Non c’è rosa senza spine

ParadiseCorner

 

Questo è un luogo ritagliato da una foto del Paradiso.

L’ansia di arrivare accelera i miei passi giù per la stretta strada, come se tenessi il fiato e in fondo al sentiero ci fosse il premio di poter respirare un paesaggio così intimamente familiare che vorresti gli scogli fossero la tua casa e la tua pelle, le chiome dei pini i tuoi capelli, l’incessante frinire delle cicale il tuo modo di fare le fusa al sole implacabile d’agosto, grida di gioia i versi goduti dei gabbiani. Il mare è una pietra smeraldo tagliata dal vento, puoi nuotare in un morbido frammento di vetro brillante tra piccoli pesci di cui non saprai mai il nome, desiderare le branchie per indugiare in amniotici volteggi subacquei. Nessun pensiero, solo qui e ora.

Oggi l’aria è calda e umida come quella di un forno appena cotto il pane, trascorro ore all’ombra in compagnia di John Fante, silenzioso narratore di grandi emozioni.

Devo forse espiare qualche peccato se questo angolo di Paradiso è funestato dalla presenza di un uomo talmente logorroico da farmi desiderare una momentanea sordità, o una provvidenziale mutazione genetica: palpebre nelle orecchie. Costui si nutre di timpani ansiosi di ascoltare noiosi racconti o perle di saggezza socio-politica, in un continuo sfoggio di cultura di cui vorrebbe si rimanesse impressionati. Dio, non lo sopporto. Sebbene siano ormai giorni che siamo coinquilini della terrazza ombrosa, l’unica disponibile sennò avrei già riparato le orecchie dall’ingiuria del suono di quella voce, evito accuratamente di guardarlo, non si sa mai che mi saluti: se questo tizio prende confidenza, addio! “La cacciata dal Paradiso”, una tragica evenienza che scanso dietro imperscrutabili occhiali scuri, cuffiette mp3, libri e un’espressione equivalente ad un cartello con su scritto “chi tocca muore”.

Costui è un uomo sessantenne, con una gran testa di capelli bianchi bisognosi di una spuntatina, il suo busto è un tubero bitorzoluto sul quale la pelle abbronzata pare drappeggiarsi mollemente come cera calda che cola, la schiena è molto curva e quasi sofferente, le braccia ciondolose come appendici semiatrofizzate; si muove cauto su caviglie di fragile cristallo, dall’ombra al sole, dal sole all’ombra, senza tregua ogni due minuti, anima in pena soprattutto quando è senza auditorio. Non si da pace ch’io non gli rivolga parola e mi faccia sostanzialmente i cazzi miei.

È un pezzo d’inferno nel mio paradiso. La mia insofferenza alle sue ciance si è acuita la mattina in cui mio malgrado sono stata testimone delle sue turbolenze intestinali: non fa il bagno perché ha paura di scivolare, ma dopo ogni doccia troneggia sulla terrazza appoggiato al parapetto e, guardando ispirato l’orizzonte, con nonchalance scoreggia come se fosse a casa sua. Il suono inconfondibile di una bandiera strapazzata da una raffica di Maestrale. Che uomo schifoso. E tu che eri li a gustarti gli odori dolci e caldi dell’estate, di fichi e di fiori, di pini e basilico, all’improvviso trattieni il respiro sperando che nulla giunga ai tuoi ricettori olfattivi. Vista, udito e olfatto sono a rischio stress con questo tizio che gironzola intorno al mio asciugamano.

Malauguratamente spesso qualcuno gli da corda, e allora parte con i suoi cavalli di battaglia: la Fiat che capitalizza i guadagni e divide con lo Stato le perdite (sai che novità), che disgrazia tutti questi immigrati, avevo un amico che commerciava in pietre preziose, che disastro i giovani solo tv e internet… e io che non prego mai sto cercando un accordo con Dio se me lo toglie di torno. Neanche gli U2 nell’mp3 sono sufficienti a coprire la sua voce, ha un timbro che sfugge al mio più classico rimedio: evento mai verificatosi prima nella lunga storia delle mie fughe dai suoni sgraditi. I giorni in cui ho esaurito le pile sono stati i più drammatici, a quel punto non resta che fare fagotto e trasferirsi al sole: meglio schiattare sotto i raggi ultravioletti che dover fare il pieno di minchiate, enunciate con voce impostata da attore di teatro vecchia maniera, suadente in modo stucchevole, alla disperata ricerca di un pubblico da ammaliare.

Fiera della mia vena selvatica, imperterrita mi comporto come se non ci fosse: vista da fuori devo essere un’odiosa snob, ma chissenefrega. Magari gli sto così sulle balle che ha scritto un post sul suo blog sulla mia faccia-da-culo, e quanto gli stanno sulle balle le persone che non danno confidenza e non apprezzano il peto-libero come stile di vita all’aria aperta.

Forse per depistare l’olfatto, fuma pestiferi sigarilli, il che me lo rende ancora più odioso.

Lo immagino celibe, mai sposato. In gioventù probabilmente qualche donna è stata attratta dalla sua voce da doppiatore di Bogart, ma poi è fuggita di fronte alle correnti anomale che si producevano intorno a lui.

Questo stancacervelli è il classico tuttologo da spiaggia, passa con disinvoltura dai rimedi per le ustioni da medusa ai furti delle madonnine votive nelle nicchie del centro storico, ha un’opinione su tutto ed è ansioso che tu la conosca. Nessuno gli resiste, in breve le vittime che intercetta di passaggio prendono la fuga di una doccia, di un tuffo in mare, o quella risolutiva di casa. Solo io resisto imperterrita, stoica nella mia nuova abbronzatura dalla delicata tonalità “latte con un velo di cioccolato”: alle cinque lascio la postazione ombrosa e vado a sdraiarmi al sole, dopo pochi minuti Stancacervelli raccoglie le sue cose e se ne va. Sembra ci sia premeditazione in tutto ciò, come se il suo lavoro fosse rompere i coglioni a me.

Ma la tortura anche per oggi è finita, farò un tuffo nello smeraldo assaporando l’impagabile piacere del silenzio in fondo al mare.

 

 PiniMarattimi

 

 tardoPomeriggio

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Sapore d’estate

 

La mia estate quest’anno é cominciata tardi, da quindici giorni appena. Sono uscita da un forzato esilio tra i libri e le formule con la mia vecchia calcolatrice scientifica (comprata per l’esame di Fisica Tecnica e Impianti in un tempo talmente remoto da sembrare precedente alla Rivoluzione Industriale) e mi sono ritrovata in mezzo a gente abbronzata e vestiti leggeri. Bianca. Bianca come un cencio, che la mozzarella sarebbe una metafora troppo vivace. Mi son data un po’ da fare e adesso sfoggio un pallido segno del costume, ma come spesso succede con l’avanzare degli anni, non sopporto piú di stare al sole e vado al mare solo se ritagliarmi uno spazio per stare all’ombra, almeno la testa come fanno i gatti, che chiamali scemi. Oppure opto per l’ombrellone in toto, che chissenefrega dell’abbronzatura, mica posso schiattare. E poi non ho melanina, se la natura mi ha fatta cosí, perché insistere?

Pensavo a quanto mi piace l’estate, adoro anche questo caldo afoso, mi piace avere pochi vestiti addosso e scarpe leggere ai piedi. Se volete uccidermi, obbligatemi a vivere in un paese dove tutto questo non esiste.

D’estate il caldo acuisce tutti gli odori, buoni e cattivi, te li trovi nelle narci e richiamano insieme alla memoria tutte le estati della tua vita, dalla prima quando avevi solo sei mesi e giá ti nutrivi dell’energia di questa stagione, all’ultima quando sei scappata dal freddo di Dublino e scendendo dall’aereo hai sentito l’odore caldo della tua terra.

Penso agli odori dell’estate e mi vengono in mente il basilico, le piante di fico quando l’aria é rovente, il melone maturo, i pomodori finalmente profumati davvero, indigestioni di gelato, l’odore di mare pulito, quello dell’asfalto dopo un acquazzone, il sapore dei baci salati come cantava Gino Paoli, e poi il sapore della frutta estiva, e gli odori disgustosi di spazzatura che fermenta nei bidoni, di mare in bonaccia quando l’acqua é ferma come un lago e puzza di anguria marcia, e il tanfo di creme all’olio di cocco sulla spiaggia, e le ascelle bisognose di deodoranti; ma che dire di quelle due lucciole superstiti che si danno il cambio in tutta la Liguria sperando di non estinguersi completamente? E il cielo stellato, che come d’estate non ce n’é, e le stelle cadenti che i desideri non si avverano mai ma é bene averne sempre un mucchio, e uscire di casa senza niente addosso, la pelle piú morbida e liscia, di un colore che sa di salute anche se poi magari ti ritrovi con un migliaio di nei e lentiggini piú dell’anno prima; e le sagre, e i cinema all’aperto, i concerti, il frinire delle cicale, che immagino intente a sfregare qualcosa che, ci giurerei, a ottobre si é consumato ed é da buttar via (e poi dicono che non fanno un cazzo tutto il giorno), il suono delle onde del mare che si infrangono e la risacca, e quello dei piatti nelle case con le finestre spalancate che sanno di famiglia, ma ti prego abbassa il volume di quel cazzo di televisore.

D’estate sembra tutto piú vivo, peró dura troppo poco: il mio albicocco per esempio sta giá ingiallendo le foglie, indice che il culmine é giá passato e siamo in fase calante. Per farla durar per sempre, bisognerebbe prendere un volo di sola andata per un isola del sud, ma come qualunque saggio ben sa, per sentire il calore bisogna prima provare freddo.

 

 

 

 

Goodbye Dublin!

Sebbene la mia avventura a Dublino termini il 6 luglio scorso,in una notte buia e tempestosa, con un taxi che alle 4 del mattino mi ha portata in aeroporto sotto una pioggia alluvionale fredda e ventosa, di questo diario ne ho piene le balle. Mi sto annoiando a scriverlo, quindi è arrivato il momento di voltar pagina. È un peccato perché ci sarebbero ancora un mucchio di cose interessanti da raccontare, dalla gita a casa di Bono a Kiliney, alla visita del cimitero monumentale nel quale mi sono persa. Ma giuro non ne posso più. Così ho deciso di chiuderlo qui con una breve sintesi dell’esperienza:

 

  • la gente in Irlanda è realmente gentile, ospitale e premurosa, non è un luogo comune;
  • la terra è veramente verdissima e non hanno bisogno di sistemi di irrigazione;
  • le nuvole corrono veloci, dall’Atlantico verso Est, tutto il giorno scaricano acqua e solo la sera verso le otto, il cielo è sempre azzurro (Murphy è un nome irlandese?);
  • le previsioni del tempo sui giornali sono a dir poco ridicole. Bisogna avere un gran talento per inventarsi ogni giorno una previsione diversa quando il tempo invece è sempre la stessa schifezza. Un esempio di meteo letti sul mio free press del mattino:

         Windy with further showery rain;

         Cloudy with the slim chance of a shower;

         Heavy showers some thundery;

         Windy with showery rain, some heavy;

         Cool and breezy with scattered showers;

         Sunny spells and few heavy showers;

         Sunny spells. Clouding over later. Warmer. (+20°, io avrei detto less cool, not warmer);

         Cool, cloudy and rather windy. Heavy showers;

         Sunny spells and heavy, thundery showers;

         Cool and breezy with scattered showers

Non starò adesso a tradurre per coloro che non conoscono l’idioma, ma prego notare l’inquietante ripetizione della parola shower (acquazzone) e dei suoi derivati.

 

·         Ciononostante il cielo d’Irlanda è bellissimo;

·         in Italia tipicamente ogni farmacia ha la sua insegna al neon con il termometro, e in genere nelle nostre città c’è un’epidemia di termometri ovunque ti giri. In Irlanda no, non so se è perché è meglio non conoscere le deprimenti temperature oppure gli sbalzi sono talmente continui che i termometri si guasterebbero in un lampo;

·         gli irlandesi hanno un sistema di termoregolazione diverso dal nostro (dipende dalla Guinness);

·         gli irlandesi sono stati migranti per secoli, e ora che tutti vogliono vivere lì non se ne capacitano, ti guardano con espressione orgogliosa e stupefatta pensando “ma sei davvero sicuro che volevi atterrare qui con l’aereo?”;

·         alla domanda “quante birre al massimo hai tracannato in una sera?” uno dei miei teacher ha risposto 16. Per me sarebbe stato coma etilico alla quinta pinta;

·         i vestiti nei negozi sono orrendi, le scarpe un po’ meglio, soprattutto un paio di galoscie di plastica che costavano 120 euro;

·         gli uomini irlandesi separati, con quattro figli, sono un po’ impegnativi;

·         i dublinesi amano la scultura in modo tangibile in tutta la città. La pittura lascia alquanto a desiderare, eccezion fatta per Francis Bacon;

·         amano così tanto la scultura che i cimiteri sono come gallerie d’arte, mentre le aree dove sono sepolti i bambini ti spezzano il cuore perché sembrano kinderheim per bambini vivi;

·         non è simpatico perdersi in un vasto cimitero irlandese quando si appropinqua l’ora di chiusura dei cancelli;

·         non credete mai alle foto con cieli azzurri su l’Irlanda o su Dublino: non sono biechi fotomontaggi, ma provengono dall’abilità di un fotografo che ha catturato con un tempo di 1/6000 di secondo la fugace apparizione del blu;

·         le ragazze veramente irlandesi girano mezze nude anche con 12° gradi;

·         anche gli irlandesi hanno la fissa dell’abbronzatura: basta un timido sunny spell per farli fiondare su un prato in posizione orizzontale. Le ragazze usano abbondantemente i fondotinta e le creme autoabbronzanti, pare però che quelli di marca scadente si sciolgano sotto la pioggia (taxi driver dixit);

·         la maggior parte di turisti si infila in Temple Bar ed è sostanzialmente disinteressata alla cultura locale;

·         gli irlandesi sono gente musicale, imparano tutti a cantare e suonare da bambini;

·         dicono che Dublino è una delle capitali più costose d’Europa. Niente di più falso, Genova è più cara e non è neanche una capitale;

·         dopo aver letto sulle insegne delle ridicole “pluralizzazioni” di lemmi in italiano, come “pizzas” e “paninis”, mi sento ancor più autorizzata a eliminare la s del plurale quando utilizzo lemmi inglesi parlando in italiano;

·         infine una nota sulla Ryan Air: sullo schienale dei sedili ci sono le avvertenze in caso di atterraggio di emergenza: please notice, disfarsi di scarpe col tacco, collane, orecchini e dentiere.

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Domani, forse, le ultime foto.

Sabato 21 Giugno 2008

Oggi devo andare in centro per recuperare lo zaino prima che Simone parta per tornare in Germania.

Appena mi sveglio sento che fuori diluvia e purtroppo andrà avanti così per gran parte della giornata. Credo di avere a plenty of time e invece mi tocca correre sia per prendere la Dart a Raheny che per arrivare in Dame St.: gosh, sta diventando una fastidiosa consuetudine. Arrivo in ritardo di 7-8 minuti, tanto per non smentire che gli italiani sono sempre ritardatari, e proprio con una tedesca precisa come una bilancia Krups.

Recupero lo zaino, saluto Simone, che con buona probabilità non vedrò mai più, come tutte le persone che sto incontrando in questi giorni, ma magari ci scriveremo, così terrò vivo l’inglese e il contatto umano, che è stato positivo in queste due settimane.

Oggi me ne vado all’Irish Museum of Modern Art. La mia caviglia vorrebbe che prendessi un autobus, ma decido di andare a piedi perché dall’autobus non posso fare foto o dire all’autista di fermarsi dove decido io. Ci sono un mucchio di cose da vedere per arrivare fino al Museo, e non le voglio perdere.

La prima tappa è la chiesa di St. Audoen, poco oltre la Christ Church verso ovest: è un’antica chiesa, del XII secolo, anche se rimane ben poco di quel periodo. Trascorro molto tempo nel complesso medievale, e scatto pure qualche foto ma sempre senza flash. All’interno della chiesa è allestita una specie di mostra, in una bacheca c’è un curioso strumento per trapanare il cranio. Tempi duri per i pazienti, in cui era sconsigliabile ammalarsi. L’allestimento è molto d’effetto, mi piace un filmato proiettato su di un antico muro di pietra, evanescente, sembra di vedere le ombre dei frati che vanno e vengono. In un locale piccolo dal quale si accede alla torre c’è la Lucky Stone, del XI secolo: la leggenda vuole che i Dubliners la tocchino per propiziarsi la fortuna negli affari, così la tocco anch’io, giusto per scaramanzia, come mangiare le lenticchie il primo dell’anno. Bellissimo il sepolcro di due sposi, con le loro sembianze scolpite sulla pietra tombale, la guida parlava troppo veloce per il mio inglese, non ho capito chi fossero, di certo due persone importanti, mi fa tenerezza pensare al gesto d’amore di stare insieme per sempre.

Quando esco dalla chiesa ricomincia a piovere, in modo tropicale ma senza il vantaggio del caldo di quelle aree geografiche. Arrivo al all’Irish Museum of Modern Art (IMMA), ospitato nel secentesco Royal Hospital Kilmainham, che il fondo dei miei pantaloni è completamente zuppo, non posso neppure dire “pazienza, tanto è estate” (oggi è il Solstizio) perché qui la parola per me non ha lo stesso.

Very impressive la costruzione dell’Ospedale, destinato ai reduci di guerra (come l’Hotel des Invalides a Parigi) e costruito tra il 1680 e il 1684 (in soli 4 anni???). Anche il giardino all’italiana è molto bello, mi piace la scultura dell’elefante a gambe all’aria che si regge sulla proboscide, o lo strano coniglio davanti all’ingresso. Però quasi tutto quello che ho visto all’interno nelle sale espositive potrei liquidarlo con un verso internazionale: bleah! E dire che questo è il museo d’arte contemporanea più importante di tutta l’Irlanda. Due parole sull’arte moderna: il più delle volte mi fa abbastanza cagare, che lo so non si dovrebbe dire ma rende l’idea più di qualunque elaborata perifrasi. Detesto l’artista che vuol fare l’Artista a tutti i costi, stupire senza troppo sforzo, tanto nel moderno tutto è consentito perché non esiste più un linguaggio e vale tutto. È incredibile vedere quante “opere” appese sui muri di questo museo siano prodotti assolutamente insignificanti a cui è stata messa una bella cornice (a volte nemmeno quella, tanta è la presunzione). Ho visto cose sciatte, senza fantasia, banali, e devo dire che se non fosse per la bellezza dell’architettura del luogo e del giardino, beh certo non sarebbe valsa la pena arrivare fin qui sotto la pioggia. Se penso alle sensazioni di alcuni quadri visti alla Hugh Lane, questi sono davvero spazzatura, si salva poca roba e giuro non comprendo tutto il rilievo dato a queste cose.

Ma ci sono eccezioni e riesco di soppiatto a fotografarne una, perché è ovviamente vietato, una interessante composizione di un artista argentino.

Torno con calma verso il centro e mi fermo da Leo Burdock vicino alla Christ Church a comprare un cartoccio di patatine che mi farà perdere l’appetito per la cena. E ustionare la lingua. Sono buone, tagliate a mano, non le patatine tutte uguali dei fast food, questo è il migliore fish&chips della città! Appena le ho finite, per una misteriosa reazione chimica, ho una irresistibile voglia di cioccolato, ma non posso essere così crudele con il mio fegato e soprassiedo, scacciando il pensiero fisso di azzannare un Mars.

Decido di andare di nuovo a St. Stephen Green e gironzolo qua e la con la caviglia che implora di tornare a casa. Mi siedo qualche minuto davanti ad uno stagno a scrivere sms ma la musica molesta prodotta da un gruppo di ragazzini mi fa allontanare quasi subito.

Mi avvio al treno passando per Grafton Street, gremita di gente, nei negozi le donne hanno perso il controllo per l’inizio dei saldi: sbircio qua e là ma non mi piace niente, e mi domando quando diavolo si possa indossare roba così leggera visto che qui la sera ancora accendono il riscaldamento! Curioso: in città puoi vedere donne con i sandali infradito, ed altre indossare stivali invernali, persino una specie di moon boot di montone tipo squaw, per inciso davvero orrendi. Oppure gente col piumino ed altri in canottiera. Insomma che la termoregolazione è un fatto molto personale.

Prima di prendere il treno infliggo alla caviglia ancora un giro nei giardini del Trinity College, e poi via verso Tara Station. Arrivo a casa poco prima delle 18, doccia e a tavola: Vera mi ha preparato due pesci al forno davvero squisiti, verdure bollite e quella misteriosa zuppa di frutta. Infine una bella tisana di zenzero e limone.

Ora sono qui con il mio diario sulle gambe in camera mia, di fronte all’enorme finestra, e guardo le nuvole che corrono veloci, velocissime, sull’Irlanda (ma in effetti di lì a poco arriveranno in Inghilterra). Adesso non piove, c’è tanto azzurro, ma per domani è prevista burrasca, pioggia e vento.

Stasera vado al pub della Stazione con il simpatico Barry: hj una modesta beer-belly, per il resto non è male. Quattro figli a parte.

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Venerdì 20 Giugno 2008

Ridendo e scherzando sono già volate due settimane. Studiando, camminando, fotografando, nello sconcerto di questo clima assurdo. È strano tornare ad essere una studentessa, e agognare il venerdì. Certo anche nella vita di lavoratrice il venerdì ha il suo perché (lo stesso, identico).

Oggi pomeriggio non studio, ci sono un mucchio di frammenti azzurri sparsi in mezzo alle nuvole e me ne andrò un po’ a zonzo. Mangio con Simone e poi via verso la Dublin City Gallery The Hugh Lane. Può darsi che più tardi mi raggiunga Barry, se finisce presto di lavorare. Ci arrivo a piedi: l’edificio, Charlemont House, è appena sopra O’Connell St., in Parnell Square North, dove sono già passata ieri nel mio turist stroll. Mi piace camminare in O’Connell Street, è bellissima, ampia, luminosa, con tutte le sue statue, i palazzi maestosi, lo Spire, e una moltitudine di gente più o meno indaffarata. C’è un negozio per sposi con una orrenda insegna, talmente kitch che vale senz’altro la pena fotografare. 

Appena entrata nella Gallery rimango subito affascinata da alcuni quadri, sono di pittori irlandesi che non avevo mai sentito nominare, ma ce n’è anche uno bellissimo di un francese Henri Le Sidaner (1902), The Village Twilight,  che rimango a lungo a rimirare, trasmette in modo impressionante l’atmosfera del crepuscolo, le prime luci che si accendono nelle case e la gente che torna a casa; immagino anche il fattore peggiorativo dell’infame clima nordico e tutto si carica di sensazioni di fredda umidità. Altri pittori mi colpiscono lasciandomi a bocca aperta: attenzione, i miei sono solo giudizi emozionali, ma che dire di Mia figlia, di Jhon B.Yeats (Yates il vecchio) e altri suoi quadri? Senti le emozioni sui volti, sono palpitanti, come pure molti lavori di Walter Osborn qui esposti. Di fronte a due splendidi Frank O’Meara, Toward the Night and Winter e Study of an Old Woman, puoi realmente sentire il freddo vento entrare nelle ossa.

Guardando il cielo immenso e nuvoloso di un Wilson Steer ho pensato alla diversità di consumo dei colori tra i pittori italiani e quelli irlandesi: qui usavano molto più bianco e nero, e noi invece l’azzurro e i colori caldi delle terre.

È incredibile come certi quadri possano toccarti corde emotive, e per contro una moltitudine di altre opere sono come muti, noiosi esercizi di stile. Mi affascinano molto anche quegli spot di luce su pezzi di vita quotidiana lontani cento anni, o giù di lì.

In fondo alla Gallery c’è l’area dedicata a Francis Bacon, un altro illustre dublinese che partì e non fece più ritorno in Irlanda, ma che viene comunque qui venerato. Bacon è uno dei miei pittori contemporanei preferiti, ma le poche opere qui esposte non mi paiono certo il suo meglio: due pezzi sono belli, c’è dentro tutto il suo senso di sfuggevolezza e movimento. C’è una curiosa ricostruzione del suo studio che si può tranquillamente definire “un gran casino”. Ecco, lo amo ancora di più, io che non so riesco a governare il disordine, e mi faccio sopraffare dall’ordine naturale delle cose: il caos. C’è una sua frase su un muro che dice:

 

If I did have to leave and went into a new room, in a week’s time the things would be in chaos

(se dovessi partire e andare in una nuova stanza, nel tempo di una settimana le cose sarebbero nel caos).

 

F.Bacon faceva curiosamente test del colore dappertutto: sui muri, sulle porte, gli stipiti, i giornali in terra, in mezzo a latte di colore e vasi stipati di pennelli. Un macello. È sorprendentemente vitale, lo sento vicino, una comunione di caos. Ogni tanto cerco di combattere il disordine, ma so che sono battaglie perse e quando mi arrendo si manifesta un sentimento di sollievo e accettazione della mia natura.

Oggi ho avuto la fortuna di girare tra i quadri praticamente da sola e con l’accompagnamento di una pianista che dal vivo suonava in modo eccelso: che idea grandiosa, eh? Musica e pittura, fantastico.

Barry arriva che ho ormai finito il giro e sto comprando alcune cartoline ricordo dei quadri che preferisco. Abbiamo solo il tempo di prendere un caffè al bar della galleria, poi deve scappare a prendere due figli dal dentista. Forse domani sera ci vediamo di nuovo al  pub di Raheny vicino alla stazione.

Soddisfatta esco dalla Gallery, maybe ci tornerò il 26 p.v. per la cerimonia del Centenario della Galleria, così potrò vedere anche le sale che oggi sono chiuse per l’allestimento.

Faccio a ritroso un percorso segnalato dalla Lonely Planet ma non è niente di che, devo dire che non è neppure la prima volta che la guida mi delude. Entro un attimo nella chiesa di St. Mary Cathedral per verificare il pessimo giudizio dato dalla Lonely: confermo, è tutto vero. Come può essere questa cosa la cattedrale cattolica di Dublino? Se non fosse per l’aria satura di incenso non sembrerebbe neanche una chiesa: è un’apoteosi di colonne doriche tozze e scanalate, senza lo straccio di un basamento, mi pare tutto sproporzionato e goffo, un’orrenda interpretazione di un malinteso gusto classico. Ciliegina sulla torta: il pavimento è rivestito di tessere quadrate tipo piscina comunale. La tiriamo giù, che dite?

Scorazzo per le strade attigue a caccia di ingressi di epoca georgiana, mi soffermo su alcuni balconi-graticola tipici di queste dimore, che praticamente non servono a niente (tanto che ci vai a fare sul balcone se piove sempre?). Scatto foto in giro sottoutilizzando la Coolpix di cui non ho ancora letto le istruzioni. Faccio un  salto agli stagni di St. Stephen Green per immortalare due o tre paperette e poi alle 18 sono al pub di Simone. Stasera non torno a casa per cena, mangio con lei nel suo albergo in Dame St., davanti alla scuola, così poi le lascio lo zaino in camera e non me lo devo portar dietro tutta la sera.

Ci sediamo dentro e prendo un fresh cod con chips con una salsina assurda che in Italia non mangerei neanche se mi puntassero una pistola alla tempia, ma qua ormai sono allo sbando alimentare e chissenefrega, innaffio pure tutto con una pinta di rossa. Mangiamo e chiacchieriamo, alle 19:45 abbiamo appuntamento con un gruppo organizzato dalla scuola per andare a vedere uno spettacolo di danze irlandesi. Non sappiamo nulla in merito, solo che abbiamo sganciato 9 € praticamente a scatola chiusa. Ben presto la serata si rivela un totale disastro, così la prossima volta imparo a non chiedere info per timore di non sapermi esprimere o non comprendere la risposta.

Partiamo tardi a causa di alcuni ritardatari e poi via con le sorpresone:

– SORPRESA N.1: lo spettacolo è a Seapoint, sulla costa a sud di Dublino, ci si arriva con la Dart, ovviamente a carico nostro;

– SORPRESA N.2: il tizio della scuola che ci accompagna non ha idea di cosa si vada a fare là, o non lo vuol dire, e non conosce la strada. Ha una piantina ma non la sa leggere, arrivati a Seapoint zigzaghiamo come deficienti per un po’, ma sperando che lo spettacolo meriti accettiamo di buon grado la fatica di arrivare;

– SORPRESA N.3: lo spettacolo lo dobbiamo fare noi. Senza saperlo abbiamo comprato una lezione di Irish Dancing with Ceoltas Ceoltori Eireann: non c’è nessun professionista, solo una specie di palestra/teatro (un centro culturale locale?) con una “band” che suona, una gran puzza d’ascella nell’aere, un anziano “esperto” di danza che con un microfono da il ritmo e suggerisce le direzioni, e frotte di giovani irlandesi ansiosi di imparare. Gosh! O meglio: cazzo! I want my money back!!! Con la caviglia che mi ritrovo non posso rischiare di ballare in questa folla di scalmanati che saltano come grilli. ‘Fanculo alla scuola, e a me che non ho chiesto cos’era prima di prenotare. Sicuro che se fossi rimasta in città potevo ascoltare ottima musica irish in qualche pub senza perdere un’ora per andare e tornare da Seapoint. Il peggio è che quando torno a casa è troppo tardi per ritirare il mio zaino nell’albergo di Dame St., rischierei di perdere l’ultima Dart. Così domani mattina dovrò venire presto in centro, prima che Simone parta.

         Insomma: serata di merda. Arrivo a casa stanchissima, accendo la coperta elettrica qualche minuto e spengo la luce.

Se non fosse stato per i meravigliosi quadri ammirati alla Hugh Lane potrei definirlo un fucking day.

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Giovedì 19 Giugno 2008

HenriettaStHouse10La mattina quando suona la sveglia comincio ad essere un po’ stressata. Gosh, a volte devo ricordarmi che non sono una vera studentessa, I’m on holiday! I ritmi sono serrati, sveglia, colazione, corri al treno, 4h di lezione, mangia, torna a scuola, studia, salta sul treno, cena, un po’ di studio, e diario. BASTAAAA! Oggi ho deciso che io e la Coolpix ce ne andiamo in giro a vedere bei posti e fare foto.

Ho finito di studiare alle 4:45, ho preso direzione North Side, passando prima per Temple Bar, poi Henry Street. Allontanandomi dal centro le strade hanno cominciato ad allargarsi, i pub a rarefarsi e tutto sembrava diventare più sciatto e periferico, quando ho scoperto un vero tesoro di Dublino: Henrietta Street. La strada fu costruita nel 1720, doveva essere un quartiere per ricconi del tempo (epoca georgiana, come tutta la città storica). Oggi è piuttosto in declino ma giuro è da togliere il fiato, soprattutto perché ho avuto l’impagabile fortuna di incontrare un signore che trafficava avanti e indietro (forse traslocava, ma non sono riuscita a capire se le cose le portava dentro o fuori). Mi ha chiesto se volevo entrare a guardare. Ho accettato con la mia solita incoscienza (come con il passaggio in auto offertomi da quel altro mastodontico Irish, quando ho preso la Dart che non fermava a Raheny, 8 giorni fa), ma mi è andata di nuovo bene perché era un Gigante Buono, ed ho potuto vedere coi miei occhi degli interni georgiani incredibili, meravigliosi, caldi, stupefacenti, pieni di storia e di vita delle persone che ci hanno abitato. È un peccato che il mio inglese sia inadatto a fare una vera conversazione con qualcuno che non abbia tempo da perdere (balbetto e ricorro spesso al dizionario tascabile, decuplicando i tempi standard di comunicazione), avrei voluto fare un mucchio di domande a quel uomo: ho compreso solo che le case di Henirietta St. 15 anni fa avevano un prezzo ridicolo, mentre adesso sono vendute a cifre stratosferiche, ho afferrato “thousand million”, e mi sembra che ci siano già abbastanza zeri da far girar la testa. Sono uscita da quella bellissima casa col cuore allegro, sorpreso, felice e grato a queste persone così gentili che mi capita d’incontrare, e vorrei che succedesse anche in Italia, ma non è nostro costume, e ammiro ancora di più questa gente d’Irlanda.

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Qualche centinaio di metri più avanti mi ha fermata un pensionato, vecchio e sdentato, mi ha vista con una cartina in mano e voleva avvertirmi che la via aveva un nome diverso prima. Abbiamo fatto due chiacchiere, mi ha anche consigliata di andare in un bel posto, dove poi ho scattato un po’ di foto alle note porte colorate georgiane, nei dintorni di Mountjoy Square: i giardini sono bruttarelli ma gli edifici assai pregevoli. Sono passata davanti alla St.George’s Church scattando qualche pics, ho fatto qualche centinaio di metri in più per aver sbagliato strada (ho preso Upper Gardinier St. invece di Gardinier Pl.), giunta al Garden of Remembrance ho fotografato una bella scultura e frammenti di  blu nel cielo, che nell’ultima settimana è stato parecchio grigio e piovoso. E poi giù per O’Connell St., che ora capisco perché mi fa male la caviglia, ho macinato 2 ore di stroll. Un po’ di foto allo Spire (3m di diametro e 120m di altezza) che l’architetto Ian Ritchie potrebbe aver copiato dal mio progetto per un concorso internazionale di idee del 1999…

Sono arrivata a casa alle 19.15,  ho mangiato con Vera senza Kyoko, che stasera è fuori a cena; poi le ho fatto vedere le foto scattate sul display della Coolpix e, figura di merda, ha visto che ho fotografato – senza chiedere il permesso- la sua foto dove c’è il figlio con la nuora, Geldof, Blair e Bono. Terra inghiottimi.

Domani finisco la mia seconda settimana di scuola. Sono stanca, l’inglese stagna, non vedo miglioramenti.

It’s time I turned the light off, sweet dreams!

Milano2Milano 1999: il mio "Spire" (progettato con una collega)