere alcune slide della mia vita, attinte in diretta dalla mia memoria. 
     Abbiate pazienza se ogni tanto mi sfuggirà qualche immagine non pertinente alla storia, é un inconveniente sul quale al laboratorio stiamo ancora lavorando. Ma il bello é che non c’é censura, e quindi – abbassiamo pure le luci – … buon divertimento a tutti!
     Tutto cominciò quando avevo solo 7 anni: nel 2002 mio padre…..

(continua su www.ilmiolibro.it!)

Made in Nowhere


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Made in Nowhere. Una raccolta di racconti che hanno come filo conduttore i vestiti che indossiamo, sullo sfondo di una Genova fredda d’inverno e di un’umanitá che vive in dimensioni parallele distanti tra loro anni luce: le aspirazioni di un bambino  che ha attraversato mezzo mondo, l’amore senile di una coppia, lo Spirito Santo e una giovane donna, la metamorfosi di una donna matura, la fortuna di un uomo dall’indomabile appetito, si incontrano nelle trame e gli orditi di abiti fabbricati in “nessun posto” da mani senza volto con storie che aspettano solo di essere svelate.

 

 

Il libro si trova in vendita sul sito www.ilmiolibro.it: ordinarlo é semplicissimo, come prenotare un volo o un albergo. Arriva a casa in pochissimi giorni con un corriere SDA.

 

 

 

Qui di seguito un assaggio del primo capitolo!

È una gelida e asciutta sera d’inverno. Tira vento, quel vento iracondo di Genova, sfacciato e ficcanaso, che s’infila perfidamente nei vestiti, anche i più pesanti. Il buio è sceso a tradimento molte ore prima, quasi senza crepuscolo, portandosi via il ridicolo tepore di un mezzogiorno limpido e soleggiato.

Un bambino cammina furtivo sul marciapiede di pietra arenaria sconnesso come se la terra da sotto volesse cambiar pelle; si guarda in giro, sembra cercare con ansia qualcuno o qualcosa, inciampa su una lastra più sporgente e frana sull’uomo in loden verde e cappello proveniente dalla direzione opposta, che prontamente lo sostiene con pena quasi genitoriale, ma quando si accorge che il bimbo ha il volto di un piccolo Inca lo scansa come un appestato nel timore di prendersi i pidocchi o qualche altra sudiceria d’importazione. Si chiede cosa ci faccia un bambino così piccolo da solo in giro a quest’ora, avrà al massimo otto o nove anni: l’uomo è solito fregiarsi d’esser di ampie vedute e indole comprensiva e solidale ma non fa in tempo a sondare l’anomala situazione che il piccolo è svanito nel buio. Si fotta, che arrivo tardi al ristorante, pensa risolvendosi ad accelerare il passo e lasciandosi dietro l’urto di una vita che non avrebbero mai dovuto toccare: un altro delinquente in erba, candidato all’ingresso in una baby-gang, domani pronto a puntarti un coltello alla gola per portarti via il cellulare e l’orologio. L’uomo si vergogna dei propri pensieri nello stesso istante in cui li formula, hanno preso corpo nella sua mente senza l’approvazione preventiva della sua coscienza progressista, ma gli basterà varcare la soglia del luminoso e caldo locale in cui sta per cenare, per rimuovere ogni pensiero, rimorso, fugace preoccupazione. Come nulla fosse accaduto perché la vita è fatta di miliardi di insignificanti collisioni.

Il piccolo Inca nel frattempo si è nascosto tra due auto posteggiate lungo il corso della Circonvallazione a monte, fa finta di cercare qualcosa tra la polvere sotto una vettura, inutilmente perché ormai nessuno si cura più di lui, i pochi passanti tirano via veloci come questo vento impietoso di tramontana, ansiosi di sottrarsi alle lame taglienti delle raffiche che sferzano senza pietà i visi scoperti. Con circospezione riprende il suo cammino sul marciapiede alberato, dove i poderosi lecci appena potati sembrano paralizzati dal freddo, i rami monchi e nudi come braccia al cielo in un gesto di rassegnata arrendevolezza ai rigori della stagione. Cammina lungo i signorili palazzi inizio Novecento, quegli stessi dove lavora la sua mamma, sino a che giunge ad un semaforo, attende diligente il verde, poi attraversa di corsa la strada non fosse che qualcun altro si chieda ancora cosa ci fa un bambino da solo per strada a quest’ora.

Dall’altra parte, vicino al bidone per i rifiuti, ci sono una campana per la raccolta della carta e un grande contenitore di metallo verde che reca la scritta bianca RiciclAbiti. Cerca nei dintorni del bidone un oggetto utile ad elevare la sua modesta statura, poi scorge alcune cassette di plastica nere, quelle del fruttivendolo che una volta erano di legno, ne prende tre e le sovrappone instabili una sull’altra. A stento raggiunge finalmente la grande maniglia del bidone verde. E’ pesantissima, pensa che non riuscirà mai a spostarla con una sola mano, e l’altra gli occorre per afferrare uno dei sacchetti contenuti nel bidone. Fa freddissimo, ma il piccolo Inca suda per l’agitazione di questa audace missione, sente i vestiti appiccicarsi addosso, e il vento raffreddare la pelle come un ghiacciolo alla menta le labbra d’estate. Scende dalla scala di fortuna e raccoglie una quarta cassetta della frutta, se la sistema in precario equilibrio tra la testa ed una spalla, dovrà essere sufficientemente veloce per incastrarla nell’apertura una volta spinta con due mani la pesante maniglia del bidone. Guarda circospetto a destra, poi a sinistra con la coda degli occhi e senza quasi muovere il collo, ora è il momento buono, non passa nessuno: uno due tre, con uno sforzo straordinario il coperchio si apre, cigolante come un mostro nascosto in un castello incantato, il bimbo reclina il capo, la cassetta s’incastra malamente ma lo scopo è raggiunto, le fauci del mostro sono spalancate. La plastica della cassetta scricchiola, sarà costretto ad essere veloce se non vuole rompersi un braccio dentro la tagliola. Butta le mani verso il buio pesto del bidone per afferrare il primo sacchetto, ma non c’è nulla di raggiungibile dai suoi corti braccini che vagolano sconcertati nel vuoto, gli addetti devono averlo svuotato da poco; ci sono solo alcuni involucri troppo lontani per le sue mani, sta per arrendersi quando pensa che forse, se si sporgesse solo un poco col busto verso il basso, potrebbe afferrarne uno, almeno uno che giustificasse la fatica e il rischio di trovarsi qui in questa situazione pericolosa e imbarazzante. Si piega nel vuoto, la pelle della schiena si scopre sudata al vento gelido, pensa con fugace preoccupazione forse domani avrò la polmonite, tende le braccia verso il fondo come se potessero diventare quelle estensibili di un cartoon, e ancora non basta a raggiungere alcunché. Si sporge ancora, e poi ancora un poco, e ancora, sino a quando sì, ecco che ha afferrato il lembo di un enorme sacchetto spesso e scivoloso, lo tira a sé ma è così pesante che nella lotta vince il sacco pieno di indumenti, quasi fosse dotato di una propria volontà a non uscire dal bidone verde: in un attimo il mostro di ferro inghiotte il piccolo Inca, lo mastica tra i sacchetti che lo accolgono come una morbida lingua, il coperchio si richiude scricchiolando e cigolando dopo aver sputato come un’inutile lisca di pesce la cassetta che bloccava il meccanismo d’apertura. Clonk. Il buio, assoluto.

 […]

L’estate di John Fante

                                          

 

Questa passerá ai miei personali annali come l’estate di John Fante, eccelso scrittore americano di origini italiane.

Accadde che per il mio compleanno ricevetti in dono un cofanetto contenente il romanzo Chiedi alla Polvere, insieme al dvd del film. All’epoca – si parla di gennaio – stavo leggendo qualcos’altro, cosí il povero John finí per sbaglio insieme ai dvd. E tragicamente mi dimenticai di quel dono. Accadde poi che era giugno e mi ricordai di lui, quel cofanetto nero che non suggeriva in alcun modo il suo prezioso contenuto: invece era un autentico tesoro che mi avrebbe donato momenti preziosi, perduta completamente nell’immaginazione.

Chiedi alla polvere é uno dei piú bei romanzi che abbia mai letto, meraviglioso, una capacitá narrativa genuina, isitintiva, semplice e insieme capace di evocare in modo perfetto le dinamiche emotive, sentimentali, comportamentali umane. É stato scritto in gioventú e sorprende come una persona nata nel 1909 potesse essere un ragazzo decisamente attuale, moderno. Mio nonno era di quell’epoca e non rilevai mai in lui nulla che evocasse il concetto di gioventú.

Anche se non rileggo mai un libro, ho l’abitudine di lasciare i segni di apprezzamento della mia lettura con sottolineature e orecchie alle pagine. Cosí ecco qui le migliori espressioni, metafore efficaci che accendono la fantasia del lettore, le mie preferite:

“L’oscuritá scese lentamente, preceduta dal suo odore freddo”.

(parlando di un barista malato, aspirante scrittore, prossimo alla morte) “Guardai verso sud, in direzione delle grandi stelle, dove si stendeva il deserto di Santa Ana e pensai che laggiú, sotto quelle stelle, viveva un uomo che il deserto avrebbe inghiottito prima di me. Io avevo in mano qualcosa di suo, un’espressione della sua lotta contro l’implacabile silenzio al cui interno stava per essere scagliato. Poco importava cosa fosse – assassino, barista o scrittore – il suo destino era il destino di tutti, la sua fine era la mia fine e in quel momento, nella cittá di finestre chiuse, c’erano milioni di individui come lui e come me, indistinguibili l’uno dall’altro cone fili di erba secca. Vivere era giá abbastanza difficile, ma morire era un compito eroico. E Sammy sarebbe morto tra poco”.

“Era lí in piedi, con le ginocchia e i gomiti incrostati di sudiciume, alto, emaciato, piú cadavere che uomo, e tanto abbronzato da sembrare quasi un neo”.

Chiedi alla polvere mi ha lasciata di sasso: come diavolo avevo potuto vivere fino a quel momento senza conoscere John Fante? Ero sorpresa come se avessi passato tutta la vita a respirare senza ossigeno. Cosí sono corsa in libreria e ho comprato A ovest di Roma, Aspetta primavera, Bandini, 1933 Un anno terribile, La strada per Los Angeles, La grande fame, La confraternita dell’uva. Qualche giorno fa ho finito di leggerli tutti e credo che per questo non dimenticheró mai quest’estate, i momenti passati in compagnia della vita di John. La cosa incredibile di questo scrittore é che, pur narrando praticamente sempre e solo vicende autobiografiche, riesce ad essere trascinante, comico e commovente. E ridi, e piangi, e provi compassione, e sei lí con lui, sei lui.

A ovest di Roma é stato fantastico: estremamente comico e originale, il primo racconto intitolato Il mio cane stupido é esilarante. L’orgia invece é un pezzo drammatico, e a giudicare da quello che ormai so della sua vita, anche autobiografico.

Mi é piaciuto questo pezzo de Il mio cane stupido perché mi ci sono riconosciuta: “Il pianto di un bambino! Datemi vetro triturato e strappatemi le unghie, ma non fatemi sentire il pianto di un bambino, perché mi fa profondamente male all’ombelico, mi fa male fino all’inizio della mia vita”.

Poi é arrivato il turno di Aspetta primavera, Bandini. Bellissima storia, sempre molto autobiografica, dove l’efficacia é leggermente attenuata dalla narrazione in terza persona, ma in ogni caso il mio amore e la mia ammirazione per John hanno continuato a crescere:

“Come in trance percorse la navata centrale avvolta nel buio, l’acqua santa fredda sulla punta delle dita e della fronte, i passi echeggianti nel coro, l’odore di incenso, l’odore di migliaia di funerali e migliaia di battesimi, il dolce odore della morte e quello aspro della vita mescolati nelle narici, il bisbiglio attutito delle candele accese, l’eco di lui che percorreva la navata infinita in punta di piedi e nel suo cuore Rosa”.

La strada per Los Angeles é un romanzo di nuovo autobiografico, raccontato da un Bandini-Fante in ridicolo delirio di onnipotenza. Molto divertente nella sua assurditá, le fantasie di un ragazzo che vuole conquistare il mondo.

Bellissimo anche 1933, un anno terribile: protagonista un ragazzino che vorrebbe diventare giocatore professionista di baseball, e riscattare cosí l’intera povera famiglia di immigrati italiani, cosí come giá accaduto a molti italo-americani:

“Il vento era scomparso e la neve cadeva piano, come confetti silenziosi”.

“La casa era buia, le finestre della facciata sgranavano i loro occhi ciechi”.

(la madre del ragazzo, molto pia, gli dice inutilmente di pregare la Madonna perché rimedi alle sue orecchie a sventola) “Mi fissó , ferita, con i suoi grandi occhi, e senza una parola si giró  e si diresse verso la sua stanza da letto, trascinandosi dietro il suo spirito turbato come un velo da sposa ridotto a brandelli. Mi dispiaceva di averle gridato contro, mi odiavo, ma l’idea di pregare la madre di Dio perché mi appiattisse le orecchie, dal momento che suo Figlio le aveva fatte sporgenti, mi sembrava pura follia”.

“Me li immaginai lí, stesi nell’oscuritá di due mondi diversi, che dividevano la stessa mangiatoia, come un asino e una gallina. Marito e moglie, l’uno accanto all’altra, in due nicchie scavate nel materasso sformato, e separati dai resti del loro matrimonio defunto”.

“Non capivo piú niente, non sapevo neanche che giorno fosse, non avrei saputo distinguere la merda dalla cioccolata […].

(dopo aver recuperato la betoniera del padre muratore) “L’abbracciai e la baciai, e piansi per mio padre e per tutti i padri, e anche per i figli, perché eravamo vivi in quell’epoca, per me stesso, perché sarei dovuto andare subito in California, e non avevo scelta, dovevo farcela”.

La grande fame é una raccolta di racconti, alcuni sono poi diventati parte di alcuni romanzi, é anche questo un libro che si divora:

“Lí c’era il guardaroba. Era come uno poteva aspettarselo, con gli abiti perfettamente in ordine, appesi come ritratti di lui senza la testa”.

“Nella gola di Dan stava salendo un gran geyser di autocommiserazione, e spingeva, spingeva, e alla fine portó le lacrime”.

“Sentí l’odore delle vasche di fertilizzante, il catrame, il petrolio, la copra, le banane e le arance, la sentina, i vecchi canapi, le acciughe andate a male, il cuoio, la gomma, il sale, il labirintico bouquet del porto”.

Bellissima la metafora per descrivere l’incredibile fertilitá della terra di California “…quella calda valle favolosa dal suolo cosí ricco che anche un manico di scopa ci sarebbe fiorito, …”.

E infine il capolavoro di John Fante, un romanzo che si fa divorare mentre ne assapori ogni parte, La confraternita dell’uva, dove emergono in modo definitivo e netto le personalitá dei suoi genitori, in particolare il padre, muratore italiano d’Abruzzo, alcolista puttaniere e di pessimo carattere.

“…; e scrutare le gallerie che erano diventati i suoi occhi era come guardare un paesaggio artico, gelido e silente”.

(un bar dopo 25 anni) “Appeso al soffitto ronzava lo stesso ventilatore d’un tempo, coi suoi giri lenti, tali da non perturbare il calore dell’aria, mentre mosche sportive atterravano sulle pale, si facevano un giro o due e poi saltavano via”.

(in visita all’anziana madre) “E allora mia madre si avvicinó quieta alla retina della porta e mi guardó, quasi che stesse facendo provvista di ricordi, come se non avesse dovuto vedermi mai piú. La sentii pulsare avanti e indietro, incorporea, angelicata, e triste, perduta in questo suo scivolare via dalla realtá e tornarci, piena di vergogna per quel poco di tempo che le rimaneva”.

“- Prontoooo, Harrietta. Songo io a telefono, ‘a suocera tua. Comme stai, Harrietta? Buono. Io? Stongo buono, sí.- Eccola di nuovo, con quel suo modo ipocrita di lusingare Harriet, quell’inchinarsi come una serva al cospetto di una baronessa, una forma di autodegradazione tale che anche la sua facoltá di parola ne risentiva. Nata a Chicago, e a conoscenza della sola lingua inglese, mia madre ciononostante parlava come un’emigrante napoletana fresca di sbarco ogni volta che le capitava di sentire Harriet”.

Ora ditemi se queste perle non sono incredibilmente belle. John Fante ti parla di mille cose che sono dentro di te, e che sono state o saranno nella tua vita, ed é una esperienza sorprendente, commovente e magica, sapere cosí abilmente dare un nome a quelli che di solito sono istanti sfuggenti della vita. Fante riesce ad afferrarli e fermali per sempre.

Il vero dramma é che Fante é morto da piú di vent’anni e non ha scritto poi molto, essendo stato prevalentemete uno sceneggiatore di Hollywood: appena avró letto Dago Red e pochi altri libri che mi mancano, mi sentiró in qualche modo orfana.

Dopo aver finito La confraternita dell’uva, su suggerimento di Fante, sono stata in libreria a comprare Delitto e castigo di Dostoevskij: se il buon Fëdor ha potuto far diventare Fante il magnifico narratore che fu, forse fará qualcosa anche per me?!

 

Bulimia letteraria

Ci sono persone che sino a che non hanno terminato di leggere un libro, non ne iniziano uno nuovo, neanche se gli puntate una pistola alla tempia: uno per volta, altrimenti vanno in tilt, confondono le trame, perdono il filo, anagrammano i cognomi degli autori, dimenticano i titoli.

Io invece sono affetta da bulimia letteraria: non solo amo scrivere, ma ancor di più adoro leggere, al punto che compro libri in modo quasi compulsivo, e non resisto dal leggerli tutti contemporaneamente. Quando ero giovane e squattrinata ne leggevo uno per volta, portandomelo dappertutto, a letto, in bagno, sul divano, al mare, in viaggio, lui era l’unico e mi ci immergevo con fedele dedizione. Poi, quando ho potuto comprarmi tutti i libri che volevo, la bulimia si è gradatamente manifestata evolvendo a due romanzi per volta (uno sul comodino e uno in bagno); poi è arrivato in aggiunta il libro da leggere sul divano, e oggi mi ritrovo grosso modo con tutto duplicato: arrivo a leggere 5 o 6 libri per volta, ma giuro basta voglio smettere, diventa lunghissimo iniziare e finire qualcosa, e credo che alla lunga diminuisca la memoria di quello che si è letto. Questo però è forse solo un alibi per giustificare gli anni che incalzano e che vedono la progressiva estinzione di neuroni e sinapsi.

Tra i libri di questo periodo, vorrei parlarvi di Sugar (Zucchero) di A.S. Byatt, che ho letto in inglese, in quelle edizioni che hanno la traduzione in italiano a lato. Ne ho letti diversi in lingua originale negli ultimi mesi e sono piuttosto sconcertata: è evidente che il traduttore ha sempre ambizioni di essere scrittore, e si permette con nonchalance di omettere e interpretare il testo originale, il tutto per darci una forma il più possibile vicina al nostro modo di comunicare. Quindi ne deduco che tutto ciò che ho letto tradotto in italiano è qualcosa di completamente reinventato dal traduttore. Mon Deux, c’è da rabbrividire!!! Il mio adorato Roddy Doyle era forse qualcos’altro? E che dire di Nock Hornby, Irvin Welsh eccetera eccetera? L’inglese è spesso più scarno dell’italiano, così i traduttori si permettono di “arricchire” la prosa, e decidono arbitrariamente di eliminare una frase che a loro giudizio non è indispensabile alla comprensione della vicenda. Se fossi mai tradotta in inglese ne soffrirei come di un terribile delitto inflitto ad un figlio, un’amputazione, un cambio di connotati, una menzogna. Per il momento non corro questo pericolo, ahimè.

Ho appena finito, a proposito di Doyle, Dentro la foresta: magnifico. Una storia semplice ma ricca di sentimento, che mi ha portata sull’orlo delle lacrime a più riprese, e persino in aereo tra Napoli e Genova, dove ho più volte dovuto rispedire indietro i lacrimoni che si precipitavano su per i condotti lacrimali. Ah, questi irlandesi!

E a proposito di irlandesi, ho quasi finito il sonniferoso Una pinta di inchiostro irlandese di Flann O’Brien, che anche l’altra sera ha fornito il suo prezioso contribuito al mio sonno. Comunque bisogna pur essere geniali per scrivere qualcosa di soporifero e insieme bello e potente, al punto che voglio riportare alcuni pezzi che mi hanno colpita molto (ma saranno stati tradotti anche quelli con fantasia?) così capirete di cosa parlo:

“[…] Il martedì era sceso attraverso Dundrum e Foster Avenue, fresco e salso dopo il suo viaggio per mare, una pioggia di sole biondo come le biade che a un’ora insolita sollecitava le api a iniziare la loro giornata di calabronaggio. Piccole mosche domestiche eseguivano brillanti numeri tra gli strombi delle finestre, turbinando senza timore sopra trapezi immaginari, con per luci della ribalta i raggi obliqui del sole. […]” (non è stupendo?)

“[…] Volare verso oriente, […], per scoprire la cucitura tra la notte e il giorno, è un intenso piacere estetico. […]” (la cucitura, geniale)

“[…] Il dono di volare, senza l’arte sorella di atterrare, rispose Trellis, è sempre un dono dubbio. […]”

“[…] Aspirò il fumo, fino in fondo ai polmoni, e quando lo risoffiò sul piano della tavola esso apparve mescolato alle seguenti parole. […]”

Sarei curiosa di sapere come salta fuori nella traduzione “calabronaggio”, che ovviamente non esiste ne in inglese ne in italiano (hornetting?)

E veniamo a Era mio padre di Franz Krauspenhaar, molto faticoso da leggere. È un libro strano, che sembra sempre sul punto di svelare qualcosa, come un aereo che rolla i motori ma non decolla mai, dove l’autore (italiano di padre italo-tedesco) cerca di esprimere un dolore che sembra per il vero inesprimibile, così non c’è alcun filo logico o narrazione ordinaria, ma sembra piuttosto un diario nel quale si vuole raccontare di se stessi prendendo a pretesto la figura di un padre, morto ormai da anni. Forse è per questo che non mi ha mai fatta vibrare, non mi ha mai emozionata, perché non è il dolore di quei momenti di lutto a parlare, ma il ricordo stemperato dagli anni, e il vuoto è lì ancora oggi perché quando un genitore muore ti si strappano le carni dentro, e se fai parlare il senso di vuoto nel momento esatto in cui ce l’hai incastrato tra la gola e lo stomaco, beh, non puoi non emozionare il lettore. Se sorvolo sul fastidioso compiacimento nel raccontare la propria vita sessuale, tra film porno, masturbazione e sesso estemporaneo con amiche “trombine” sparse in giro per l’Italia, che non aggiunge nulla alla narrazione e tocca il fondo ogni volta che l’autore ammette l’ovvietà “mi piacciono le donne” (significa che non gliene piacerà mai una in particolare?), bene se sorvolo su questo, devo dire che questo libro ha il pregio di essere cosciente di se stesso, e si racconta perfettamente a pagina 201, “Ha messo in atto una vera e propria polverizzazione della narrazione. Non c’è nucleo. “[…] Sembra che lei abbia paura di concentrarsi in esclusiva su suo padre. “[…]”. È solo il mio modesto parere, il difetto più grosso è che le emozioni sono rimaste incastrate da qualche parte nella penna dell’autore. È un muto che cerca di parlare con goffi suoni. Soffro, soffro. Dio come soffro. Ma non mi hai mai portata vicino a quel dolore, non mi hai toccata dentro mai, non ho provato com-passione, ho aspettato tutto il tempo che sollevassi i tuoi vestiti per farmi vedere la devastazione di carni aperte sangue e cicatrici, ma non è successo mai. Mi sono chiesta tutto il tempo perché cavolo scrivere un libro così pieno di cose e di persone, e insieme così vuoto. Poi l’ho scoperto nelle ultime quattro pagine, era tutto lì, spiegato chiaro come il sole: senso di colpa, un enorme senso di colpa, forse per non essere stato un buon motivo perchè il padre non si suicidasse.

Ho iniziato anche l’ultimo di Hornby, Tutto per una ragazza, che al momento non mi entusiasma. Hornby ha scritto cose meravigliose, come Alta fedeltà o Non buttiamoci giù, ha talento per l’invenzione e senso dell’umorismo, ma mi sembra forzatamente Hornby, forzatamente entrato nei panni di un quindicenne (riesce meglio a Doyle avere gli occhi del bambino). Spero migliori, sono appena alle prime 40 pagine.

E infine sto spulciando qua e là Teatro di Harold Pinter, perché mi è nata l’ambizione di scrivere per il teatro, visto che ormai sono quattro mesi che seguo un corso di improvvisazione teatrale e, lo devo ammettere, mi pare di non avere alcun talento per calcare le scene: ho bisogno di pensare a lungo per inventare dialoghi e situazioni, non mi riesce sul palco in pochi secondi. Proverò ancora, e forse vi racconterò anche questa esperienza.

Nessuna di queste letture è particolarmente impegnata o difficoltosa, sono romanzi, nulla più che storie. Sono il mio cibo, la mia malattia. Bulimia. Ma non mi metto mai due dita in gola per vomitare tutto.

Tragieroticomico

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Vi annuncio con gioia la nascita della mia creatura, “Dipingo Affreschi Erotici Pompeiani”, il romanzo tragieroticomico che stavate aspettando: umorismo, erotismo ed esoterismo si fondono per dar vita ad una storia originale e dagli esiti imprevedibili.

La Redazione dell’editore Fazi ha riconosciuto a questo romanzo “[…] una scrittura fluida e agile, un buon senso del ritmo”. A chi si chiedesse perché non lo hanno pubblicato loro, la risposta è nella conclusiva definizione “[…] di difficile collocazione all’interno della collana di narrativa italiana Fazi”. Gosh.

Un Redattore dell’editore ES ha definito il libro con le seguenti parole, (estrapolate dalla mail di recensione ricevuta): […] non trattasi di un romanzo qualunque ma di una colata lavica […] hai una dote rara in una donna: un sacco di senso dell’umorismo. E poi un’altra cosa che conta è che il tuo libro è comico, anche, naturalmente, picaresco forse anche troppo qualcosa di simile, alla lontanissima, alle 11.000 verghe di Apollinaire. […] Purtroppo non so ci sia per l’editoria almeno per come la conosco io ma anche su questo si può discutere. Da noi le probabilità sono minime ma spero che ne parleremo presto”. “Presto” appresi che le probabilità in ES non erano minime, ma nulle.

Infine c’è la recensione dell’editore Aliberti, il quale così si è espresso: “l’ho trovato originale, "mosso", ricco di spunti […] in questo momento non siamo in grado di fare proposte editoriali con un minimo di certezza sui tempi di uscita”.

Siccome non voglio aspettare che le mie nipoti lo pubblichino postumo, eccolo qui.

L’ho pubblicato sul sito ilmiolibro.it, del gruppo editoriale L’Espresso, e lo troverete in vendita nella Vetrina del Sito:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro.asp?id=118205.

190 pagine di Argento 100%, e sono sicura che lo troverete divertente, e vi chiederete "cosa aspetta Mondadori a comprarne i diritti?".

 Ecco qui un assaggio delle prime pagine!

 

IN UN TEMPO LONTANO DA QUI

 

 

La sento sfrigolare nell’aria, sta arrivando la primavera. Finalmente. I colori della campagna sono ancora indifferenti a questo lieve indizio, l’erba è sempre gialla, stenta a riprendersi dalla galaverna. Il gelo è penetrato in ogni poro della terra secca.

Questo inverno è stato più rigido di qualunque altro, sembrava che vestirsi non bastasse mai a sciogliere il ghiaccio nelle ossa. Adesso però c’è qualcosa nel vento di scirocco, si sente un morbido sussurro di vita nuova.

 Il sentiero è deserto, ma le orme marchiate profonde nel terreno raccontano di uomini dalle scarpe grosse e pesanti.

Tre spari, quasi all’unisono, frantumano il silenzio di questo cielo fragile come uno specchio sottile e richiamano ogni cosa alla paura immobile: solo un istante, smetto di respirare e di pensare, sento battere il cuore veloce e intensamente, ogni altro muscolo è bloccato.

Panico.

Lo so, adesso so che ho sbagliato qualcosa. Inizio a camminare a passi ampi e veloci con le mie grandi scarpe logore; ora corro e so che c’è qualcuno che mi segue, sento i suoi passi e l’affanno dietro di me. Urla qualcosa, «Halt!»; invece di fermarmi accelero l’andatura, capisco fin troppo bene che devo scappare, essere più veloce di lui. Sono tra le colline, nella mia terra, ogni fascia è la mia casa, ma non so dove andare, qui non sono più al sicuro, lui mi corre dietro veloce, con una falcata energica, un elefante scappato dal circo. Cosa ho visto che non dovevo? Cosa vuole da me quest’uomo? Paura terrore angoscia, il cuore che pulsa forte da squarciare il petto e il suo suono sovrasta ogni cosa; scappo via sperando che la terra arida e spoglia mi possa proteggere con una buca, un anfratto, qualcosa in cui nascondermi; la voce dell’uomo mi raggiunge di nuovo, come se a parlare fosse un mastino rabbioso: «Halt oder schiesse ich! Du dreckige Hure![1]», e poi sento qualcosa che vola veloce bucando l’aria come uno strappo sottile e preciso, vola veloce verso di me, rapido dentro me, e in un attimo si ferma tutto.

Silenzio, come in fondo al mare.

Basta un istante e mi esplode sulla schiena un dolore violento e feroce, dentro il petto sento qualcosa di freddo che si liquefa, un dolore rovente e gelido insieme, come fossero la stessa cosa. Cado a terra, le gambe di una bambola di pezza abbandonata finito il gioco, e in pochi istanti interminabili in cui riesco solo a guardare il cielo brillante di marzo, ho appena la forza di tenere gli occhi aperti, sono stanca sgomenta e triste, infinitamente triste mentre comprendo l’imminenza della fine d’ogni cosa. Guardo ancora l’immagine del cielo sbriciolata in fondo ai miei occhi, non posso fare altro, tutto si è fermato attorno a pochi frammenti di cielo e di terra. La mia vita è disciolta nel sangue che bagna la terra secca e non la impregna; si spegne lentamente, eppure sembra un lampo, il mio sguardo smarrito sulle cose, sugli ultimi vapori del mio corpo che abbracciano disperatamente l’aria: la vita scorre fuori dalla schiena, veloce e lenta, rapida e calma, calda e fredda, molle e dura, come se gli opposti infine fossero la stessa cosa. È strana la morte, sembra che abbracci la vita invece la strangola.

Rimango immobile, attonita, mi sento imbrogliata e stupida, è una cosa sciocca morire adesso, quando questi giorni gelidi e neri stavano per finire, quando tutto questo dolore poteva essere dimenticato dentro il conforto di un sole nuovo, di un caldo e forte abbraccio.

 Adesso non sento più neppure il freddo, si fa buio e nulla ha più colore e importanza.

 

Beatrice apre gli occhi nel buio, svegliata dal tamburo forsennato della tachicardia. Impiega alcuni istanti per rendersi conto che è viva, nel suo letto. Un incubo inquietante, sempre lo stesso. Da anni ormai, si desta alle prime luci del mattino col cuore che pompa impazzito, ai limiti dell’infarto. Non si chiede quasi mai quali siano le problematiche psicologiche irrisolte che lo producono, quali messaggi le stia inviando l’inconscio: le riesce più comodo associare il sogno ad una manifestazione creativa della propria immaginazione, una sorta di contaminazione cinematografica con risvolti esoterici. Si domanda sempre se la sera precedente ha mangiato pesante, per giungere invariabilmente all’assoluzione con formula piena della propria cena. Così come sta facendo in questo momento: in fondo, riflette, cosa saranno mai due piatti di pasta con le sardine e il provolone, una porzione di acciughe infestate di aglio e prezzemolo e asparagi al forno? Beatrice non ha potuto dire no neppure ad un bel piatto di peperoni con capperi e due coppe di tiramisù fatto dalle mani sante della suocera della sorella Irene. Omette dall’elenco la mela rossa mangiata per smorzare quel inquieto languorino post prandiale che la pungola quando tarda a sopraggiungere il senso di sazietà. Per l’esattezza si è trattato di una mela e nove gianduiotti. Dulcis in fundo. Senza alcun accenno di vergogna, Beatrice lo definisce “un pasto leggero” , lo standard di una “buona forchetta” o, come dice affettuosamente sua madre, di una cloaca maxima.

Nei suoi pensieri sonnacchiosi, tipici del lento risveglio in una tranquilla domenica mattina, rileviamo però un’altra macroscopica omissione nell’inventario mentale di quanto mangiato il giorno precedente, che da sola potrebbe giustificare il peggiore degli incubi di matrice gastrica: il banchetto nuziale della sorella Federica, dove Beatrice ha ingerito copiose quantità di cibo. Per sei ore consecutive. Ma ad essere obiettivi, le sue capacità digestive appartengono al mondo del non-spiegabile-scientificamente e perciò con buona probabilità l’incubo ha origine in un luogo canonico: le pieghe oscure della sua mente. Il crucco abita da tempo nei sogni di Beatrice, la insegue, la insulta e poi le spara alla schiena. Bang. Ogni volta. Senza scampo o variazioni sul tema.

Ritiene responsabili i nonni, che durante l’infanzia si contendevano lo schieramento ideologico delle nipoti: le riempivano la testa coi loro ricordi di gioventù e le loro contrapposte scelte politiche, e lei non sapeva mai chi fosse nel giusto perché voleva bene ad entrambi. Alberto, il nonno materno, militare durante il secondo conflitto mondiale, divenuto un repubblichino dopo l’8 settembre, le diceva che durante il Fascismo si viveva benissimo e il Duce era un grand’uomo. E Luigi, il nonno paterno partigiano, che non avrebbe mai voluto imparentarsi con un fascista: le faceva vedere solo film di guerra, cercava nel cinema rimasugli della sua giovinezza eroica e inesorabilmente lontana, per spiegarle da che parte doveva allinearsi. Raggiunta l’età della ragione, quando ormai erano morti entrambi, Beatrice scelse l’orientamento di Luigi, però assolse benevolmente anche Alberto: in fondo la sua non era mera apologia del Fascismo, ma una malinconica venerazione della propria gioventù, elevata nei ricordi a mito intrepido e avventuroso.

 

Beatrice è ancora sdraiata sul letto, stira le gambe sotto le lenzuola e poi si gira, guarda Leopoldo che dorme, ascolta il suo respiro lieve e indugiando sul contorno delle sue labbra ricorda altri dettagli dell’incubo ricorrente: quando cade a terra colpita a morte, compare anche un uomo che si avvicina, il suo volto è rigato di lacrime. Misteri dell’inconscio sui quali non ha più voglia di soffermarsi.

Che ora sarà? Intuisce il giorno inoltrato tra le fessure delle persiane, poi cerca il display della sveglia digitale che proietta i numeri sul soffitto. Solleva gli occhi, sono quasi le 09:33. Si trastulla ancora un po’ con pensieri pigri e senza contorni, quasi fossero avanzi di sogni. L’orologio adesso segna le 10:00.

Poco più di ventiquattro ore fa stava per cominciare un giorno molto impegnativo per Beatrice: svegliandosi dal solito incubo ha desiderato persino che il tedesco del sogno l’avesse uccisa per davvero. Se fosse stato un sabato qualunque Beatrice avrebbe fatto l’amore con Leopoldo, si sarebbero alzati con comodo, colazione, commissioni in centro città e poi una corsa al parco con lui. Invece aveva dovuto ricomporre il proprio volto per renderlo presentabile al matrimonio della sorella, dopo una notte in bianco a lavorare, lei e le sue due socie Marina e Francesca, sorelle gemelle eterozigoti. Finalmente, dopo anni di tentativi falliti, hanno superato la prima fase di un prestigioso Concorso Internazionale d’Architettura. Venerdì sera il sogno di una vita meritava un brindisi propiziatorio al superamento della successiva selezione, ma soprattutto richiedeva molto lavoro, improcrastinabile alla luce della scadenza ravvicinata del Concorso.

Nessuno in famiglia crede però che ce la possano fare: la mancanza di fiducia è trasparente e non occorre un manuale sul linguaggio del corpo per interpretare gli sguardi di compassione, le spalle scrollate, gli sbuffi accompagnati da occhi spazientiti sollevati al cielo in cerca di misericordia. Irene, la sorella maggiore, pensa in modo dolorosamente realistico che se non è riuscita a fare l’Architetto con la A maiuscola quando era a Londra non ci riuscirà mai. Anche zia Agata, il suo principale surrogato genitoriale, la disapprova apertamente e le suggerisce di continuo di regolarizzare i propri bioritmi smettendo di trascorrere buona parte della notte a lavorare; la zietta si premura spesso di ricordarle che sta invecchiando e che rimarrà con un pugno di mosche in mano, un po’ com’è successo a lei, nubile e tormentata dai rimpianti. Ma Beatrice pensa che sia presto per avere una famiglia quando ancora non è riuscita a realizzare le sue ambizioni professionali. C’era andata così vicino quando era a Londra, e poi tutto era andato storto. Neppure il suo talento, la sua sconfinata dedizione al lavoro erano serviti ad evitarle la disfatta totale.

L’unico familiare che la sostiene è la madre, ma purtroppo Marianna non vive più a Genova con le figlie, è in Australia, dall’altra parte del mondo. Forse è più facile essere comprensivi quando non vedi con i tuoi occhi la faccia di tua figlia dopo una notte insonne. Assurdi sogni ad occhi aperti, come direbbe Irene. Marianna invece è una di quelle persone che credono la vita abbia gusto solo quando ci sono grandi sogni da realizzare, soprattutto quelli che sembrano impossibili. E Beatrice è come lei.

Si rammarica che la madre non fosse alla cerimonia. Ma d’altra parte Federica non è sua figlia. Il matrimonio della sorellastra e Michele era in Riviera, in una caratteristica chiesetta vista mare sopra Camogli, alle 11 in punto. Sapeva cosa l’aspettava mentre si preparava ieri mattina con Leopoldo: i soliti riti tristi e consunti, le foto, i video e soprattutto ciò che più temeva, le zie che le avrebbero domandato fiduciose “la prossima sei tu, cara…?”; zia Luciana ha malignamente profetizzato che, se continua così, con buona probabilità si sposerà prima la nipote Emma, che adesso ha già sei anni e tre fidanzatini a rotazione settimanale.

Ha provato a schivare il lancio del bouquet, ma Federica gliel’ha tirato proprio dritto in faccia. Leopoldo a quel punto le ha sorriso con espressione complice e Beatrice, sputando un bocciolo rosa, gli ha detto con rassegnazione “ok, magari a settembre”. Senza precisare di quale anno.


[1] “Fermati troia schifosa! Fermati o sparo!”

Oh Nick, sei fantastico!

nick         

         L’altra sera, a teatro, Hornby ha parlato di libri, di letteratura e delle sue passioni. Ero d’accordo su tutto con lui, tranne sul football che non può fregarmene di meno. Ci siamo scambiati un’energica stretta di mano e sono stata tentata di non lavarmi mai più la mano destra, e magari smettere di essere mancina, cominciare a scrivere con la mano che ha toccato quella del Maestro.

Chi ha letto Alta Fedeltà (o ha visto il film) ricorderà che il protagonista aveva l’abitudine di compilare in continuazione liste: dalla prima pagina in cui elenca le cinque fregature della sua vita, in fatto di donne, alla lista dei lavori che vorrebbe fare, e via di seguito. Il libro era così coinvolgente che, contravvenendo alle mie abitudini, avrei quasi voglia di rileggerlo. Tra le innumerevoli cose interessanti che ha detto, Hornby ha fatto notare che Charles Dickens nell’Ottocento era considerato letteratura di serie B, e poi è stato rivalutato col tempo. C’è speranza anche per il mio Singolare, tra un centinaio d’anni se tutto va bene, è solo questione di prospettiva.

Ripensando alle “classifiche alla Hornby”, per quel che mi riguarda tendo a non farne perché sono sempre in divenire. Come si fa a dire quali sono i 5 libri più belli mai letti? Mica facile. Magari è più semplice per la musica, per esempio i miei cantanti preferiti sono:

 

1.      U2

2.      Bono

3.      Paul Hewson

4.      The Passengers

5.      The Dalton Brothers   

 

 

Ma questo lo sapevate già…

 

A proposito di libri. In questa casa c’è uno scrittore di troppo, e non sono io.

Al prossimo post ulteriori dettagli in merito.

autografo Hornby