Come nasce un quadro

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Finalmente ho finito l’olio che ho cominciato ad agosto. Era l’8 agosto per la precisione, e l’ho finito l’8 febbraio. In realtà ci ho lavorato solo 4 giorni in totale, come si può vedere dalle foto che rappresentano le evoluzioni del lavoro. Fa parte della serie “Coluds over Dublin”, ma questo ha come sottotitolo “Up towards a short sunny spell”. Ricordo ancora bene quanto tempo ho passato col naso per aria a guardare le nuvole come un bambino, sorpresa dei mille giochi di luci, ombre, sofficità leggera e veloce delle nuvole inclementi di Dublino.

Qui di seguito le foto delle fasi a ritroso, per la curiosità di quelli che a volte mi chiedono come nasce un quadro.

Dalla fase 4 alla fase 1, ovvero lo sgomento di fronte alla tela bianca

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Goodbye Dublin!

Sebbene la mia avventura a Dublino termini il 6 luglio scorso,in una notte buia e tempestosa, con un taxi che alle 4 del mattino mi ha portata in aeroporto sotto una pioggia alluvionale fredda e ventosa, di questo diario ne ho piene le balle. Mi sto annoiando a scriverlo, quindi è arrivato il momento di voltar pagina. È un peccato perché ci sarebbero ancora un mucchio di cose interessanti da raccontare, dalla gita a casa di Bono a Kiliney, alla visita del cimitero monumentale nel quale mi sono persa. Ma giuro non ne posso più. Così ho deciso di chiuderlo qui con una breve sintesi dell’esperienza:

 

  • la gente in Irlanda è realmente gentile, ospitale e premurosa, non è un luogo comune;
  • la terra è veramente verdissima e non hanno bisogno di sistemi di irrigazione;
  • le nuvole corrono veloci, dall’Atlantico verso Est, tutto il giorno scaricano acqua e solo la sera verso le otto, il cielo è sempre azzurro (Murphy è un nome irlandese?);
  • le previsioni del tempo sui giornali sono a dir poco ridicole. Bisogna avere un gran talento per inventarsi ogni giorno una previsione diversa quando il tempo invece è sempre la stessa schifezza. Un esempio di meteo letti sul mio free press del mattino:

         Windy with further showery rain;

         Cloudy with the slim chance of a shower;

         Heavy showers some thundery;

         Windy with showery rain, some heavy;

         Cool and breezy with scattered showers;

         Sunny spells and few heavy showers;

         Sunny spells. Clouding over later. Warmer. (+20°, io avrei detto less cool, not warmer);

         Cool, cloudy and rather windy. Heavy showers;

         Sunny spells and heavy, thundery showers;

         Cool and breezy with scattered showers

Non starò adesso a tradurre per coloro che non conoscono l’idioma, ma prego notare l’inquietante ripetizione della parola shower (acquazzone) e dei suoi derivati.

 

·         Ciononostante il cielo d’Irlanda è bellissimo;

·         in Italia tipicamente ogni farmacia ha la sua insegna al neon con il termometro, e in genere nelle nostre città c’è un’epidemia di termometri ovunque ti giri. In Irlanda no, non so se è perché è meglio non conoscere le deprimenti temperature oppure gli sbalzi sono talmente continui che i termometri si guasterebbero in un lampo;

·         gli irlandesi hanno un sistema di termoregolazione diverso dal nostro (dipende dalla Guinness);

·         gli irlandesi sono stati migranti per secoli, e ora che tutti vogliono vivere lì non se ne capacitano, ti guardano con espressione orgogliosa e stupefatta pensando “ma sei davvero sicuro che volevi atterrare qui con l’aereo?”;

·         alla domanda “quante birre al massimo hai tracannato in una sera?” uno dei miei teacher ha risposto 16. Per me sarebbe stato coma etilico alla quinta pinta;

·         i vestiti nei negozi sono orrendi, le scarpe un po’ meglio, soprattutto un paio di galoscie di plastica che costavano 120 euro;

·         gli uomini irlandesi separati, con quattro figli, sono un po’ impegnativi;

·         i dublinesi amano la scultura in modo tangibile in tutta la città. La pittura lascia alquanto a desiderare, eccezion fatta per Francis Bacon;

·         amano così tanto la scultura che i cimiteri sono come gallerie d’arte, mentre le aree dove sono sepolti i bambini ti spezzano il cuore perché sembrano kinderheim per bambini vivi;

·         non è simpatico perdersi in un vasto cimitero irlandese quando si appropinqua l’ora di chiusura dei cancelli;

·         non credete mai alle foto con cieli azzurri su l’Irlanda o su Dublino: non sono biechi fotomontaggi, ma provengono dall’abilità di un fotografo che ha catturato con un tempo di 1/6000 di secondo la fugace apparizione del blu;

·         le ragazze veramente irlandesi girano mezze nude anche con 12° gradi;

·         anche gli irlandesi hanno la fissa dell’abbronzatura: basta un timido sunny spell per farli fiondare su un prato in posizione orizzontale. Le ragazze usano abbondantemente i fondotinta e le creme autoabbronzanti, pare però che quelli di marca scadente si sciolgano sotto la pioggia (taxi driver dixit);

·         la maggior parte di turisti si infila in Temple Bar ed è sostanzialmente disinteressata alla cultura locale;

·         gli irlandesi sono gente musicale, imparano tutti a cantare e suonare da bambini;

·         dicono che Dublino è una delle capitali più costose d’Europa. Niente di più falso, Genova è più cara e non è neanche una capitale;

·         dopo aver letto sulle insegne delle ridicole “pluralizzazioni” di lemmi in italiano, come “pizzas” e “paninis”, mi sento ancor più autorizzata a eliminare la s del plurale quando utilizzo lemmi inglesi parlando in italiano;

·         infine una nota sulla Ryan Air: sullo schienale dei sedili ci sono le avvertenze in caso di atterraggio di emergenza: please notice, disfarsi di scarpe col tacco, collane, orecchini e dentiere.

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Domani, forse, le ultime foto.

Sabato 21 Giugno 2008

Oggi devo andare in centro per recuperare lo zaino prima che Simone parta per tornare in Germania.

Appena mi sveglio sento che fuori diluvia e purtroppo andrà avanti così per gran parte della giornata. Credo di avere a plenty of time e invece mi tocca correre sia per prendere la Dart a Raheny che per arrivare in Dame St.: gosh, sta diventando una fastidiosa consuetudine. Arrivo in ritardo di 7-8 minuti, tanto per non smentire che gli italiani sono sempre ritardatari, e proprio con una tedesca precisa come una bilancia Krups.

Recupero lo zaino, saluto Simone, che con buona probabilità non vedrò mai più, come tutte le persone che sto incontrando in questi giorni, ma magari ci scriveremo, così terrò vivo l’inglese e il contatto umano, che è stato positivo in queste due settimane.

Oggi me ne vado all’Irish Museum of Modern Art. La mia caviglia vorrebbe che prendessi un autobus, ma decido di andare a piedi perché dall’autobus non posso fare foto o dire all’autista di fermarsi dove decido io. Ci sono un mucchio di cose da vedere per arrivare fino al Museo, e non le voglio perdere.

La prima tappa è la chiesa di St. Audoen, poco oltre la Christ Church verso ovest: è un’antica chiesa, del XII secolo, anche se rimane ben poco di quel periodo. Trascorro molto tempo nel complesso medievale, e scatto pure qualche foto ma sempre senza flash. All’interno della chiesa è allestita una specie di mostra, in una bacheca c’è un curioso strumento per trapanare il cranio. Tempi duri per i pazienti, in cui era sconsigliabile ammalarsi. L’allestimento è molto d’effetto, mi piace un filmato proiettato su di un antico muro di pietra, evanescente, sembra di vedere le ombre dei frati che vanno e vengono. In un locale piccolo dal quale si accede alla torre c’è la Lucky Stone, del XI secolo: la leggenda vuole che i Dubliners la tocchino per propiziarsi la fortuna negli affari, così la tocco anch’io, giusto per scaramanzia, come mangiare le lenticchie il primo dell’anno. Bellissimo il sepolcro di due sposi, con le loro sembianze scolpite sulla pietra tombale, la guida parlava troppo veloce per il mio inglese, non ho capito chi fossero, di certo due persone importanti, mi fa tenerezza pensare al gesto d’amore di stare insieme per sempre.

Quando esco dalla chiesa ricomincia a piovere, in modo tropicale ma senza il vantaggio del caldo di quelle aree geografiche. Arrivo al all’Irish Museum of Modern Art (IMMA), ospitato nel secentesco Royal Hospital Kilmainham, che il fondo dei miei pantaloni è completamente zuppo, non posso neppure dire “pazienza, tanto è estate” (oggi è il Solstizio) perché qui la parola per me non ha lo stesso.

Very impressive la costruzione dell’Ospedale, destinato ai reduci di guerra (come l’Hotel des Invalides a Parigi) e costruito tra il 1680 e il 1684 (in soli 4 anni???). Anche il giardino all’italiana è molto bello, mi piace la scultura dell’elefante a gambe all’aria che si regge sulla proboscide, o lo strano coniglio davanti all’ingresso. Però quasi tutto quello che ho visto all’interno nelle sale espositive potrei liquidarlo con un verso internazionale: bleah! E dire che questo è il museo d’arte contemporanea più importante di tutta l’Irlanda. Due parole sull’arte moderna: il più delle volte mi fa abbastanza cagare, che lo so non si dovrebbe dire ma rende l’idea più di qualunque elaborata perifrasi. Detesto l’artista che vuol fare l’Artista a tutti i costi, stupire senza troppo sforzo, tanto nel moderno tutto è consentito perché non esiste più un linguaggio e vale tutto. È incredibile vedere quante “opere” appese sui muri di questo museo siano prodotti assolutamente insignificanti a cui è stata messa una bella cornice (a volte nemmeno quella, tanta è la presunzione). Ho visto cose sciatte, senza fantasia, banali, e devo dire che se non fosse per la bellezza dell’architettura del luogo e del giardino, beh certo non sarebbe valsa la pena arrivare fin qui sotto la pioggia. Se penso alle sensazioni di alcuni quadri visti alla Hugh Lane, questi sono davvero spazzatura, si salva poca roba e giuro non comprendo tutto il rilievo dato a queste cose.

Ma ci sono eccezioni e riesco di soppiatto a fotografarne una, perché è ovviamente vietato, una interessante composizione di un artista argentino.

Torno con calma verso il centro e mi fermo da Leo Burdock vicino alla Christ Church a comprare un cartoccio di patatine che mi farà perdere l’appetito per la cena. E ustionare la lingua. Sono buone, tagliate a mano, non le patatine tutte uguali dei fast food, questo è il migliore fish&chips della città! Appena le ho finite, per una misteriosa reazione chimica, ho una irresistibile voglia di cioccolato, ma non posso essere così crudele con il mio fegato e soprassiedo, scacciando il pensiero fisso di azzannare un Mars.

Decido di andare di nuovo a St. Stephen Green e gironzolo qua e la con la caviglia che implora di tornare a casa. Mi siedo qualche minuto davanti ad uno stagno a scrivere sms ma la musica molesta prodotta da un gruppo di ragazzini mi fa allontanare quasi subito.

Mi avvio al treno passando per Grafton Street, gremita di gente, nei negozi le donne hanno perso il controllo per l’inizio dei saldi: sbircio qua e là ma non mi piace niente, e mi domando quando diavolo si possa indossare roba così leggera visto che qui la sera ancora accendono il riscaldamento! Curioso: in città puoi vedere donne con i sandali infradito, ed altre indossare stivali invernali, persino una specie di moon boot di montone tipo squaw, per inciso davvero orrendi. Oppure gente col piumino ed altri in canottiera. Insomma che la termoregolazione è un fatto molto personale.

Prima di prendere il treno infliggo alla caviglia ancora un giro nei giardini del Trinity College, e poi via verso Tara Station. Arrivo a casa poco prima delle 18, doccia e a tavola: Vera mi ha preparato due pesci al forno davvero squisiti, verdure bollite e quella misteriosa zuppa di frutta. Infine una bella tisana di zenzero e limone.

Ora sono qui con il mio diario sulle gambe in camera mia, di fronte all’enorme finestra, e guardo le nuvole che corrono veloci, velocissime, sull’Irlanda (ma in effetti di lì a poco arriveranno in Inghilterra). Adesso non piove, c’è tanto azzurro, ma per domani è prevista burrasca, pioggia e vento.

Stasera vado al pub della Stazione con il simpatico Barry: hj una modesta beer-belly, per il resto non è male. Quattro figli a parte.

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Venerdì 20 Giugno 2008

Ridendo e scherzando sono già volate due settimane. Studiando, camminando, fotografando, nello sconcerto di questo clima assurdo. È strano tornare ad essere una studentessa, e agognare il venerdì. Certo anche nella vita di lavoratrice il venerdì ha il suo perché (lo stesso, identico).

Oggi pomeriggio non studio, ci sono un mucchio di frammenti azzurri sparsi in mezzo alle nuvole e me ne andrò un po’ a zonzo. Mangio con Simone e poi via verso la Dublin City Gallery The Hugh Lane. Può darsi che più tardi mi raggiunga Barry, se finisce presto di lavorare. Ci arrivo a piedi: l’edificio, Charlemont House, è appena sopra O’Connell St., in Parnell Square North, dove sono già passata ieri nel mio turist stroll. Mi piace camminare in O’Connell Street, è bellissima, ampia, luminosa, con tutte le sue statue, i palazzi maestosi, lo Spire, e una moltitudine di gente più o meno indaffarata. C’è un negozio per sposi con una orrenda insegna, talmente kitch che vale senz’altro la pena fotografare. 

Appena entrata nella Gallery rimango subito affascinata da alcuni quadri, sono di pittori irlandesi che non avevo mai sentito nominare, ma ce n’è anche uno bellissimo di un francese Henri Le Sidaner (1902), The Village Twilight,  che rimango a lungo a rimirare, trasmette in modo impressionante l’atmosfera del crepuscolo, le prime luci che si accendono nelle case e la gente che torna a casa; immagino anche il fattore peggiorativo dell’infame clima nordico e tutto si carica di sensazioni di fredda umidità. Altri pittori mi colpiscono lasciandomi a bocca aperta: attenzione, i miei sono solo giudizi emozionali, ma che dire di Mia figlia, di Jhon B.Yeats (Yates il vecchio) e altri suoi quadri? Senti le emozioni sui volti, sono palpitanti, come pure molti lavori di Walter Osborn qui esposti. Di fronte a due splendidi Frank O’Meara, Toward the Night and Winter e Study of an Old Woman, puoi realmente sentire il freddo vento entrare nelle ossa.

Guardando il cielo immenso e nuvoloso di un Wilson Steer ho pensato alla diversità di consumo dei colori tra i pittori italiani e quelli irlandesi: qui usavano molto più bianco e nero, e noi invece l’azzurro e i colori caldi delle terre.

È incredibile come certi quadri possano toccarti corde emotive, e per contro una moltitudine di altre opere sono come muti, noiosi esercizi di stile. Mi affascinano molto anche quegli spot di luce su pezzi di vita quotidiana lontani cento anni, o giù di lì.

In fondo alla Gallery c’è l’area dedicata a Francis Bacon, un altro illustre dublinese che partì e non fece più ritorno in Irlanda, ma che viene comunque qui venerato. Bacon è uno dei miei pittori contemporanei preferiti, ma le poche opere qui esposte non mi paiono certo il suo meglio: due pezzi sono belli, c’è dentro tutto il suo senso di sfuggevolezza e movimento. C’è una curiosa ricostruzione del suo studio che si può tranquillamente definire “un gran casino”. Ecco, lo amo ancora di più, io che non so riesco a governare il disordine, e mi faccio sopraffare dall’ordine naturale delle cose: il caos. C’è una sua frase su un muro che dice:

 

If I did have to leave and went into a new room, in a week’s time the things would be in chaos

(se dovessi partire e andare in una nuova stanza, nel tempo di una settimana le cose sarebbero nel caos).

 

F.Bacon faceva curiosamente test del colore dappertutto: sui muri, sulle porte, gli stipiti, i giornali in terra, in mezzo a latte di colore e vasi stipati di pennelli. Un macello. È sorprendentemente vitale, lo sento vicino, una comunione di caos. Ogni tanto cerco di combattere il disordine, ma so che sono battaglie perse e quando mi arrendo si manifesta un sentimento di sollievo e accettazione della mia natura.

Oggi ho avuto la fortuna di girare tra i quadri praticamente da sola e con l’accompagnamento di una pianista che dal vivo suonava in modo eccelso: che idea grandiosa, eh? Musica e pittura, fantastico.

Barry arriva che ho ormai finito il giro e sto comprando alcune cartoline ricordo dei quadri che preferisco. Abbiamo solo il tempo di prendere un caffè al bar della galleria, poi deve scappare a prendere due figli dal dentista. Forse domani sera ci vediamo di nuovo al  pub di Raheny vicino alla stazione.

Soddisfatta esco dalla Gallery, maybe ci tornerò il 26 p.v. per la cerimonia del Centenario della Galleria, così potrò vedere anche le sale che oggi sono chiuse per l’allestimento.

Faccio a ritroso un percorso segnalato dalla Lonely Planet ma non è niente di che, devo dire che non è neppure la prima volta che la guida mi delude. Entro un attimo nella chiesa di St. Mary Cathedral per verificare il pessimo giudizio dato dalla Lonely: confermo, è tutto vero. Come può essere questa cosa la cattedrale cattolica di Dublino? Se non fosse per l’aria satura di incenso non sembrerebbe neanche una chiesa: è un’apoteosi di colonne doriche tozze e scanalate, senza lo straccio di un basamento, mi pare tutto sproporzionato e goffo, un’orrenda interpretazione di un malinteso gusto classico. Ciliegina sulla torta: il pavimento è rivestito di tessere quadrate tipo piscina comunale. La tiriamo giù, che dite?

Scorazzo per le strade attigue a caccia di ingressi di epoca georgiana, mi soffermo su alcuni balconi-graticola tipici di queste dimore, che praticamente non servono a niente (tanto che ci vai a fare sul balcone se piove sempre?). Scatto foto in giro sottoutilizzando la Coolpix di cui non ho ancora letto le istruzioni. Faccio un  salto agli stagni di St. Stephen Green per immortalare due o tre paperette e poi alle 18 sono al pub di Simone. Stasera non torno a casa per cena, mangio con lei nel suo albergo in Dame St., davanti alla scuola, così poi le lascio lo zaino in camera e non me lo devo portar dietro tutta la sera.

Ci sediamo dentro e prendo un fresh cod con chips con una salsina assurda che in Italia non mangerei neanche se mi puntassero una pistola alla tempia, ma qua ormai sono allo sbando alimentare e chissenefrega, innaffio pure tutto con una pinta di rossa. Mangiamo e chiacchieriamo, alle 19:45 abbiamo appuntamento con un gruppo organizzato dalla scuola per andare a vedere uno spettacolo di danze irlandesi. Non sappiamo nulla in merito, solo che abbiamo sganciato 9 € praticamente a scatola chiusa. Ben presto la serata si rivela un totale disastro, così la prossima volta imparo a non chiedere info per timore di non sapermi esprimere o non comprendere la risposta.

Partiamo tardi a causa di alcuni ritardatari e poi via con le sorpresone:

– SORPRESA N.1: lo spettacolo è a Seapoint, sulla costa a sud di Dublino, ci si arriva con la Dart, ovviamente a carico nostro;

– SORPRESA N.2: il tizio della scuola che ci accompagna non ha idea di cosa si vada a fare là, o non lo vuol dire, e non conosce la strada. Ha una piantina ma non la sa leggere, arrivati a Seapoint zigzaghiamo come deficienti per un po’, ma sperando che lo spettacolo meriti accettiamo di buon grado la fatica di arrivare;

– SORPRESA N.3: lo spettacolo lo dobbiamo fare noi. Senza saperlo abbiamo comprato una lezione di Irish Dancing with Ceoltas Ceoltori Eireann: non c’è nessun professionista, solo una specie di palestra/teatro (un centro culturale locale?) con una “band” che suona, una gran puzza d’ascella nell’aere, un anziano “esperto” di danza che con un microfono da il ritmo e suggerisce le direzioni, e frotte di giovani irlandesi ansiosi di imparare. Gosh! O meglio: cazzo! I want my money back!!! Con la caviglia che mi ritrovo non posso rischiare di ballare in questa folla di scalmanati che saltano come grilli. ‘Fanculo alla scuola, e a me che non ho chiesto cos’era prima di prenotare. Sicuro che se fossi rimasta in città potevo ascoltare ottima musica irish in qualche pub senza perdere un’ora per andare e tornare da Seapoint. Il peggio è che quando torno a casa è troppo tardi per ritirare il mio zaino nell’albergo di Dame St., rischierei di perdere l’ultima Dart. Così domani mattina dovrò venire presto in centro, prima che Simone parta.

         Insomma: serata di merda. Arrivo a casa stanchissima, accendo la coperta elettrica qualche minuto e spengo la luce.

Se non fosse stato per i meravigliosi quadri ammirati alla Hugh Lane potrei definirlo un fucking day.

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Giovedì 19 Giugno 2008

HenriettaStHouse10La mattina quando suona la sveglia comincio ad essere un po’ stressata. Gosh, a volte devo ricordarmi che non sono una vera studentessa, I’m on holiday! I ritmi sono serrati, sveglia, colazione, corri al treno, 4h di lezione, mangia, torna a scuola, studia, salta sul treno, cena, un po’ di studio, e diario. BASTAAAA! Oggi ho deciso che io e la Coolpix ce ne andiamo in giro a vedere bei posti e fare foto.

Ho finito di studiare alle 4:45, ho preso direzione North Side, passando prima per Temple Bar, poi Henry Street. Allontanandomi dal centro le strade hanno cominciato ad allargarsi, i pub a rarefarsi e tutto sembrava diventare più sciatto e periferico, quando ho scoperto un vero tesoro di Dublino: Henrietta Street. La strada fu costruita nel 1720, doveva essere un quartiere per ricconi del tempo (epoca georgiana, come tutta la città storica). Oggi è piuttosto in declino ma giuro è da togliere il fiato, soprattutto perché ho avuto l’impagabile fortuna di incontrare un signore che trafficava avanti e indietro (forse traslocava, ma non sono riuscita a capire se le cose le portava dentro o fuori). Mi ha chiesto se volevo entrare a guardare. Ho accettato con la mia solita incoscienza (come con il passaggio in auto offertomi da quel altro mastodontico Irish, quando ho preso la Dart che non fermava a Raheny, 8 giorni fa), ma mi è andata di nuovo bene perché era un Gigante Buono, ed ho potuto vedere coi miei occhi degli interni georgiani incredibili, meravigliosi, caldi, stupefacenti, pieni di storia e di vita delle persone che ci hanno abitato. È un peccato che il mio inglese sia inadatto a fare una vera conversazione con qualcuno che non abbia tempo da perdere (balbetto e ricorro spesso al dizionario tascabile, decuplicando i tempi standard di comunicazione), avrei voluto fare un mucchio di domande a quel uomo: ho compreso solo che le case di Henirietta St. 15 anni fa avevano un prezzo ridicolo, mentre adesso sono vendute a cifre stratosferiche, ho afferrato “thousand million”, e mi sembra che ci siano già abbastanza zeri da far girar la testa. Sono uscita da quella bellissima casa col cuore allegro, sorpreso, felice e grato a queste persone così gentili che mi capita d’incontrare, e vorrei che succedesse anche in Italia, ma non è nostro costume, e ammiro ancora di più questa gente d’Irlanda.

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Qualche centinaio di metri più avanti mi ha fermata un pensionato, vecchio e sdentato, mi ha vista con una cartina in mano e voleva avvertirmi che la via aveva un nome diverso prima. Abbiamo fatto due chiacchiere, mi ha anche consigliata di andare in un bel posto, dove poi ho scattato un po’ di foto alle note porte colorate georgiane, nei dintorni di Mountjoy Square: i giardini sono bruttarelli ma gli edifici assai pregevoli. Sono passata davanti alla St.George’s Church scattando qualche pics, ho fatto qualche centinaio di metri in più per aver sbagliato strada (ho preso Upper Gardinier St. invece di Gardinier Pl.), giunta al Garden of Remembrance ho fotografato una bella scultura e frammenti di  blu nel cielo, che nell’ultima settimana è stato parecchio grigio e piovoso. E poi giù per O’Connell St., che ora capisco perché mi fa male la caviglia, ho macinato 2 ore di stroll. Un po’ di foto allo Spire (3m di diametro e 120m di altezza) che l’architetto Ian Ritchie potrebbe aver copiato dal mio progetto per un concorso internazionale di idee del 1999…

Sono arrivata a casa alle 19.15,  ho mangiato con Vera senza Kyoko, che stasera è fuori a cena; poi le ho fatto vedere le foto scattate sul display della Coolpix e, figura di merda, ha visto che ho fotografato – senza chiedere il permesso- la sua foto dove c’è il figlio con la nuora, Geldof, Blair e Bono. Terra inghiottimi.

Domani finisco la mia seconda settimana di scuola. Sono stanca, l’inglese stagna, non vedo miglioramenti.

It’s time I turned the light off, sweet dreams!

Milano2Milano 1999: il mio "Spire" (progettato con una collega)