Il primo bacio

Piove. Piove da giorni. La grondaia rotta piscia un getto rumoroso come la pioggia tropicale colpisce le foglie giganti di quelle latitudini, ma é solo colpa di un’orrenda pensilina in vetroresina, che produce il rimbombo incessante. Ho comprato un po’ di libri, sono perfetti per la pioggia. Tre di José Saramago, uno di Erri de Luca, uno di quel giovane che ha fatto il botto e quanto vorrei aver avuto la sua fortuna, e uno in inglese di Dave Eggers, che ci vorrà tutta la mia ostinazione per circa cinque mesi buoni prima di leggere the end.

        La storia narrata dal giovane romanziere mi ha preso cosí tanto che ne ho già letto metà, e mi sono ritrovata con la testa a tratti nella mia pubertà, a ripensare al primo bacio e alle prime festicciole tra giovani che si credono già grandi e invece hanno ancora gli occhi pieni di giocattoli.

        Più volte ho pensato di raccontare del mio primo bacio, perché sono storie buffe e tenere quelle di quando si ha poco più di dieci anni, nel mio caso ne avevo tredici, che comunque ci passa di mezzo, tra il dieci e il tredici, tutto un mondo, dalle bambole e Babbo Natale all’avvento dell’era degli ormoni.

        Quando ero ragazzina avevo un’amica del cuore che si chiamava Agnese, l’avevo conosciuta a scuola, o forse ai giardinetti. Agnese era piena zeppa di ormoni, ed esperienza che trasudava dal suo ancheggiare, e aveva sempre qualche ragazzo intorno, perché le piaceva proprio il sesso, anche fatto a casaccio col primo che la arrapava. Era, come diceva mia madre, molto “pettoruta”: quei due accessori facevano dimenticare ai ragazzi la sua faccia, che era tutto fuorché graziosa. Agnese aveva pure un gran naso, grosso all’inverosimile per una bambina cosí piccola e la dentatura di Shrek. A me seccava ovviamente di essere piallata come l’anta di un armadio, e speravo che col passare del tempo prima o poi qualcosa sarebbe esploso anche sul mio toracino ossuto, senza prendere in considerazione per diversi anni che quello status di sottiletta era piú o meno una forma definitiva.

        Ma veniamo al primo bacio a tredici anni. Frequentavo i giardinetti vicino a Piazza Leonardo da Vinci, con la mia amica Isabella, morigerata e anche un po’ bacchettona, da quando mi spacciavo per maschio per entrare nelle squadre di pallone, avró avuto nove anni. Ero anche abbastanza brava a giocare. Ma poi hanno fatto irruzione gli ormoni e ho cominciato ad interessarmi ai maschi sotto altri punti di vista. All’epoca era abbastanza facile innamorarsi e oggi posso dire che sia una capacitá inversamente proporzionale all’erá. Lui si chiamava Pier, e anche se la sua faccia non la ricordo assolutamente piú, era un ragazzino niente male, con quel nome francesizzante, e mi ci sono “fidanzata” il tempo necessario per imparare a baciare, o meglio “limonare”, come si diceva all’epoca. Io ovviamente ostentavo sicurezza e dicevo di averlo già fatto. Oh altroché se l’avevo giá fatto, una vera esperta. Magari coi racconti di Betta, un’autentica zoccola in erba che se un genitore sapesse che la sua bambina può fare certe cose a tredici anni, la chiuderebbe in casa sorvegliata a vista fino alla maggiore etá.

        Insomma che a Pier avevo raccontato di aver già baciato, cosi quando nell’estate dei miei tredici anni la sua bocca si é dischiusa sulla mia non immaginavo che avrei avuto qualche incertezza su dove mettere i denti: li ritrovai conficcati sulle sue labbra, e invece di confessare candidamente l’inesperienza, mi inventai che era il mio modo originale di baciare, una specie di marchio di fabbrica, e che “nel giro” dei miei numerosi amanti mi chiamavano Dracula per questa mia particolarità. Quando si staccò da me aveva il labbro inferiore con dei profondi solchi, ma era probabilmente abbastanza stordito dagli ormoni per non sentire dolore, perché proseguimmo ancora per qualche tempo a sbavarci reciprocamente in bocca, e la cosa curiosa é che c’era un suo amico di nome Lucchino, rachitico e con la faccia da topo, che ci stava a guardare cronometrandoci, tutti e tre nascosti tra le siepi di pitosforo ai giardinetti. Non avevo alcuna necessità di intimità con Pier e mi piaceva soprattutto battere qualche record, nella mia testolina stordita di allora avere qualche primato del genere doveva avere un grande fascino. Ho provato a cercare i miei amichetti di allora su internet, FaceBook é perfetto per questo, peccato che di molti come di Pier abbia scordato il cognome. Lucchino invece pare sia morto prima dei vent’anni di eroina.

Il luogo perfetto dove incontrare la mia estate dei tredici é proprio uno spazio virtuale, dove non é necessario vedere come siamo diventati: dentro il tronco della mia vita c’é un piccolo anello che conserverá per sempre la bambina di allora (demenza permettendo).

Il silenzio è d’oro

baciami stupido

Questo cavallo si è meritato un posto nel post perché ha tentato due volte di baciarmi mentre lo fotografavo e perché, come è naturale, non ha detto una parola. E l’ho apprezzato molto.

C’è troppo rumore in giro, avete notato? Forse sto invecchiando. Oppure il mondo è davvero troppo chiassoso. Prendete un tiepido pomeriggio al sole di primavera, su una comoda sdraio in giardino, con in grembo un ottimo romanzo, un Frank McCourt esilarante e commovente. Non manca il gradito sottofondo di rondini che garriscono, uccellini vari che cinguettano, due piccioni che fornicano (ma con discrezione), frettolosi insetti di passaggio, silenziose lucertole in elioterapia sulle pietre calcaree. Un perfetto quadro di relax. Ma i nuovi vicini hanno caldo, spalancano le finestre di casa e cominciano a litigare: ma che cazzo dici, è colpa tua, e vaffanculo qui e vaffanculo lì. Alzo gli occhi al cielo in cerca di misericordia, le voci tacciono per un minuto scarso e poi arriva il peggio: televisore a palla. Ma che siete sordi? Così ora mi tocca pure ascoltare un programma per lobotomizzati pieno di applausi ottusi. Frank McCourt è davvero grande se la mia attenzione continua ad essere focalizzata sul romanzo. Dopo una mezz’ora i vicini decidono di uscire, spengono la tivù, chiudono le finestre e torna la pace. Per circa cinque indimenticabili minuti. Ma poi un altro vicino, indubbiamente troppo vicino, con le finestre spalancate sulla primavera, decide di condividere con il mondo la sua musica preferita: “Shakira, Shakira” urla lo stereo e io prego per un blackout, Dio ti prego abbatti un albero che tranci le linee elettriche, mi accontento anche di topi che rosicchino i fili, ma fa qualcosa! Non ho scampo, oggi come mille altre volte, e allora mi rifugio nel mio rimedio buono per tutte le occasioni: il lettore MP3. Potrà sembrare strano ma non ho sempre voglia di U2, e questo è uno di quei casi, ma è meglio la mia musica che il rumore degli altri. Come in ufficio, quando i colleghi schiamazzano; come in una sala d’aspetto medica, dove squillano le più irritanti suonerie di cellulari, e poi ti tocca anche sentire se il pupo ha fatto la cacca, o se la top manager è abbastanza efficiente; come quando cammini nel traffico cittadino e la musica nelle cuffie ti salva il sistema nervoso; come quando sei sdraiato in spiaggia e i vicini di ombrellone dispensano nell’etere ore ed ore di Gigi d’Alessio (Dio ti prego, potresti folgorarlo con la vocazione così che si ritiri in un monastero?). Stamattina in piscina Antonella Ruggero gridava a tutto volume (alle 8 di mattina, capite?) e io, che sono pure agnostica, imploravo il cielo: Dio ti prego, un paio di branchie così sto sott’acqua e non sento nulla.

Perché la gente è così chiassosa? Perché stiamo diventando tutti pescivendoli al mercato? Perché nessuno inventa un MP3 che produca sano e semplice silenzio? Perché non posso avere un paio di palpebre nelle orecchie?

Perchè bisogna sempre riempire il silenzio con qualche suono?

         E’ scientificamente provato che l’utilizzo sconsiderato degli MP3 induce precoci deficit uditivi: diventare sordi è diventato l’unico modo per ottenere un po’ di tranquillità.