Antonietta, furba o cogliona?

Spesso ho pensato negli ultimi mesi di riprendere a scrivere, ma doveva arrivarmi questa mail per decidermi a farlo:

 Finanziamenti su internet sono poco più in particolare in una fase di recessione. Se si visualizza un piccolo siti di annunci previsti a tale scopo, si riceverà molti proposte. Tuttavia, la maggior parte di loro, non se la tutti sono solo truffe per rubare i vostri soldi senza ricevere questo credito, nonostante la vostra situazione finanziaria difficile. Per questo, se avete bisogno di aiuto contattatemi al più presto. grazie Mail : tomassoni06@gmail.com

Il mittente è una fantomatica Antonietta Tomassoni. Questi “astuti” truffatori devono aver fatto un’indagine per scegliere un nome così: Antonietta io lo collego subito ad una donna pia, un po’ beghina, piccolina, innocua, e con un velo di baffi sul labbro superiore. Tomassoni poi fa simpatia no? L’unica cosa che proprio non gli riesce a questi stronzi è scrivere in un italiano decente, e usare argomenti migliori perché dire che gli altri sono tutti truffatori insospettisce un poco. Ricevo tonnellate di spam nelle quali mi viene comunicato di aver vinto alla lotteria (che fortuna incredibile visto che non ho neanche giocato), sto per ereditare da qualche miliardario africano, oppure devo fornire i miei codici a Banche presso le quali non ho conti correnti.

Ma i peggiori non sono in rete, sono nell’Amministrazione di questo disgraziato Paese, dove la classe dirigente politica è selezionata secondo il Peggio del Peggio della società italiana.

Gli italiani si dividono in due: i furbi e i coglioni. Ognuno di noi in cuor suo sa da che parte sta. Antonietta è un caso a parte perchè mi pare sia a buon diritto entrambe le cose.

Annunci

Le parole NON sono importanti.

 

Non ho cambiato idea da quando ho espresso il mio pensiero sul modo di parlare della gente, questo é solo un altro punto di vista che non coinvolge la comunicazione ma guarda alle conseguenze delle parole. Se guardo dopo le parole mi aspetto di trovare dei fatti concreti. E invece spesso dopo le parole c’é il nulla o l’esatto contrario di quanto ci si aspetterebbe, ma per la gente é sufficiente che siano state pronunciate determinate parole per vedere quello che non c’é: per questo fine settimana le previsioni del tempo dicevano che sarebbe arrivato l’anticiclone delle Azzorre, e che sarebbe stato quasi un anticipo d’estate. A me non basta per tirare fuori i sandali infradito, devo anche sentirlo questo gran caldo. Ma ieri mi sono guardata in giro ed ho visto gente in maniche corte e bermuda, all’ombra c’erano circa 17 gradi, mica buoni per smutandarsi, e al sole si stava bene solo se al riparo dal vento. Una giornata di inizio primavera piuttosto standard. Qualcuno invece ha fatto persino il bagno, ma di solito sono uomini che sentono sempre caldo anche a dicembre, e che identificano in certi gesti estremi un elevato tasso di virilità.

Così pensavo che oggi ci accontentiamo troppo spesso delle parole, ci bastano le promesse poi pazienza se non sono mantenute, come le donne che rimangono con gli uomini che le picchiano solo perché dicono di amarle: ti ho rotto due costole si, ti ho fatto saltare un premolare, si, ma é perché non posso vivere senza di te!

Prendiamo i nostri politici, sono tutti così: dicono di “amarci”, di lavorare per noi e poi invece lo scettro é solo un’arma impropria per bastonarci senza mai farci sentire abbastanza male perché si voglia dire basta. Noi con gli occhi pesti, la schiena rotta e anche quella parte su cui ci sediamo abbastanza dolente per le ripetute violazioni del suddetto scettro, eppure completamente obnubilati dal fumo negli occhi, che dev’essere per forza marjuana di quella buona se siamo cosí spenti e supini davanti allo spettacolo di una Nazione ridicola, con un Primo Ministro puttaniere e barzellettaio, che continua a dire di aver risolto tutti i nostri problemi, dalle emergenze di Napoli, L’Aquila, e ora si appresta a posare la sua bacchetta magica anche su Lampedusa. Ci importa qualcosa se risponde al vero? Certo che no, perché questo é il nostro pressappochismo italiano, massí vabbuó! Siamo in guerra e neanche lo sappiamo, perché le parole “missione umanitaria” non hanno più il significato che indicherebbe anche il più approssimativo dei dizionari. E allora non sono più importanti le parole, LE PAROLE VALGONO NULLA.

Importanti sono i fatti, che sganciamo bombe per non perdere gli accordi sulle fonti energetiche, importante é che al Sud il 50% delle donne é disoccupato, importante é che l’economia é ferma da anni, importante é avere un lavoro – l’unica vera cosa che fa di noi persone libere – importante é vivere in un Paese che tuteli il suo patrimonio storico, artistico e ambientale, importante é poter respirare aria pulita, bere acqua limpida e pubblica, cibarsi di cibo sano che non sia stato aromatizzato con i rifiuti tossici sepolti sotto terra, importante é ristabilire il significato delle parole, perché una volta essere seri e responsabili era una virtù, mentre oggi significa riprovevole coglionaggine. Essere furbi o furbetti non era un complimento fino all’altro ieri, mentre oggi questa classe politica, che é l’espressione della parte peggiore di noi, ne ha fatto un modello al quale aspirare.

      Delle due, una: o cambiamo l’Italia, o cambiamo i dizionari.

Ma come parla?! Le parole sono importanti!

         Siamo rimasti in pochi a scandalizzarci quando l'italiano viene umiliato da un gergo attinto in modo molto discutibile dal vocabolario inglese? Forse ancora meno persone sanno che gli anglofoni piú colti utilizzano vocaboli il cui etimo é latino o greco.
        Ma veniamo al punto: ve la ricordate quella magnifica scena di Palombella Rossa nella quale Nanni Moretti schiaffeggia la giornalista che usa espressioni logore e vocaboli inglesi? Dio! Dio, quante volte negli anni avrei voluto permettermi il lusso di essere cosí intransigente e aggressiva! La situazione non fa che peggiorare, siamo alla totale deriva linguistica, che detto da una ignorante come me, che neanche ha fatto studi classici, é veramente indicativo di come l'italiano stia tragicamente soccombendo al gergo informatico ed economico che impazza in TV e sui giornali. Le persone subiscono una sorta di "contagio", per il quale si uniformano molto rapidamente al contesto linguistico, senza saper discernere ma assorbendo tutto come spugne prive di libero arbitrio.
        I giorni scorsi ho seguito un corso di formazione aziendale per imparare ad utilizzare un programma… che maledizione, dovevo probabilmente dire software… Comunque, il tizio che teneva il corso sarebbe stato sicuramente massacrato di botte da Nanni Moretti, e io gli avrei volentieri dato una mano con una clava. Ecco un discorso tipo del collega:
        "Mi rendo conto che dovrete fare un particolare effort,  capite che nell'attuale contingency é questione di riuscire a skillare le potenzialitá del software: poi, superato questo periodo bridge, sará tutto piú easy". Prima di arrivare alla fine della frase lo avevo giá immaginato decapitato, altro che schiaffi.
        Ora mi chiedo: perché non dire sforzo, contingenza, acquisire le capacitá, ponte, facile? Molti dei discenti presenti non conoscevano neanche l'inglese e si sono vergognati ad alzare una mano e chiedere "Ma come parli?!? Le parole sono importanti!". Una volta si diceva parla come mangi, avremmo dovuto suggerirglielo in coro.
        Ma questo, ahinoi, non é un caso isolato: ció che pare incredibile é che alle volte alle persone non venga neanche piú in mente il corrispondente italiano di alcuni lemmi, per esempio partnership… come cavolo si dice in italiano? e cosí finisci per dirlo in inglese, dimenticando che "societá" o "associazione" vanno benone e non ledono la dignitá della nostra lingua e della nostra cultura. E che dire dell'abusato misunderstanding? Fraintendimento, é una bellissima parola italiana.
        Aneddoto. Un giorno mi telefona un collega della contabilitá e parlando di una fattura mi chiede se la posso OKEIZZARE. Okeizzare, capite quanto si puó cadere in basso? Questa persona non é piú in grado di attingere al suo personale vocabolario italiano per estrarre una parola semplice come "approvare". Caso simile: ad un tizio in televisione viene chiesto di cosa si occupa, e questo risponde "faccio PIERAGGIO": sulle prime non afferro, poi riavvolgo il nastro nella mia testa e capisco che il tapino di mestire fa "pubbliche relazioni" (p.r.), e intendeva dire che distribuisce inviti per l'ingresso in discoteca.
       
        E infine veniamo ad un paio di rospi che ho in gola giá da tempo: piuttosto, davvero, e insomma, tutti avverbi in qualche modo abusati in questi tempi bui per l'italiano.
        Per coloro che non lo sapessero piuttosto non é un sinonimo di oppure: posso dire piuttosto che dire trend negativo mi taglio un braccio, e anche ho sonno preferirei piuttosto andare a dormire; ma non posso dire potremmo andare al cinema piuttosto che a teatro piuttosto che a cena fuori, semplicemente perché é sbagliato! Fate caso, ormai l'abuso del piuttosto ha contagiato tutti, una vera pestilenza. Un giorno anche a me é capitato di usarlo in questo modo, me ne sono accorta mentre lo dicevo, e dopo mi sono sentita veramente una merda, mi sarei presa a schiaffi chiedendomi ma come parli?!? se non fossi stata in ufficio.
         Su davvero e insomma non voglio dilungarmi, provate solo a sentire una puntata di Che Tempo Che Fa e capirete che Fabio Fazio é il Re del loro abuso. Sinceramente sempre meglio dell'eccesso di MINCHIA che ormai imperversa nel parlare di tutti. Solo pochi anni fa minchia era un intercalare siciliano piuttosto volgare, poi piano piano é stato sdoganato, sempre grazie alla cara vecchia stronza TV, e forse il minchiaSabbri della Littizzetto ha fatto da apripista. Ma se dire minchia una sola volta puó avere un effetto enfatizzante, riempire le frasi con un 60% di minchia meriterebbe un'azione punitiva di un esercito di Nanni Moretti.
        E ora se vi va, godetevi il meraviglioso Nanni. Lo adoro, é una persona speciale con un magnifico cervello.

 

 

 


 

Occhi che non sanno guardare

Occhi che non sanno guardareRoma.

La cittá eterna ne avrá ancora per poco se continua ad essere massacrata dalle orde di turisti che la assalgono tutti i giorni dell’anno con inusitata aggressivitá, sconfinante nell’idiozia piú totale.

Un piccolo aneddoto puó aiutarmi ad esemplificare meglio i miei sentimenti di questi giorni: l’ultima domenica di ogni mese l’ingresso é gratuito e vi potete immaginare la coda, visto che il biglietto costa 15€. Non é quel che si dice un prezzo popolare.

I Musei Vaticani custodiscono delle autentiche meraviglie, le piú note – si sa – sono opera di Michelangelo e Raffaello, e la “mandria” di turisti pazienti si é disposta in una coda di centinaia di metri che si snodava quasi dal colonnato di piazza S.Pietro fin su all’ingresso in viale Vaticano, passando per via di Porta Angelica e piazza del Risorgimento. I “soliti furbi” saltavano la coda infilandosi qua e lá, ma anche all’interno della mandria c’era un bel sgomitare e scattare felinamente per gabbare gli altri. Tutto per arrivare prima possibile alla meta. Una volta dentro il museo il percorso per arrivare a Michelangelo é piuttosto lungo, un’autentica via crucis, ma si sa che da queste parti  un po’ di sofferenza é fisiologica.

Ecco peró che le prime stranezze si evidenziano ai miei occhi.

La mandria di turisti viene fatta passare per la collezione contemporanea, che tutti ignorano tirando dritti. Grandi nomi come Dalí o Francis Bacon ín questo momento sono solo degli imbratta tele. Tutti vanno avanti con passo deciso verso le stanze di Raffaello, dove accade l’incredibile: mentre rimango senza fiato a vedere questi magnifici affreschi, circa il 50-60% della mandria passa da una stanza alla successiva SENZA NEANCHE ALZARE LA TESTA: banzai verso la Cappella Sistina! Il 30% di coloro che si fermano nelle stanze di Raffaello scattano foto all’impazzata, persino con il flash: dappertutto c’é scritto di non usarlo, ma tanto le persone preposte al controllo si fanno i cazzi loro e quindi é tutto un lampeggiare come ad una conferenza stampa o un concerto. La mandria ignora o fa finta di non sapere che la luce danneggia i pigmenti e le superfici, perché il bene supremo non é conservare queste meraviglie patrimonio dell’umanitá, ma portare a casa una foto: beninteso che le foto saranno sicuramente pessime in confronto a quelle di qualunque libro d’arte su Raffaello, ma tant’é l’unico scopo di questa eperienza pseudo-culturale, pare essere quella di portare a casa il trofeo, la prova che si é stati lí é solo un’immagine, perché la mandria non sa neanche cosa sta guardando. Ció che é sconcertante é che non si guarda piú nulla con gli occhi, ma solo attraverso uno schermo, saltando completamente l’emozione di essere lí in quel momento.

Ma l’apoteosi dell’assurdo avviene nella Cappella Sistina: la mandria é giunta finalmente al vertice universale dell’arte e invece di assaporare il momento cercando finalmente di guardare e sentire, tutti cercano furtivamente di scattare foto (qui é vietato), e i poveri incaricati si sgolano a ripetere che é una cappella e non bisogna parlare, NO FOTO NO VIDEO, NO FOTO NO VIDEO, NO FOTO NO VIDEO! Una voce preregistrata fornisce le stesse disposizioni piú volte in italiano e in inglese, ma alcuni capi della mandria che si credono molto furbi ignorano il divieto e scattano, anche col flash. É il colmo dell’idiozia, nessuna foto puó venire bene con questa luce fioca, persino l’esperienza di guardare queste meraviglie é affievolita dalla distanza tra le superfici e i nostri occhi.

Ovunque vai a Roma, la scena si ripete identica: vedi gente impazzita con la macchinetta fotografica in mano, e scattano col flash anche davanti ai mosaici medievali o affreschi di ogni epoca antica. La cosa agghiacciante é che guarderanno quelle magnifiche opere solo a casa, sulla loro foto che ha perso tutto di quel momento magico di guardarla negli occhi, e per di piú l’immagine avrá la luce sbagliata, i colori alterati, la freddezza del flash, e pochi Megapixel di definizione, e sará magari anche mossa.

Questo é il turismo di massa, che non posso chiamare culturale, perché é pieno di ignoranza, talmente grossolana che vorrei avere il coraggio di cacciare tutti fuori a bastonate. Due bastonate le darei anche alla galleria di Palazzo Barberini: all’ingresso mi chiedono di lasciare macchina fotografica e borsa negli appositi armadietti. Obbedisco. Poi durante la visita mi accorgo che un mucchio di gente ha la borsa e scatta pure le foto. Lo faccio presente ad un tizio che mi controlla il biglietto al piano superiore, dice che sono col personale ridotto e forse non sono riusciti a controllare. Gli indico due donne dietro di lui con borse grandi come sacche da palestre, ma il tizio non fa assolutamente nulla. Complimenti, questa si che é coerenza.

Oggi di nuovo, in S.Pietro in Vincoli, tutti impazziti davanti a Michelangelo super star: il suo Mosé accecato dai flash, sembra impaziente di alzarsi e spaccare le tavole dei comandamenti in testa a tutti questi coglioni che fotografano invece di guardare la magia dell’arte che infonde la vita dentro la pietra.

Il guaio é che la mandria non sa come si fa a guardare l’arte, come si fa a sentirla, perché l’ignoranza dilaga come la peste, e non ci sono confini, sta accadendo in tutto il mondo: in S.Giovanni in Laterano c’erano un musulmano con le sue tre mogli intabarrare nei foulard che si facevano fotografare davanti a qualunque cosa, tombe di papi, statue di apostoli, come se un soggetto sacro fosse il colosseo, tutto per dire “io c’ero”, ma ovviamente senza vedere davvero nulla di quello che fotografavano.

 

E per finire le assurditá del Vaticano: mi hanno fatta uscire dalla chiesa di Trinitá dei Monti perché avevo un vestito corto e le spalle scoperte, e non volevano farmi entrare in S.Pietro. Allora, giusto per mettere i puntini sulle i:

1. questo schianto di gambe me le ha date la natura;

2. avete fatto caso quanti personaggi nudi ci sono nelle statue e nei dipinti? Coerenza, ragazzi!;

3. nella pinacoteca dei Musei Vaticani, dalle parti del Laocoonte, ho scoperto questa statua: la figura marmorea regge dei frutti con un incredibile pene in erezione. Incredibile per il posto in cui si trova, visto che questi malati di mente fanno i sessuofobi in maniera del tutto irragionevole.

Miei cari beghini, se Dio esistesse vi avrebbe giá tutti fulminati con uno ZOT!

 

Nel mio zaino avevo provvidenzialmente inserito un pareo, e quindi li ho fregati i miei cari beghini. Non c’é bisogno di dirvi che anche davanti alla Pietá di Michelangelo, quasi nessuno di questi infaticabili fotoreporter ha avuto il tempo di commuoversi.

 

 

 

 Occhi che non sanno guardare

Sopra: statua nei musei Vaticani, con pisellone eretto in bella vista (alla faccia della coerenza).
Sotto: dettaglio del pisellone.

 
Occhi che non sanno guardare

Caccole


Caccole

cáccola: (pl.-le), sf. 1. Traccia di sterco che resta attaccata al vello delle capre e delle pecore. 2. estens. Sudiciume che s’aggruma entro le narici, agli angoli degli occhi, o sulle ciglia; cispa. 3. Ciarlare di donnicciola, pettegolezzi. 4. Dimin. Caccolína; accr. Caccolóna. || deriv, di cácca • cac-co-la.

 

Dopo mesi  di assenza da queste pagine, ecco tornarmi la voglia di scrivere con un tema che definirei di ispirazione luttazziana, o welshiana: due autori che potrebbero meglio di chiunque altro parlare con autorevolezza dei secreti umani di basso profilo. Tutti ne produciamo in abbondanza da ogni pertugio, salvo poi disfarcene rapidamente e negare l’evento come se ci macchiasse l’anima. Cacca, sesso e morte, come dice il buon Daniele.

 

 

Ma veniamo alle caccole: avrete notato che l’estratto dal Gabrielli – Grande Dizionario Illustrato della Lingua Italiana, riporta tre accezioni del lemma, quello che interessa qui a noi é il numero 2. Sudiciume che c’aggruma entro le narici. Derivando dalla parola cacca, si capisce perché viene definito sudiciume, ma la spiegazione difetta totalmente di scientificitá, perché in realtá i fluidi prodotti dalle mucose di naso e gola non hanno per fortuna proprio nulla a che vedere con la cacca, altrimenti hai voglia a masticar chewing gum, l’alito di merda non te lo toglierebbe neanche fare i gargarismi col WC-Net.

Da notare poi la voce successiva:

 

Caccolóne: (pl.-ni), sf. 1. Chi ha sempre le caccole al naso o agli occhi; oppure chi ha il cattivo vezzo di togliersele a ogni momento; anche come agg. Questo bimbo caccolone! 2. fig. Ciarlone, pettegolo • cac-co-lo-ne.

 

 

 

Caccolone. Se hai un naso e le dita delle mani, se hai l’opponibilitá del pollice, allora sei un caccolone pure tu. Siamo tutti caccoloni. I “lavori di sgombro” sono periodicamente necessari, ma proprio perché quel muco piú o meno secco é associato alle feci, il galateo vuole che l’operazione sia fatta strettamente in solitaria, e che il corpo del reato venga occultato per non offendere la vista degli altri: meglio se in un fazzoletto, ma come tutti ben sanno qualunque posto é buono, tanto la materia é biodegradabile.

 

 

Senza citare la fonte, che scoppierebbe un pandemonio, una bimba in vena di dispetti o esperimenti nutrizionali, pare avesse disposto alcune caccole sul ciucciotto dell’ignaro e fiducioso fratellino minore, il quale le inghiottí inconsapevolmente, e forse persino pieno di gratitudine.

Avrete fatto caso che ci sono molti caccoloni che non hanno alcun freno inibitorio a praticare in pubblico questi scavi speleologici, soprattutto pare che l’abitacolo dell’automobile e la noia del semaforo rosso incentivino il rovistare sotto gli occhi degli altri (da oggi avete un motivo in piú per non prendere le noccioline al bar).

Quando ero bambina ricordo che mia madre era disperata: tre figli piccoli contemporaneamente, tutti “con il cattivo vezzo di togliersele a ogni momento”: spiaccicavamo caccole dappertutto, anche sui muri, che ne sa un bimbo che non é un’espressione di Pop-Art? Cosí mamma mi disse che se mi mettevo le dita nel naso mi si sarebbero sfondate le narici, e mi sarebbe venuto un nasone a patata come quello di mia cugina. Le mie attivitá di scavo si ridussero drasticamente.

E per finire, l’aneddoto che vi fará chiedere perché mai ho deciso di ricominciare a scrivere, che magari il mondo non sentiva il bisogno di un trattatello sulle caccole. Ero a catechismo per prepararmi alla Prima Comunione, avró avuto 7 anni, e tra i miei compagni ne ricordo solo due: uno era un ragazzino indemoniato che faceva ammattire la suora e don Angelo, l’altra era una ragazzina che sicuramente non faceva i capricci a tavola. Aveva i capelli biondi lunghi e gli occhi azzurri, enormi: un giorno la vidi ravanare nella narice destra e ne tiró fuori un caccolone di dimensioni oceaniche, lo teneva solidamente per la parte secca, mentre per aria mostrava a tutti questo enorme lungo filamento di muco trasparente, un lumacone. Lo mise in alto sopra la sua testa, aprí la bocca, e come fosse una squisita fetta di prosciutto crudo lo acchiappó con la lingua e lo inghiottí.

Non potró mai dimenticare quella scena, indelebile nella mia memoria.

 

 

 

 

 

 

TAGLIA LA TAGLIA

centimetro

Lo sapevate che negli ultimi anni i produttori di abbigliamento hanno arbitrariamente ridotto le taglie per invogliare all’acquisto anche il consumatore ingrassato? Questa cosa mi fa rabbia, soprattutto perché per un po’ di tempo mi sono illusa di essere magra come a vent’anni. Da sempre acquisto pantaloni taglia 40 ma un giorno ho sbattuto la faccia contro una triste realtà di ciccia: il mio giro vita non esiste più.

Sono una sentimentale ed ho conservato alcune reliquie tessili della mia giovinezza. Malaugurato il giorno in cui ho pensato di saltarci dentro. La gonna mi sarebbe potuta entrare solo dopo una liposuzione:

 

  • bottone ed asola sono come due rette parallele, si incontrano all’Infinito;
  • la cerniera sale per metà e non fa un normale suono “zsiiip”  ma piuttosto un sinistro clangore che sembra implorare pietà;
  • il sedere è talmente schiacciato che sembra composto da un unico gluteo privo della tradizionale riga in mezzo.

 

Ecco, ora posso piangere.

 

Con buona probabilità oggi porto una realistica taglia 42, nella peggiore delle ipotesi una 44. Orrore! Però forse si è rotta la bilancia perché peso più o meno sempre uguale. Si, ok, forse un 2kg di più. O forse anche 4, e sono tutti spalmati nella zona del bacino.

Dicono siano rotondità inevitabili con l’incalzare degli anni. Però non voglio essere ingannata sulle taglie dei vestiti che compro, lasciatemi la consapevolezza dell’ineluttabilità dei cambiamenti morfologici, degli effetti collaterali della farinata e del cioccolato, lasciatemi decidere se recuperare la forma perduta aumentando gli allenamenti in piscina che, ora che Apollo non smette più di parlare, sono diventati molto più interessanti…

Un post di cacca

kinglax

Sono entrata in possesso di questo piccolo, curioso oggetto molti anni fa. Non saprei dirvi di che epoca sia, ma azzardo: anni ’30-’40? È una scatola di 5×3,5 cm., spessa 1 cm., di latta, come si usava confezionare le cose una volta. Prodotto a Napoli dal Laboratorio Chimico King Bull, nome dalla tipica anglofilia bellica e postbellica. E’ un lassativo, ma non c’è scritto da nessuna parte. Si intuisce qualcosa solo dal nome, Kinglax (il Re dei Cagoni, forse rappresentato dalla testa piumata di un Capo Indiano). Dice “voi ne avete bisogno” e, per quanto presuntuoso, statene certi prima o poi capita a tutti di ricorrervi. Qualcuno in vena di censure ha grattato via la dicitura sotto “CIOCCOLATTINO”: c’era scritto un imbarazzante “PVRGATIVO IDEALE”, come ho potuto appurare cercando notizie sul Web. In ogni caso la confezione mette in evidenza più che altro che è un dolcetto, infatti all’interno la spiccia posologia dice: bambini un cioccolattino, ragazzi due cioccolattini, adulti tre cioccolattini. Prezzo lire due. Oggi le cose non sono cambiate molto, a parte la naturale regolarità della Marcuzzi. E non si capisce perché. A volte avrei voglia di consigliare a tutti una bella dose di Irvin Welsh, che scrive magistralmente di ogni cosa disgustosa ricollocandone la definizione in un mondo in cui non ci sono censure.

Chissà perché una cosa così naturale, nonché inevitabile, come fare la cacca è sempre stata considerata una funzione corporea disdicevole, di cui non parlare che non sta bene, da omettere come non esistesse, una faccenda talmente privata da non poter mai essere oggetto di conversazione. Eppure la questione ci tocca tutti talmente da vicino da non potersi ignorare le potenzialità dell’argomento. Pensate al povero Daniele Luttazzi, che per aver esternato una sua singolare fantasia (“Dopo 4 anni guerra in Iraq, 3.900 soldati americani morti, 85.000 civili iracheni ammazzati e tutti gli italiani morti sul campo anche per colpa di Berlusconi, Berlusconi ha avuto il coraggio di dire che lui in fondo era contrario alla guerra in Iraq. Come si fa a sopportare una cosa del genere? Io ho un mio sistema, penso a Giuliano Ferrara immerso in una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’Utri che gli piscia addosso, Previti che gli caga in bocca e la Santanchè in completo sadomaso che li frusta tutti"), s’è giocato di nuovo il posto in tv. Luttazzi, come ha già detto qualcuno, è un genio, è senza tabù: come ha sempre dimostrato nei sui libri e nei suoi spettacoli; conserva l’innocenza del bambino per il quale non ci sono inibizioni linguistiche o argomenti da evitare, e li usa per creare contrasto, sconcerto, sorpresa, proprio come i bambini. Chiama per nome ogni secrezione di basso profilo che fuoriesce dal nostro corpo, esattamente come fanno i medici. Un Maestro.

Tornando all’argomento di questo post, che con buona probabilità farà storcere il naso a qualcuno come si potesse annusarne l’essenza, la cacca è molto importante nella nostra vita, ammettiamolo: le feci sono il prodotto finale della digestione, che per tutti pare essere nobile solo fino a quando si svolge dalle parti dello stomaco. Quando inizia ad essere coinvolto l’intestino, diventa una faccenda dai contorni omertosi. Pensate a come si vive male quando si è, per esempio, stitici, oppure au contraire quando c’è malauguratamente una sovra-produzione, una peristalsi accelerata… tutti sanno di cosa parlo, è inutile negare. A questo punto credo sia chiara la vitalità dell’argomento.

Lo so, è un post un po’ sconclusionato. Posso solo rassicurarvi che non è dettato da personali problemi intestinali: da quelle parti va tutto bene, la produzione è regolare sia come quantità che qualità, se proprio ci tenete a saperlo. Recentemente ho persino ottenuto l’ISO9001:2000.

Un buon anno a tutti, pieno di salute e “naturale regolarità”.