L’estate di John Fante

                                          

 

Questa passerá ai miei personali annali come l’estate di John Fante, eccelso scrittore americano di origini italiane.

Accadde che per il mio compleanno ricevetti in dono un cofanetto contenente il romanzo Chiedi alla Polvere, insieme al dvd del film. All’epoca – si parla di gennaio – stavo leggendo qualcos’altro, cosí il povero John finí per sbaglio insieme ai dvd. E tragicamente mi dimenticai di quel dono. Accadde poi che era giugno e mi ricordai di lui, quel cofanetto nero che non suggeriva in alcun modo il suo prezioso contenuto: invece era un autentico tesoro che mi avrebbe donato momenti preziosi, perduta completamente nell’immaginazione.

Chiedi alla polvere é uno dei piú bei romanzi che abbia mai letto, meraviglioso, una capacitá narrativa genuina, isitintiva, semplice e insieme capace di evocare in modo perfetto le dinamiche emotive, sentimentali, comportamentali umane. É stato scritto in gioventú e sorprende come una persona nata nel 1909 potesse essere un ragazzo decisamente attuale, moderno. Mio nonno era di quell’epoca e non rilevai mai in lui nulla che evocasse il concetto di gioventú.

Anche se non rileggo mai un libro, ho l’abitudine di lasciare i segni di apprezzamento della mia lettura con sottolineature e orecchie alle pagine. Cosí ecco qui le migliori espressioni, metafore efficaci che accendono la fantasia del lettore, le mie preferite:

“L’oscuritá scese lentamente, preceduta dal suo odore freddo”.

(parlando di un barista malato, aspirante scrittore, prossimo alla morte) “Guardai verso sud, in direzione delle grandi stelle, dove si stendeva il deserto di Santa Ana e pensai che laggiú, sotto quelle stelle, viveva un uomo che il deserto avrebbe inghiottito prima di me. Io avevo in mano qualcosa di suo, un’espressione della sua lotta contro l’implacabile silenzio al cui interno stava per essere scagliato. Poco importava cosa fosse – assassino, barista o scrittore – il suo destino era il destino di tutti, la sua fine era la mia fine e in quel momento, nella cittá di finestre chiuse, c’erano milioni di individui come lui e come me, indistinguibili l’uno dall’altro cone fili di erba secca. Vivere era giá abbastanza difficile, ma morire era un compito eroico. E Sammy sarebbe morto tra poco”.

“Era lí in piedi, con le ginocchia e i gomiti incrostati di sudiciume, alto, emaciato, piú cadavere che uomo, e tanto abbronzato da sembrare quasi un neo”.

Chiedi alla polvere mi ha lasciata di sasso: come diavolo avevo potuto vivere fino a quel momento senza conoscere John Fante? Ero sorpresa come se avessi passato tutta la vita a respirare senza ossigeno. Cosí sono corsa in libreria e ho comprato A ovest di Roma, Aspetta primavera, Bandini, 1933 Un anno terribile, La strada per Los Angeles, La grande fame, La confraternita dell’uva. Qualche giorno fa ho finito di leggerli tutti e credo che per questo non dimenticheró mai quest’estate, i momenti passati in compagnia della vita di John. La cosa incredibile di questo scrittore é che, pur narrando praticamente sempre e solo vicende autobiografiche, riesce ad essere trascinante, comico e commovente. E ridi, e piangi, e provi compassione, e sei lí con lui, sei lui.

A ovest di Roma é stato fantastico: estremamente comico e originale, il primo racconto intitolato Il mio cane stupido é esilarante. L’orgia invece é un pezzo drammatico, e a giudicare da quello che ormai so della sua vita, anche autobiografico.

Mi é piaciuto questo pezzo de Il mio cane stupido perché mi ci sono riconosciuta: “Il pianto di un bambino! Datemi vetro triturato e strappatemi le unghie, ma non fatemi sentire il pianto di un bambino, perché mi fa profondamente male all’ombelico, mi fa male fino all’inizio della mia vita”.

Poi é arrivato il turno di Aspetta primavera, Bandini. Bellissima storia, sempre molto autobiografica, dove l’efficacia é leggermente attenuata dalla narrazione in terza persona, ma in ogni caso il mio amore e la mia ammirazione per John hanno continuato a crescere:

“Come in trance percorse la navata centrale avvolta nel buio, l’acqua santa fredda sulla punta delle dita e della fronte, i passi echeggianti nel coro, l’odore di incenso, l’odore di migliaia di funerali e migliaia di battesimi, il dolce odore della morte e quello aspro della vita mescolati nelle narici, il bisbiglio attutito delle candele accese, l’eco di lui che percorreva la navata infinita in punta di piedi e nel suo cuore Rosa”.

La strada per Los Angeles é un romanzo di nuovo autobiografico, raccontato da un Bandini-Fante in ridicolo delirio di onnipotenza. Molto divertente nella sua assurditá, le fantasie di un ragazzo che vuole conquistare il mondo.

Bellissimo anche 1933, un anno terribile: protagonista un ragazzino che vorrebbe diventare giocatore professionista di baseball, e riscattare cosí l’intera povera famiglia di immigrati italiani, cosí come giá accaduto a molti italo-americani:

“Il vento era scomparso e la neve cadeva piano, come confetti silenziosi”.

“La casa era buia, le finestre della facciata sgranavano i loro occhi ciechi”.

(la madre del ragazzo, molto pia, gli dice inutilmente di pregare la Madonna perché rimedi alle sue orecchie a sventola) “Mi fissó , ferita, con i suoi grandi occhi, e senza una parola si giró  e si diresse verso la sua stanza da letto, trascinandosi dietro il suo spirito turbato come un velo da sposa ridotto a brandelli. Mi dispiaceva di averle gridato contro, mi odiavo, ma l’idea di pregare la madre di Dio perché mi appiattisse le orecchie, dal momento che suo Figlio le aveva fatte sporgenti, mi sembrava pura follia”.

“Me li immaginai lí, stesi nell’oscuritá di due mondi diversi, che dividevano la stessa mangiatoia, come un asino e una gallina. Marito e moglie, l’uno accanto all’altra, in due nicchie scavate nel materasso sformato, e separati dai resti del loro matrimonio defunto”.

“Non capivo piú niente, non sapevo neanche che giorno fosse, non avrei saputo distinguere la merda dalla cioccolata […].

(dopo aver recuperato la betoniera del padre muratore) “L’abbracciai e la baciai, e piansi per mio padre e per tutti i padri, e anche per i figli, perché eravamo vivi in quell’epoca, per me stesso, perché sarei dovuto andare subito in California, e non avevo scelta, dovevo farcela”.

La grande fame é una raccolta di racconti, alcuni sono poi diventati parte di alcuni romanzi, é anche questo un libro che si divora:

“Lí c’era il guardaroba. Era come uno poteva aspettarselo, con gli abiti perfettamente in ordine, appesi come ritratti di lui senza la testa”.

“Nella gola di Dan stava salendo un gran geyser di autocommiserazione, e spingeva, spingeva, e alla fine portó le lacrime”.

“Sentí l’odore delle vasche di fertilizzante, il catrame, il petrolio, la copra, le banane e le arance, la sentina, i vecchi canapi, le acciughe andate a male, il cuoio, la gomma, il sale, il labirintico bouquet del porto”.

Bellissima la metafora per descrivere l’incredibile fertilitá della terra di California “…quella calda valle favolosa dal suolo cosí ricco che anche un manico di scopa ci sarebbe fiorito, …”.

E infine il capolavoro di John Fante, un romanzo che si fa divorare mentre ne assapori ogni parte, La confraternita dell’uva, dove emergono in modo definitivo e netto le personalitá dei suoi genitori, in particolare il padre, muratore italiano d’Abruzzo, alcolista puttaniere e di pessimo carattere.

“…; e scrutare le gallerie che erano diventati i suoi occhi era come guardare un paesaggio artico, gelido e silente”.

(un bar dopo 25 anni) “Appeso al soffitto ronzava lo stesso ventilatore d’un tempo, coi suoi giri lenti, tali da non perturbare il calore dell’aria, mentre mosche sportive atterravano sulle pale, si facevano un giro o due e poi saltavano via”.

(in visita all’anziana madre) “E allora mia madre si avvicinó quieta alla retina della porta e mi guardó, quasi che stesse facendo provvista di ricordi, come se non avesse dovuto vedermi mai piú. La sentii pulsare avanti e indietro, incorporea, angelicata, e triste, perduta in questo suo scivolare via dalla realtá e tornarci, piena di vergogna per quel poco di tempo che le rimaneva”.

“- Prontoooo, Harrietta. Songo io a telefono, ‘a suocera tua. Comme stai, Harrietta? Buono. Io? Stongo buono, sí.- Eccola di nuovo, con quel suo modo ipocrita di lusingare Harriet, quell’inchinarsi come una serva al cospetto di una baronessa, una forma di autodegradazione tale che anche la sua facoltá di parola ne risentiva. Nata a Chicago, e a conoscenza della sola lingua inglese, mia madre ciononostante parlava come un’emigrante napoletana fresca di sbarco ogni volta che le capitava di sentire Harriet”.

Ora ditemi se queste perle non sono incredibilmente belle. John Fante ti parla di mille cose che sono dentro di te, e che sono state o saranno nella tua vita, ed é una esperienza sorprendente, commovente e magica, sapere cosí abilmente dare un nome a quelli che di solito sono istanti sfuggenti della vita. Fante riesce ad afferrarli e fermali per sempre.

Il vero dramma é che Fante é morto da piú di vent’anni e non ha scritto poi molto, essendo stato prevalentemete uno sceneggiatore di Hollywood: appena avró letto Dago Red e pochi altri libri che mi mancano, mi sentiró in qualche modo orfana.

Dopo aver finito La confraternita dell’uva, su suggerimento di Fante, sono stata in libreria a comprare Delitto e castigo di Dostoevskij: se il buon Fëdor ha potuto far diventare Fante il magnifico narratore che fu, forse fará qualcosa anche per me?!

 

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