Una storia di Natale

"Un bel Babbo Natale, non c’è che dire", pensò guardandosi nello specchio.
Aveva indossato quell’abito ogni notte del 25 dicembre da dieci anni a questa parte, da quando era iniziata la sua piccola perversione. Glielo aveva cucito la zia Gilda, utilizzando un morbidissimo tessuto rosso rubino, piuttosto spesso, completo delle regolamentari bordure bianche di ermellino e una tasca interna fatta apposta per inserire la prominente pancia di gommapiuma dell’anziano omone.
Anche barba e capelli erano perfetti, glieli aveva procurati un’amica costumista teatrale; non erano posticci come quelli dei grossolani Babbi Natale che potevi incontrare fuori dai grandi magazzini, i suoi sembravano veri come quelli di suo nonno ottantenne.

Era assolutamente perfetto, tranne in un dettaglio: il sacco dei doni, molto grande, era vuoto perché lui impersonava un Babbo Natale al contrario, che entrava nella casa della gente per prendere i doni, non per portarli. Normalmente detto "ladro" o "topo d’appartamento", ma non gli piaceva pensare a se stesso come ad un furfante. Dopotutto rubava solo il 25 dicembre.

La sera di Natale nessuno si sorprende nel vedere un uomo appeso fuori da una finestra se è vestito di rosso, e lui approfittava ogni anno della stupidità della gente.
Anche questo anno aveva studiato con cura il percorso, snodato tra pluviali, cornicioni e tegole, che lo avrebbe portato all’appartamento di una famiglia partita nel primo pomeriggio per raggiungere il centro delle gozzoviglie di rito, fuori città.
Si sentiva come Robin Hood, li puniva perché sapeva che avrebbero mangiato a dismisura, in un modo che giudicava immorale.

Era quasi giunto alla meta quando si trovò a passare davanti ad una finestra aperta, all’interno nessuna luce, nessun rumore, nessuno odore.

La tentazione fu forte poiché, puntando la torcia, vide alcuni di quegli oggetti che preferiva regalarsi in quella notte: piccoli quadretti votivi del Seicento facilmente trasportabili, candelabri in argento d’antiquariato, e poi il suo premio per essere stato buono tutto l’anno, i libri antichi, quelli rilegati a mano, con copertine in pelle consunta, con le pagine croccanti e fragili sotto le sue dita.
Tutto quello che prelevava era un dono meritato, non rivendeva nulla, teneva tutto per sé, godendo nel toccare e guardare quegli oggetti. Orgasmi tattili e visivi.

Gli bastò una frazione di secondo per decidere di entrare, e già aveva uno stivalone nero guarnito di fibbia sul pavimento in listelli di rovere, antico pure lui.
Rapidamente si guardò intorno, soppesando valore e trasportabilità degli oggetti, quindi inserì nel sacco vuoto prima i libri, di piatto, avvolgendoli con un panno, poi l’argenteria, e infine un paio di quadretti con un angelo e una Madonna.
Finito il lavoro non poté evitare di fermarsi di fronte ad una grande tela che identificò come Scuola di Guido Reni: un ritratto di donna, bellissimo, sensuale, ed ebbe istantaneamente un’erezione. L’arte e le cose antiche lo eccitavano più delle donne in carne e ossa. Se ne stava da qualche istante lì con la torcia in mano che percorreva la tela e il pene duro premuto contro la pancia di gommapiuma, quando udì un rumore, e poi il suono distinto di passi a piedi nudi sul parquet, che si avvicinavano.
Spense la torcia e trattenne il fiato. Aprì gli occhi a dismisura nel buio, come se spalancarli potesse aiutarlo ad aumentare l’acuità visiva, desiderò essere un gatto, ma vedeva solo sagome indistinguibili di spazi e oggetti sconosciuti. Poi sentì una presenza accanto a sé, divenne rigido e freddo come un pezzo di ferro, mentre l’erezione non accennava a scomparire, anzi gli parve che la pelle del pene si stesse per strappare. Un corpo gli si avvicinò, un paio di mani cominciarono a sfiorarlo, accarezzarlo, annusarlo, e si diressero subito sotto la pancia di gommapiuma, afferrarono il pene e lo strinsero con forza, cercando di trovare nell’abito una via d’uscita, guidate dall’urgenza del desiderio di contatto diretto con la carne: trovarono in breve la lampo, e il pitone fu liberato dal sacco.

«Ma che bel pacco, Babbo Natale», disse una voce femminile bassa e roca, mentre rotolavano a terra e la donna, coperta solo con una maglietta corta, gli saltava addosso iniziando a dimenarsi alla ricerca del piacere di ricevere un dono così da Babbo Natale in persona. Mentre saltava su e giù la donna canticchiava sottovoce «We wish you a Merry Christmas» rendendo la situazione ancora più surreale.

Lui aveva smesso di pensare, stupito solo che gli piacesse una donna più di un libro antico. In breve lei venne urlando "Jingle bells! Jingle bells!" e lui insieme, silenziosamente, stordito dall’evento imprevisto.

Poi la donna scese dal suo gradito pacco-dono e si allontanò dicendo:
«Esci dalla finestra, Babbo Natale. Ci vediamo domani a pranzo dai tuoi».

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4 thoughts on “Una storia di Natale

  1. Ciao Empatiavirale!! Hai nostalgia di Rupert?!? mah, ti dirò, Rupert s’è preso un periodo sabatico, s’è chiuso nel cassetto del comodino e solo ogni tanto lo sento ronzare, se gli si accende la vibrazione… penso salterà fuori per l’ultimo dell’anno, gli piace far due chiacchiere coi mortaretti prima di spararli per aria
    🙂

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